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Quando la democrazia garantisce i diritti di chi li calpesta

Quando la democrazia garantisce i diritti di chi li calpesta
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Con Stefano Feltri
La Corte sceglie un'interpretazione formale che non giudica un Paese che ignora le leggi 

Nella decisione con cui la terza sezione della Corte di Assise di Roma ha cancellato, dichiarandone nulli i presupposti, un processo in cui una famiglia, un Paese, il suo governo e il suo Parlamento, la sua magistratura inquirente, e un primo organo giudicante, avevano finalmente messo in fuorigioco l’uso fraudolento del diritto dello stato egiziano, sono la tragedia e il cortocircuito di un’idea del diritto e della sua applicazione. È la vittoria – si spera non definitiva – della protervia dell’uomo che quel Paese guida, il Presidente Abdel Fattah al-Sisi. È la catastrofe politica di chi, in questi cinque anni, ha preceduto Draghi a Palazzo Chigi, e aveva scommesso sull’esito di una moral suasion che, al contrario, per la debolezza ed erraticità con cui è stata condotta, ha convinto l’interlocutore che l’Italia potesse essere messa nel sacco. E umiliata.
La decisione della Corte è il sigillo ad un naufragio. Con l’approccio straniante di chi considera il diritto non uno strumento che interviene e incide nel corpo vivo di un Paese e nella qualificazione del “fatto” che si è chiamati a giudicare, ha utilizzato i principi fondanti del nostro Stato di diritto, della Carta fondamentale dei diritti europei, proponendo un’interpretazione pedissequa dell’habeas corpus – e dunque del sacrosanto diritto di un imputato ad avere cognizione del processo e della accuse a suo carico - che ha come suo paradossale effetto quello di sottrarre alla nostra giurisdizione sovrana quattro agenti segreti imputati di violazione dei diritti fondamentali dell’uomo e appartenenti a uno Stato che quei diritti fondamentali non solo non riconosce (lo ha rivendicato da ultimo Al Sisi in quel di Visegrad) ma sistematicamente viola (come la vicenda di Patrick Zaki, dopo l’omicidio di Giulio Regeni, insegna).

Ha deciso infatti di decontestualizzare le ragioni per le quali a quei quattro imputati non è stato possibile notificare, nei modi e nelle forme previste dallo Stato di diritto, l’atto di citazione che li invitava a nominare un difensore di fiducia e a difendersi di fronte al giudice dell’udienza preliminare, considerandoli alla stregua di quattro cittadini italiani o europei per qualche ragione irreperibili. Di cui fosse impossibile rintracciare il domicilio. Ha ritenuto che l’ostruzionismo di uno Stato non democratico guidato da militari per proteggere appartenenti ai suoi apparati fosse una ragione legittima per mutilare il nostro Paese della sua giurisdizione. Della sua potestà punitiva nei confronti di chi ha sequestrato, torturato e ucciso Giulio Regeni.

 

Naturalmente, per farlo, per censurare la presunzione di conoscenza dell’esistenza di un processo a carico degli 007 egiziani, la Corte ha dovuto creare una presunzione di segno opposto e contrario. Ha dovuto declassare – pur riconoscendola - la circostanza che la magistratura egiziana si fosse rifiutata di notificare il procedimento ai quattro. Ha dovuto ritenere irrilevante, sotto il profilo quantomeno della conoscenza putativa e ragionevole da parte degli imputati che la loro elezione di domicilio fosse stata al centro di un infelice e infruttuoso negoziato proprio tra Al Sisi e l’ex premier Conte. Ha ritenuto di nessun conto che il caso Regeni, da cinque anni, sia vicenda di eco mondiale che è riuscita anche a bucare la censura dei media egiziani.
Era evidente che la questione sottoposta alla Corte fosse delicata. Così come è altrettanto evidente che, sotto un profilo squisitamente formale, la sua decisione è nel pieno rispetto della lettera del nostro codice di procedura penale. E, tuttavia, prima della terza sezione della Corte di Assise, un giudice dell’udienza preliminare in quelle stesse norme aveva trovato il varco interpretativo in grado di non renderle irragionevoli, incomprensibili. Aveva avuto il coraggio, di fronte all’oltraggio dello Stato di diritto da parte egiziana, di non consegnare la giustizia italiana e l’immagine del Paese alla sua nemesi. Era lo stesso coraggio che si chiedeva a questa Corte. Sottrarsi alla trappola del summum ius summa iniuria. Assumersi il rischio di un’interpretazione “nel fatto” – e non in astratto – dei principi che governano il “processo in assenza”. Sfidando la giurisprudenza del nostro Paese e anche quella della Corte Europea dei diritti dell’uomo ad assumersi la responsabilità di affermare il principio dell’impunità per i cittadini di Paesi che non si riconoscono nello Stato di diritto. Purtroppo, non lo ha fatto. Speriamo in un altro giudice a Roma.

Carlo Bonini - la Repubblica 

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