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L'età dell'economia di chi si dimette

L'età dell'economia di chi si dimette
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con Giulio Gambino
C’è un tema nel dibattito estero sul lavoro nell’epoca post-Covid di cui quasi non c’è traccia nel dibattito italiano: il fatto che in molti Paesi ricchi i lavoratori si stanno dimettendo “in massa”.

Secondo una sintesi del ministero del Lavoro Usa, negli Stati Uniti 4 milioni di persone hanno lasciato il lavoro solo nel mese di aprile, e i sondaggi (come quello di Microsoft su più di 30mila lavoratori globali) mostrano che il 40% dei lavoratori starebbe pensando di dimettersi entro la fine dell’anno. In linea con un recente studio sui lavoratori nel Regno Unito e in Irlanda, che mostra come il 38% degli intervistati sia intenzionato a lasciare il lavoro nei prossimi sei mesi o anno.

Qualcuno l’ha chiamata la Quitting economy, “l’economia delle dimissioni” o The Great Resignation: un fenomeno venuto alla luce dopo la pandemia, ma le cui radici vanno rivenute molto prima. Come ha scritto sul New York Times Jonathan Malesic lo scorso 23 settembre, l’insoddisfazione diffusa e il burnout sono il tratto distintivo del lavoro contemporaneo da prima della pandemia. Non a caso nella Quitting economy, il tema ricorrente è la cultura tossica che caratterizza il lavoro contemporaneo. Il fatto, cioè, che il mercato del lavoro sia afflitto strutturalmente da salari troppo bassi e da una mole di lavoro troppo elevata, oltre alla scarsa sicurezza del lavoro e sul lavoro e alla scarsa equità.

Ciò che colpisce non è tanto che all’estero si discuta di questo, ma che in Italia non se ne parli quasi affatto. Nel nostro Paese, i dati dell’Osservatorio sul precariato Inps relativi al primo trimestre 2021 mostrano che le cessazioni per dimissioni costituiscono la tipologia di cessazioni che ha conosciuto l’incremento più consistente nell’ultimo anno (+91%). Nella relazione annuale sulle dimissioni e risoluzioni consensuali pubblicata dall’Ispettorato del lavoro il 22 settembre scorso, inoltre, si evidenzia come il 77% delle dimissioni consensuali riguardi lavoratrici con un’età compresa tra i 29 e i 44 anni, a indicare quanto le donne, in Italia, siano ancora troppo spesso “costrette” a dare le dimissioni “volontarie” a causa della difficoltà di conciliare lavoro e figli.

Se facciamo eccezione per questo dato, il dibattito italiano di questi giorni si concentra su temi assai diversi. Nelle ultime settimane, è stata tanta la fretta di parlare di ripresa che si è perso di vista il problema principale del mercato del lavoro in Italia: ovvero il fatto che il mercato occupazionale italiano sia sempre più dequalificato e precario, e a tal punto poco tutelato che in molti casi è difficile dire di no anche quando sarebbe necessario.
Di recente sono state dette alcune cose importanti sul mercato del lavoro italiano. I dati Istat, per esempio, hanno mostrato che l’aumento degli occupati sottende una trasformazione qualitativa del mercato occupazionale, che si estrinseca in un aumento sostanziale di contratti a termine, come se il vero effetto della pandemia in Italia fosse una ulteriore precarizzazione del lavoro e quasi una sostituzione dei contratti a tempo indeterminato con contratti a termine. Di fatto, al netto dell’entusiasmo per la ripresa del mercato del lavoro dopo mesi di stallo, i nuovi ingressi nel mercato del lavoro riguardano principalmente personale a termine e lavoro dequalificato.
Questo è ancora più interessante alla luce del ritornello estivo per il quale il problema del mercato del lavoro italiano è la mancanza di competenze. La verità è che la mancata corrispondenza tra domanda e offerta di lavoro dipende dal fatto che i lavoratori sono più qualificati di quanto il mercato italiano richieda. I dati Unioncamere Anpal, ad esempio, dicono chiaramente che per il 36% dei 1.2 milioni di posti da coprire subito non sarà necessario un titolo di studio, per il 21% servirà una qualifica professionale, per il 31% servirà il diploma e solo per il 10% servirà la laurea.

Per quanto da anni si senta dire che l’elevata disoccupazione in Italia dipende dall’incapacità del sistema d’istruzione di offrire ai giovani le competenze necessarie per accedere al mercato del lavoro, la verità è che i lavoratori sono spesso sovra-qualificati per il mercato del lavoro italiano. Il dato è importante per varie ragioni, prima tra tutte la paradossale situazione per cui, nonostante il calo demografico che si registra in Italia e nonostante il triste traguardo che porta il Paese a essere penultimo in Europa per quota di laureati (solo il 29% dei giovani tra i 25 e i 34 anni si laurea, dicono i dati Istat), i pochi laureati che ci sono sono di più di quelli che il mercato riesce ad assorbire. Non è un caso che molti preferiscano cercare lavoro all’estero, date le limitate prospettive occupazionali e la bassa remunerazione.
L’Italia, ricordava con una punta d’orgoglio agli investitori stranieri Matteo Renzi qualche anno fa, ha “i salari più bassi d’Europa”. Ma lungi da essere una soluzione questo è esattamente il problema. L’impressione è che si stia sottovalutando la gravità delle condizioni del mercato del lavoro italiano.
Mentre, infatti, il dibattito si è soffermato per tutta l’estate sul problema inesistente di giovani che non vogliono lavorare perché incompetenti o svogliati, l’Italia è sempre di più una fabbrica di precarietà e di lavoro povero. Nella fase post-pandemica, tali problematiche stanno sono esacerbate da salari sempre più bassi e dal processo di deindustrializzazione in corso.

La vera urgenza, in questo contesto, è implementare quel sistema di tutele spesso demonizzato nel dibattito pubblico, a partire dal reddito di cittadinanza e dal salario minimo. È intollerabile, come ha detto il presidente dell’Inps Pasquale Tridico, che nel mercato del lavoro italiano ci siano due milioni di lavoratori che vengono pagati 6 euro lordi l’ora, come è intollerabile che per molte donne, giovani e migranti vi siano offerte di lavoro con paghe orarie anche molto più basse di così.
Si parla spesso di libertà, quando si parla di mercato del lavoro, ma un mercato del lavoro è realmente libero solo quando ai lavoratori hanno la possibilità di dire di no. Il futuro del lavoro è lavorare meno, scriveva Jonathan Malesic sul New York Times. Forse è tempo che anche in Italia si inizi a guardare al futuro, per evitare che il mercato del lavoro rimanga arroccato su dinamiche di sfruttamento sempre più anacronistiche.

Francesca Cohen - Il Fatto Quotidiano

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