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Uniti in nome delle diversità, la sfilata che libera l'orizzonte

Uniti in nome delle diversità, la sfilata che libera l'orizzonte
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Con Giovanni Bianconi
Entrano in gioco gli atleti che mescolano le proprie storie: da Osaka a Egonu si celebra il multiculturalismo
DALL’ INVIATA A TOKYO. La ragazza dalle lunghe trecce rosa sarebbe fragile ma accende il mondo. Succede di non essere perfetti e scoprirsi incredibili e Naomi Osaka passa dal ruolo di tennista suscettibile che fatica a parlare in pubblico e preferisce ritirarsi dal Roland Garros piuttosto che rispondere alle domande a ultima tedofora delle Olimpiadi più complicate della storia. Diventa l’atleta che scioglie la paura e la faccia del motto con cui questi Giochi vogliono essere ricordati: «Unity in diversity».
La musica dei videogiochi che fa da colonna sonora alla cerimonia è ideale per i supereroi delle Olimpiadi: «Dragon Quest», «Monster Hunter», «Fantasy Star Universe», temi da cacciatori di felicità, da portatori di futuro. Gli atleti entrano in scena con tutte le loro storie e le mescolano, come degli X-Men che trovano i superpoteri proprio cercando di nascondere i difetti. Gente che a un certo punto si è sentita a disagio perché troppo dotata in qualcosa, considerata strana eppure capaci di prodigi. Eccoli, sono così, tutt’altro che indistruttibili, anzi spaventati dal Covid, costretti a così tante precauzioni da non poter stare dietro alla loro imprescindibile routine, obbligati uscire dalla ripetitività che li rende forti ed esporsi ai dubbi però decisi a prendersi questa occasione e a renderla meravigliosa. Si muovono con cautela con il bandierone da tenere a quattro mani in una sfilata delle nazioni che il Cio ha voluto il più possibile alla pari e persino l’Iran accetta l’invito di presentare un uomo e una donna insieme, come l’Italia che apre la via dell’oro con due che lo hanno portato al collo: Jessica Rossi ed Elia Viviani. Separati, distanziati, ma questo anno e mezzo sbandati li ha resi più testardi e più attenti, ormai disposti a sfoggiare i loro numeri speciali. Sanno di essere guardati, imitati e sanno che questo è un palco unico, quello in cui si giocano il successo e pure quello con cui possono spingere per una società più aperta. Una che non giudichi Osaka perché si sente provata e ha bisogno di passare un po’di tempo fuori dalla mischia.
Non sono robot, sono gente disposta al sacrificio e portata a riconoscerlo. Sono come non te li aspetti e il Giappone che mette l’ultima torcia in mano ad Osaka, con papà haitiano e vita americana, consegna pure la bandiera a Rui Hachimura, cestista della Nba, madre giapponese e padre del Benin. Si celebrano gli «hafu» che starebbe per «metà e metà», per un’idea di multiculturalismo che la squadra di casa propone con 35 atleti su 583 e che la monocromatica società nasconde. Solo il 4 per cento degli abitanti di Tokyo è nato in un altro stato contro il 35 per cento di Londra. Quando Hachimura è stato scelto, i suoi social si sono impregnati di insulti razziali, ma questo gruppo gioca contro lo stereotipo. La parata apre le Olimpiadi blindate e scardina punti di vista dallo sguardo contro. Libera l’orizzonte.
I lacci arcobaleno della capitana dell’hockey tedesco, gli adesivi per la comunità Lgbtq del Canada e il saluto festosissimo in mezzo alla piccola, compatta e seriosa parata di Hong Kong che fa pensare a un momento di euforia per pretendere libertà. Loro limitati da una Cina sempre più invadente, costretti a inventarsi comunicazioni alternative e scrivere sui muri proteste che ogni giorno vengono affogate nella vernice bianca, non parlano ma si vogliono farsi vedere. I campioni mostrano i muscoli per essere un punto di riferimento. Gli islamici della Gran Bretagna si sentiranno più inclusi dopo che uno di loro per la prima volta ha rappresentato l’isola ai Giochi. Mohamed Sbihi, oro nel canottaggio a Rio, ha scoperto il suo talento in un programma scolastico che mira ad avvicinare figli di immigrati a sport fuori dalla loro origine. E Patrick Mills, primo aborigeno a sventolare la bandiera aussie dice: «È un privilegio rappresentare un gruppo preciso di persone che spesso non hanno avuto voce e insieme tutta l’Australia». In questa Olimpiade c’è un’Europa nera con Paola Egonu e un’Africa con il volto del triatleta magrebino Mehdi Essadiq. Un medico che vive in Francia e ha un padre mezzo spagnolo. Atleti da record che lasciano i loro gesti in una notte senza limiti.
Giulia Zonca – la Stampa 
 

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