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La sfida da vincere sui dati degli italiani

La sfida da vincere sui dati degli italiani
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con Luca Mastrantonio
«Non c'è algoritmo di cifratura che l'ingenuità umana non possa concepire. Non c'è n'è uno che l'ingenuità dell'uomo non possa decifrare». Fu Alan Turing il matematico che riuscendo a leggere la crittografia dei tedeschi, fornì quello che Churchill definì il maggior contributo individuale alla vittoria della seconda guerra mondiale a dare la spiegazione del motivo per il quale qualsiasi politica di sicurezza informatica deve essere considerata come una battaglia senza fine. La pandemia ha dimostrato come sia letteralmente vitale avere una gestione centralizzata e sicura di informazioni per affrontare nemici invisibili. La Strategia Cloud Italia che il Dipartimento per la Tecnologica ha, appena, presentato con l'Agenzia per la Cybersicurezza la settimana scorsa, dà forma ad uno degli investimenti infrastrutturali più importanti del Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza (Pnrr). E, tuttavia, il progetto di costruire una casa dei dati che gli italiani possano abitare in sicurezza, è come avvertono il ministro Colao e il prefetto Gabrielli una sfida appena cominciata. Da giocare in corsa e affrontando problemi non solo tecnologici ma cognitivi nuovi. 
La novità principale è che il Piano impegna il Governo a tempi (entro il 2025) e investimenti (6,7 miliardi euro) certi per trasferire dati distribuiti in migliaia di archivi digitali di amministrazioni locali e centrali, in un luogo (Polo Strategico Nazionale) di cui lo Stato controlla l'integrità. Punto qualificante della strategia è l'identificazione di tre diverse classi di dati - strategici, critici, ordinari ai quali si fanno corrispondere soluzioni a quattro diversi livelli di protezione. È giusta l'idea di dare risposta all'esigenza di uno Stato che voglia conservare legittimità in un mondo nel quale ancora più di prima l'informazione è potere. Tuttavia, ad essere decisivi sono, come al solito, i dettagli dietro ai quali si può nascondere il demonio che ha fermato tante infrastrutture in Italia. Tre sono gli errori che una strategia digitale così ambiziosa, deve evitare.
Innanzitutto, è la stessa idea di poter coltivare una sovranità digitale che assomiglia più alla reazione di un'Europa rimasta indietro su certe innovazioni (come dimostra il grafico che accompagna l'articolo), che ad una strategia. In realtà, il digitale è, per definizione, la talpa che sta scavando gallerie sotto la nozione stessa di confine e gli unici che sono riusciti a fermarla con quella che chiamano muraglia sono i cinesi che, però, giocano un gioco diverso. In una società aperta, l'idea stessa di garantire che nessun estraneo utilizzi i dati che appartengono ai cittadini di un certo Paese limitando la costruzione, la gestione e la fruizione dell'infrastruttura che li contiene, alle imprese e gli individui che in quel Paese sono residenti, è un ossimoro che ci obbliga a artificiose finzioni. Per il semplice motivo che nessuno può impedire che un'impresa italiana sia partner ad esempio nello sviluppo di tecnologie cloud di imprese non europee (Tim lo è di Google e Leonardo di Microsoft), né tantomeno che un italiano possa continuare a dialogare con il resto del mondo. Israele che è il Paese da sempre costretto ad essere all'avanguardia nella sicurezza, sta più pragmaticamente costruendo il proprio cloud con Google e Amazon, ponendogli esplicite condizioni. 
La strategia nazionale rischia di incorrere, poi, nel problema che hanno quasi tutte le politiche pubbliche (nonostante le inutili raccomandazioni che gli economisti provano a spendere). Persegue troppi obiettivi integrazione tra banche dati, sicurezza, prestazioni, minimizzazione della possibilità di interruzioni nel servizio - tra i quali esistono conflitti. A ciascuno devono corrispondere strumenti (gare e partnership) diversi anche se collegati. Non va fatto, infine, l'errore di dare per scontato che l'interesse dello Stato o, per meglio dire, di chi, in certo momento, ha un incarico istituzionale coincida con quello del cittadino. Tale coincidenza avviene solo se funziona bene ciò che chiamiamo democrazia e una strategia digitale deve, però, considerare anche come utilizzare il potere di vigilanza che ogni cittadino può esercitare.
Sono problemi complessi ed è utile che, in maniera dinamica, la strategia digitale applichi principi che lo stesso progetto Gaia-X, nato con l'obiettivo di sviluppare un'infrastruttura europea, raccomanda. Innanzitutto, è necessaria flessibilità. La casa digitale degli italiani non potrà che essere un cantiere contemporaneamente sufficientemente chiuso da ospitare dati sensibili e sufficientemente aperto da essere allargato a nuovi servizi. E, dunque, indipendente da un singolo fornitore per evitare i fallimenti che hanno caratterizzato parte della storia dell'informatica pubblica. 
In secondo luogo, è indispensabile assoluta trasparenza. I cittadini devono poter vedere attraverso la casa. In questo senso, non è più sufficiente essere chiamati a fornire il consenso al trattamento delle proprie informazioni, decine di volte al giorno. Una strada può essere quella di promuovere la nascita di soggetti sufficientemente forti e specializzati che si prendano l'onere di aggregare diritti individuali in un'azione più forte. Infine, quella che i tecnici chiamano migrazione dei dati da piattaforme locali al centro, va concepita come un'operazione non solo tecnologica. È necessario che tra amministrazioni ci sia quello che al dipartimento sistemi informativi della London School of Economics chiamano accordo informativo. L'ospedale o il Comune avrà interesse a cedere dati tempestivi, corretti e integri, solo se in cambio riceverà dal polo centrale informazioni che gli rendono più facile operare pazienti o prevenire frane.
È fondamentale la sfida che il Ministro Colao ci pone. Essa però si vince solo se la affronteremo come problema non solo di bulloni da avvitare. Ma di intelligenza collettiva da aggregare attorno ad un progetto che equivale alla costruzione del sistema nervoso di un Paese deciso a sopravvivere alla sfida che il secolo nuovo pone.

Francesco Grillo - Il Messaggero

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