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Roll over Beethoven

Sin dagli anni in cui era il protagonista assoluto della Vienna musicale agli inizi del XIX secolo, Beethoven è stato ed è rimasto il compositore più amato da pubblici di ogni latitudine e più frequentato da solisti, direttori, complessi da camera e sinfonici. Altresì, più di qualsiasi altro suo collega, Beethoven è l'autore di opere che hanno suscitato l'interesse e stimolato la creatività di musicisti di dieci generazioni. E' quasi incredibile non solo il numero di compositori che hanno arrangiato, orchestrato, variato, stravolto, parodiato, trascritto i suoi temi ma anche, e forse soprattutto, le enormi differenze degli approcci: e consequenzialmente le distanze siderali dei rispettivi risultati finali. Basti pensare che nel novero compaiono Rachmaninov, Deep Purple, Brahms, Bee Gees, Bernstein, Beatles, Pete Seeger, Stockhausen, Jethro Tull, Šostakovič, Uri Caine, Borodin, Leo Ferré, Schumann, John Adams... Di fatto, Beethoven ha continuato a vivere nella contemporaneità grazie a tutti coloro che, prendendo le mosse dalla sua opera, lo hanno reso partecipe delle traiettorie percorse nel tempo dalla musica secondo generi e stili tra i più disparati. Da qui, l'idea di un ciclo di trasmissioni (15 puntate della durata di 45' ciascuna, dalle 13 alle 13.45', da lunedì a venerdì, dal 13 al 31 luglio) concepito quale ideale omaggio reso al genio beethoveniano attraverso una selezione (tutt'altro che esaustiva ma sufficientemente variegata) di musiche composte da una settantina di compositori e, per un verso o per l'altro, a lui ispirate.

Roll over Beethoven

200 anni di musica ispirata al Grande Ludwig
L'irresponsabile allegria del caos

"Un gallo incrociato con una cavalletta e un gamberetto grigio... provvisto di un abito inguardabile": così Jacques Offenbach fu descritto dal fotografo Nadar che lo immortalò tra i suoi soggetti. Capelli spioventi, naso adunco, favoriti acconciati come code di folletti, mani accartocciate, andamento bizzarro, ossatura scheletrica fluttuante in abiti sempre troppo grandi: "un Pulcinella senza gobba". Autore della colonna sonora del Secondo Impero di Napoleone III, detestato da Wagner e adorato da Nietzsche, Jakob Eberst (questo il suo vero nome) fu il musicista che innalzò la parodia a stile compositivo. Karl Kraus scrisse: "Nelle sue operette, la vita è improbabile quasi come lo è veramente." Ebreo e poi, per fini matrimoniali, cattolico, astuto impresario e poi morto in miseria, spietato derisore di una società che però accorre ad applaudirlo in teatro, padre esemplare e instancabile collezionista di amanti, tedesco e poi francese: fu quasi, egli stesso, personaggio di una sua operetta. Famigerato menagramo, è presente nel "Dizionario dei luoghi comuni" di Flaubert: "Quando lo si sente nominare, bisogna bloccare due dita della mano destra per sfuggire il malocchio": evidente riferimento all'uso di indice e mignolo, quale gesto apotropaico. Autore di memorabili pagine, dal Can Can dell'«Orfeo all'Inferno» alla Barcarola dei «Racconti di Hoffmann» (quella de «La vita è bella» di Roberto Benigni), compose – senza saperlo e senza volerlo – anche l'Inno dei Marines. Questo e molto altro fu Jacques Offenbach, non solo cantore di una Parigi affollata da artisti, flaneurs, bohemiens e cocottes, ma interprete come nessun altro di un tempo, di una società, di un mondo che stava per affacciarsi alla Modernità.

L'irresponsabile allegria del caos

Jacques Offenbach a 200 anni dalla nascita

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