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Tre Soldi

Ascolta "Bruno, storia di una custodia cautelare" di Francesca Berardi | Quando ho conosciuto Bruno non sapevo perché fosse finito in carcere, non sapevo neppure quale fosse il suo vero nome. L'unica cosa di cui ero al corrente è che aveva trascorso quasi un anno in custodia cautelare nel carcere romano di Regina Coeli, per poi, cinque anni dopo, essere riconosciuto innocente. Bruno è stato ingiustamente incarcerato come sospetto membro di una banda criminale inesistente, in una caso che i media hanno raccontato con toni da gangster story. La voce di Bruno potrebbe essere quella di migliaia di persone che ogni anno in Italia vengono trattenute in carcere in attesa di un giudizio. Secondo i dati pubblicati dall'organizzazione Antigone alla fine del 2018 in Italia i detenuti in custodia cautelare erano 19.565, il 32,8% della popolazione carceraria. Un numero superiore alla media europea, che colloca l'Italia al quinto posto tra i paesi dell'UE per tasso di presunti innocenti in prigione. A finire in carcere in attesa di una sentenza sono per lo più persone economicamente o socialmente svantaggiate. Persone che una volta tornate in libertà, si trovano a dover affrontare una condizione che Bruno definisce "una prigione permanente". Questa storia fa parte di una serie di radio documentari sul tema "colpa e perdono" realizzati da autori di diverse nazionalità europee, resa possibile grazie al sostegno di Reporters in the Field, un programma della Robert Bosch Foundation. La serie sarà interamente pubblicata online nel febbraio 2020, nelle lingue originali con traduzione inglese.

Bruno, storia di una custodia cautelare

di Francesca Berardi

"Mi chiamo fuori - Il fenomeno Hikikomori e il ritiro sociale tra gli adolescenti", testi di Davide Tosco e Fabio Mancini, regia di Davide Tosco, musiche originali di Mario Conte | Mi chiamo fuori affronta il tema del ritiro sociale, fenomeno conosciuto anche come "hikikomori". Si tratta di adolescenti e giovani adulti che sviluppano una fobia nei confronti della scuola e a poco a poco smettono di frequentarla, rifiutando ogni altro contatto sociale, per ritirarsi nella propria stanza. In costante aumento in Italia, questa condizione coinvolge, secondo stime recenti, tra i 60.000 e i 100.000 casi. Spesso la reclusione domestica si accompagna all'utilizzo eccessivo di Internet e al tentativo di rifugiarsi nel mondo virtuale della rete, ma questa non è la causa semmai una conseguenza della volontà consapevole di rifiutare una società che non li rappresenta e da cui non si sentono accettati. Mi Chiamo Fuori racconta questo mondo dall'interno entrando nelle vite di giovani che vivono in completo isolamento per comprendere una realtà complessa, radicata nelle criticità del nostro tempo. Con un approccio non tipicamente giornalistico indaghiamo le dimensioni umane raccogliendo - grazie alla collaborazione dell'Associazione Hikikomori Italia, Fondazione Minotauro e l'Ospedale Regina Margherita di Torino - i diari di un gruppo di giovani hikikomori italiani. Sono loro a raccontarci la condizione del ritiro sociale, ragazzi che si chiamano fuori per scelta. Questo racconto corale alterna le singole storie personali con il parere di esperti (neuropsichiatri, sociologi, psicologi) e le esperienze dei genitori che vivono questa realtà quotidianamente cercando, spesso senza un supporto adeguato, di arginare una condizione che non sono in grado di comprendere e tanto meno di gestire. Mi chiamo Fuori è anche un documentario televisivo che sarà trasmesso da Rai 3 (all'interno del programma Doc 3) il 10 ottobre 2019 e accessibile su Rai Play con il titolo di Afraid of Failing.

Mi chiamo fuori

di Davide Tosco

"Ventimila chilometri di radici: gli emigrati lucani in Australia" di Valentina Lo Surdo | È uno spunto di cronaca che dà avvio al viaggio sulle tracce dell'emigrazione lucana in Australia: a Five Dock, sobborgo di Sydney, abitano oltre tremila sanfelesi, originari di un paesino in provincia di Potenza, San Fele appunto, che di abitanti ne conta ormai duecento in meno. Per trarre le fila dell'enorme movimento migratorio che dalla Basilicata ha portato a trasferirsi senza biglietto di ritorno decine di migliaia di persone a ventimila chilometri di distanza, si è reso necessario ricucire in una rotta traversale le lontanissime coste ovest ed est dell'Australia, con un passaggio centrale nel suo cuore aborigeno. Dalla costa ovest a Fremantle alla foresta pluviale della Daintree Forest, da Brisbane alla Sunshine Coast, dove un aborigeno noto per le sue battaglie sociali, Alan Parsons, ci ha spiegato il rapporto degli "indigeni" con la loro terra. Da Uluru a Sidney e poi a Melbourne per andare a trovare Magica Fossati, la speaker radiofonica che parla agli immigrati italiani dagli studi della SBS. Infine l'approdo a Five-Dock, a casa di Dona Di Giacomo è il primo finale di una storia che si conclude davvero proprio nel ritorno a San Fele. Il paesino da cui proviene Joe, il marito di Dona, che è pronto ad accoglierci nel giorno della festa più sentita della popolazione: San Giustino, il 30 luglio.

Ventimila chilometri di radici: gli emigrati lucani in Australia

di Valentina Lo Surdo

"Benvenuti al MOI. Voci di migranti (vecchi e nuovi) dall'ex villaggio olimpico di Torino" di Davide Tosco | Mercato Ortofrutticolo all'Ingrosso (MOI) era il nome dei mercati generali di Torino che in occasione delle Olimpiadi invernali del 2006, con una rapida operazione edilizia, viene trasformato in villaggio olimpico per ospitare gli atleti che parteciperanno alle competizioni sportive. Negli anni successivi gli edifici sono destinati all'edilizia popolare e sociale, quattro palazzine rimangono però inutilizzate. A seguito della cosiddetta 'emergenza Nord Africa', della crisi Libica nel 2009 e della situazione Siriana, l'Italia diventa territorio di destinazione di nuovi flussi migratori dall'Africa Subsahariana, accrescono le affluenze in città che trovano rifugio nell'ex-villaggio olimpico. Nel marzo 2013 quattro palazzine vengono progressivamente occupate da rifugiati e richiedenti asilo. Il numero degli abitanti cresce rapidamente fino a raggiungere il migliaio di residenti, diventando di fatto la più numerosa occupazione abitativa irregolare d'Europa. La carenza di strutture di accoglienza contribuisce a creare una situazione di illegalità che per alcuni anni viene tollerata. Nel 2017 MOI diventa Migranti un'Opportunità di Inclusione, un progetto di riqualificazione gestito da un tavolo inter-istituzionale (città, regione, prefettura, Diocesi e Compagnia di San Paolo). Benvenuti al MOI presenta il punto di vista dei nuovi abitanti e dà voce alla popolazione locale, in gran parte alla terza o quarta generazione di immigrati a Torino dal Sud Italia.

Benvenuti al MOI

di Davide Tosco

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