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"Un gallo incrociato con una cavalletta e un gamberetto grigio... provvisto di un abito inguardabile": così Jacques Offenbach fu descritto dal fotografo Nadar che lo immortalò tra i suoi soggetti. Capelli spioventi, naso adunco, favoriti acconciati come code di folletti, mani accartocciate, andamento bizzarro, ossatura scheletrica fluttuante in abiti sempre troppo grandi: "un Pulcinella senza gobba". Autore della colonna sonora del Secondo Impero di Napoleone III, detestato da Wagner e adorato da Nietzsche, Jakob Eberst (questo il suo vero nome) fu il musicista che innalzò la parodia a stile compositivo. Karl Kraus scrisse: "Nelle sue operette, la vita è improbabile quasi come lo è veramente." Ebreo e poi, per fini matrimoniali, cattolico, astuto impresario e poi morto in miseria, spietato derisore di una società che però accorre ad applaudirlo in teatro, padre esemplare e instancabile collezionista di amanti, tedesco e poi francese: fu quasi, egli stesso, personaggio di una sua operetta. Famigerato menagramo, è presente nel "Dizionario dei luoghi comuni" di Flaubert: "Quando lo si sente nominare, bisogna bloccare due dita della mano destra per sfuggire il malocchio": evidente riferimento all'uso di indice e mignolo, quale gesto apotropaico. Autore di memorabili pagine, dal Can Can dell'«Orfeo all'Inferno» alla Barcarola dei «Racconti di Hoffmann» (quella de «La vita è bella» di Roberto Benigni), compose – senza saperlo e senza volerlo – anche l'Inno dei Marines. Questo e molto altro fu Jacques Offenbach, non solo cantore di una Parigi affollata da artisti, flaneurs, bohemiens e cocottes, ma interprete come nessun altro di un tempo, di una società, di un mondo che stava per affacciarsi alla Modernità.

L'irresponsabile allegria del caos

Jacques Offenbach a 200 anni dalla nascita

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