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Prima Pagina - Tre decenni di depistaggi e misteri: ecco perché la mafia uccise Borsellino

Prima Pagina - Tre decenni di depistaggi e misteri: ecco perché la mafia uccise Borsellino
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con Giovanni Bianconi
Le stragi mafiose in Sicilia, quella del 19 luglio 1992 che sterminò il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, e la precedente, del 23 maggio, che massacrò Giovanni Falcone insieme con la moglie, Francesca Morvillo, e i ragazzi che li proteggevano, rappresentano - ancora oggi a quasi trent’anni di distanza - la più grave perdita che il paese abbia subìto dopo la tragedia della guerra mondiale.
Una perdita resa ancora più incolmabile dall’assenza di verità e giustizia che concorre ad acuire il dolore dei familiari, privati del giusto risarcimento, e dei tanti cittadini onesti che non si rassegnano a «non sapere» ciò che accadde all’inizio degli Anni Novanta in Italia. Già, non soltanto nella periferica e bizzarra Sicilia, dove può accadere tutto e il contrario di tutto, ma nell’intera Nazione. Perché ciò che è avvenuto nell’Isola (ormai solo chi non vuol vedere non vede e capisce) ha origini molto meno anguste della patria di Cosa nostra.

Paolo Borsellino è stato ucciso dalla mafia e questo è assodato. Ma tre decenni di indagini, rivelazioni di pentiti (buoni e inaffidabili), certezze giudiziarie e dubbi sostenuti dalla logica, tre decenni di depistaggi - alcuni sfrontatamente ostentati - ci dicono che dietro la macchina da guerra diretta da Totò Riina c’era (e forse c’è ancora) un mondo contaminato che si nasconde dietro la patina della politica e degli interessi economici nazionali e transazionali che toccano le inviolabili stanze dei soldi, tanti soldi: il «gioco grande», per dirla con le parole con cui Giovanni Falcone descriveva la trappola in cui si era cacciato mentre cercava di superare i ristretti limiti di una mafia rozza per entrare nel bel mondo delle grandi fortune, dei grandi appalti e dei finanziamenti pubblici.
Tre decenni di depistaggi e misteri: ecco perché la mafia uccise Borsellino
Cosa nostra non aveva interesse a riproporre, dopo appena 57 giorni, la sceneggiatura di Capaci. Un replay che le avrebbe portato pochi vantaggi e un mare di guai, in termini di repressione e di carcere per i propri affiliati. E tuttavia, raccontano i pentiti, Riina si assume la responsabilità per intero e ordina: «Borsellino si deve fare e basta». Come se fosse intervenuto qualcosa di esterno e di nuovo a spingere per il «secondo colpo» e addirittura a pretendere un’accelerazione, come se il tempo giocasse contro gli interessi non di Cosa nostra (che è abituata ai tempi biblici e alla vendetta come piatto servito «freddo») ma di qualcuno che guardava un po’ più lontano.
Paolo Borsellino non è stato ucciso per vendetta, o quantomeno non solo per vendetta, movente che potrebbe essere stato invocato da Riina per dare soddisfazione al suo popolo e per nasconderne un altro più vero: la prevenzione. Borsellino andava fermato perché si era avvicinato al vaso di Pandora ed aveva capito il vero motivo per cui era stato ucciso il suo amico Giovanni Falcone. Lo affermò chiaramente nell’ultima uscita pubblica, nell’atrio di Casa Professa: «Io sono testimone - disse - e ho il dovere di riferire all’autorità giudiziaria». Purtroppo non fece in tempo, perché il giudice che avrebbe dovuto interrogarlo non lo chiamò mai. E a quanti, cronisti compresi, gli suggerivano di andare via e salvarsi, rispondeva: «Non posso, lo devo a Giovanni Falcone e ai tanti cittadini che hanno creduto e credono in noi». Per questo si può parlare del giudice come di un martire: sapeva che andava a morire ma non ha valuto tradire la propria coscienza e il proprio dovere etico e morale.

Qualcuno guidò e utilizzò la protervia mafiosa, qualcuno che non aveva in tasca la tessera di Cosa nostra e proteggeva segreti tanto grandi da poter dire di agire nell’interesse nazionale. Paolo Borsellino aveva intrapreso la strada che portava ai grandi appalti e al grande capitalismo. Aveva chiesto ai carabinieri di riesumare il dossier intitolato «Mafia e appalti» che, apprendiamo, altro non era che il prologo di una inchiesta che avrebbe portato direttamente alla Tangentopoli milanese, esplosa quasi in contemporanea con lo stragismo mafioso e chiusa con il crollo della Prima Repubblica e con la destabilizzazione del Parlamento.
Quel dossier rappresentava forse la miccia adatta per innescare una bomba nel mondo politico, economico e finanziario. Dice oggi Antonio Di Pietro, che Tangentopoli la conosce bene: «Prima di noi di Milano, il sistema corrotto della spartizione degli appalti e delle tangenti per il finanziamento della politica lo aveva scoperto il pool antimafia di Palermo. Falcone ci aiutò per le rogatorie internazionali e ricordo che aveva le idee chiare». Borsellino, quindi, rappresentava un pericolo per la stabilità politica del paese. Questo potrebbe spiegare la fretta e la determinazione nell’approntare l’attentato di via D’Amelio. E potrebbe spiegare la grande attività depistatoria del dopostrage (dall’agenda scomparsa al falso pentito Scarantino «inventato» istituzionalmente per collocare saldamente la strage dentro un movente esclusivamente mafioso), che non si è mai fermata e continua ad avere risultati altalenanti nei vari gradi degli infiniti processi.
E probabilmente la strategia del muro di gomma avrebbe avuto risultati ancora più vincenti se le vicende di Borsellino e Falcone non fossero state supportate dall’ostinato impegno delle famiglie dei due giudici che, senza indietreggiare di un passo e sempre nel rispetto delle regole istituzionali, hanno eretto delle vere e proprie dighe in difesa della memoria dei loro cari e in difesa del diritto ad ottenere verità e giustizia come risarcimento per le loro perdite. Commovente e, nello stesso tempo, lucida l’analisi di Fiammetta Borsellino nella sua requisitoria contro i tentativi di insabbiamento giudiziario. Con parole semplici ricorda che se il depistaggio su Scarantino viene considerato dalla stessa magistratura «il più grande della storia giudiziaria recente» ci deve essere una spiegazione a questa ferita, «ci devono spiegare perché le istituzioni si comportarono in modo così poco istituzionale». Forse perché aveva appena avuto inizio il tentativo di approccio, la famigerata trattativa con Cosa nostra? Ma questo è un altro capitolo della triste storia della lotta alla mafia.

Francesco La Licata - La Stampa

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