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Con il voto nelle città s'è aperta una fase diversa

Con il voto nelle città s'è aperta una fase diversa
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Con Enrico Fontana
Preoccupa il problema dell’astensionismo, che riguarda tutti. Complicata la situazione del centrodestra con la Lega e FdI ancora troppo legati all’arcipelago populista

La vittoria del centrosinistra, e soprattutto del Pd, è netta: a Roma e Torino, dopo Milano, Napoli e Bologna conquistate al primo turno. Lo è altrettanto la sconfitta del centrodestra, che mantiene solo Trieste e vince in Calabria; e, al suo interno, della componente populista sia della Lega che di Fratelli d’Italia. Ma sull’intero sistema politico si allunga l’ombra di un astensionismo che inserisce elementi di ambiguità e di allarme sui risultati. E stende un pesante alone di incertezza sulla tenuta e l’evoluzione delle alleanze e delle leadership.
Di fatto, dopo il voto di ieri si apre, non si chiude una nuova fase. Se ne cominceranno a vedere i contorni a partire dall’elezione del presidente della Repubblica, a febbraio del 2022. In quel momento si materializzeranno altre alleanze. E si capirà se il premier Mario Draghi potrà mettere in sicurezza gli aiuti europei senza essere frenato o, peggio, boicottato da partiti a caccia di rivincite o di scorciatoie elettorali. Enrico Letta, segretario del Pd, sostiene che l’opinione pubblica è più avanti dei partiti.
Avrebbe compiuto nelle urne la saldatura che la litigiosità della sinistra e il protagonismo delle sindache grilline non è riuscita a produrre. Ma il corollario di questa affermazione è la necessità di analizzare a fondo perché oltre la metà, in alcuni casi perfino due votanti su tre, siano rimasti a casa. Letta ha aggiunto che il successo di ieri si deve all’unità del suo schieramento. Forse. Eppure, più che unito il centrosinistra si è accreditato come unitario: merito indubbio, da verificare nel tempo.
Per paradosso, è quanto non ha dimostrato il centrodestra. Si è presentato unito ma non unitario; anzi, larvatamente rissoso e diviso. La conflittualità per la leadership tra il leghista Matteo Salvini e Giorgia Meloni, di FdI, ha finito per danneggiare entrambi; e di ripercuotersi sui candidati, buoni o meno buoni che fossero: con Silvio Berlusconi nel ruolo di osservatore perplesso. Tutti tendono a additare l’astensione come un elemento che finirà per logorare gli eletti. Recriminare su questo fenomeno per giustificare la propria sconfitta, però, sa di autoassoluzione e di alibi.
Non essere riusciti a portare gli elettori alle urne è, comunque, responsabilità dei partiti che li hanno chiamati a scegliere. Per questo, da oggi si apre una questione che riguarda ogni forza politica. Ma una cosa è rimodellare le alleanze da una base di consenso vincente; altra, ripartire da una sconfitta resa più bruciante dalla pretesa di essere maggioranza nel Paese. Per il Pd, infatti, il tema è come trovare anche con gli alleati quel «campo largo» evocato come ambizione e ancora virtuale; creato dagli elettori, ma ridotto a caricatura dalle memorie di scissione dei renziani e dall’evanescenza dell’asse con il M5S di Giuseppe Conte.
La sensazione, tuttavia, è che la lealtà nei confronti del governo Draghi e l’europeismo facciano del partito di Letta un polo di attrazione anche per gli alleati: sebbene a volte soffocante. Così, un grillismo ormai residuale può accreditare, grazie alla vicinanza col Pd, qualche cromosoma europeista. Il centrodestra, invece, si trova in una situazione opposta e più complicata. In parte, dipende dal fatto che Lega e Fi sono al governo, FdI all’opposizione. Molto, dalla difficoltà di Salvini di fare una scelta chiara tra l’appartenenza alla coalizione di Draghi e il richiamo dell’estremismo di Meloni.
Ma ancora di più, l’ipoteca negativa è rappresentata dall’incapacità di compiere un ripensamento della propria collocazione europea. Carroccio e FdI rimangono ancorati a un arcipelago populista composito quanto aggressivo; e destinato all’isolamento. E il loro euroscetticismo rumoroso e intermittente finisce per indebolire le posizioni filo-Ue di Berlusconi. Tanto che viene da chiedersi se la mancata sterzata europeista dipenda da un difetto di volontà, o dall’impossibilità di Salvini e Meloni di cambiare pelle, valori e identità.
Il saldo è comunque negativo. L’oscillazione tra governo e opposizione, i dispetti, le candidature tardive e di compromesso hanno fatto in modo che la destra mantenesse ai ballottaggi l’elettorato del primo turno, senza però oltrepassare un recinto culturale e percentuale che la condanna alla sconfitta. Più che a una collezione di errori, si è assistito a un’occasione gigantesca buttata via. Città come Roma, Torino, Napoli erano più che contendibili: al punto che cinque anni fa, nelle prime due aveva vinto il Movimento Cinque Stelle.
L’adagio più diffuso è che le elezioni politiche non ricalcano quasi mai quelle locali. Difficile negarlo. Eppure, in una stagione di grandi cambiamenti, il centrodestra sembra scoprirsi meno attrezzato della sinistra a capire quanto sta succedendo. Non basta definirsi o perfino essere maggioranza politica in Italia, se poi non si è in grado di esprimerla e di mostrare senso di responsabilità e capacità di governo. Il pericolo trasversale che si staglia sullo sfondo è di trasformare l’astensionismo in rabbia; e di illudersi di cavalcarlo a proprio vantaggio.

Massimo Franco – il Corriere della Sera 
 

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