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Gettoni di Letteratura

Cesare Pavese 5 | I gatti lo sapranno

Cesare Pavese 5 | I gatti lo sapranno
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«Chi può dire di che carne sono fatto? Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione».
Queste righe sono tratte dall'incipit de La luna e i falò, di Cesare Pavese, che viene pubblicato nell’aprile del 1950 ed è considerato il suo libro più bello, il suo ultimo romanzo, composto furiosamente in tre mesi. «La letteratura è una difesa contro le offese della vita», scriveva nei suoi appunti alcuni anni prima. Mentre nell’ultima pagina del suo diario, il 18 agosto del 1950, aveva annotato: «Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più». Nello stesso diario su cui aveva scritto: «L’anno non finito che non finirò». Il 1950, appunto. L’anno in cui ha vinto il Premio Strega con La bella estate. «Ho vinto il premio mondano» annunciò al telefono all’amico Davide Lajolo, che sarà poi suo biografo.  Il 24 giugno infatti stravince il Premio Strega, sbaraglia la concorrenza di Curzio Malaparte, Nicola Lisi e Concetto Marchesi con 121 voti. È un’«apoteosi» – appunta nello stesso diario. Ottiene la consacrazione definitiva come letterato, ora che non gli interessa più.
La stanza al terzo piano è l’ultima in fondo a un breve corridoio. Pare che sia stato un gatto, da una finestra, il primo a intrufolarsi nella stanza 46 dell'Hotel Roma di Torino. È il 27 agosto del 1950, è domenica. Il padrone dell’albergo non vede quel cliente da troppe ore, la cameriera non è riuscita a sistemare la stanza perché è chiusa dall'interno. Allora prende un grimaldello e forza la porta. Cesare Pavese è steso sul letto, vestito. Affianco a lui, sul comodino, tante bustine aperte di Veronal, barbiturici. Affianco a quelle c'è il suo libro più caro, I Dialoghi con Leucò, e sulla prima pagina lascia scritto: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi». Ha 42 anni Cesare Pavese quando si toglie la vita. «Ci saranno altri giorni / ci saranno altre voci./Sorriderai da sola./ I gatti lo sapranno». I gatti lo sapranno è l’ultima delle dieci poesie riunite nella raccolta: Verrà la morte e avrà i tuoi occhi che ha scritto per l’attrice americana Connie Dowling, di cui si era innamorato un anno prima. Questa poesia l'ha scritta a Roma, durante una lunga notte in cui aspetta la donna che forse lo stava tradendo con un altro attore. «Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla», aveva scritto nel suo diario Il mestiere di vivere.
All'indomani dalla sua morte Italo Calvino indaga tra le pagine sparse che lo scrittore ha lasciato, per eventualmente pubblicarle postume. Trova Il mestiere di vivere, il diario-zibaldone pubblicato nel 1952, già ben ordinato in una cartella, con un titolo autografo. Ci sono racconti, poesie, Fuoco grande scritto a 4 mani con Bianca Garufi, saggi, articoli di critica letteraria. Lo stesso Calvino ne scriverà il risvolto editoriale. Qualche anno dopo, Natalia Ginzburg ricorda così il suo amico Cesare Pavese sul “Radiocorriere”: «(Il nostro amico) era, qualche volta, molto triste: ma noi pensammo, per lungo tempo, che sarebbe guarito di quella tristezza, quando si fosse deciso a diventare adulto: perché ci pareva, la sua, una tristezza come di ragazzo – la malinconia voluttuosa e svagata del ragazzo che ancora non ha toccato la terra e si muove nel mondo arido e solitario dei sogni. Qualche volta, la sera, ci veniva a trovare; sedeva pallido, con la sua sciarpetta al collo, e si attorcigliava i capelli o sgualciva un foglio di carta; non pronunciava, in tutta la sera, una sola parola; non rispondeva a nessuna delle nostre domande. Infine, di scatto, agguantava il cappotto e se ne andava. Umiliati, noi ci chiedevamo se la nostra compagnia l’aveva deluso, se aveva cercato accanto a noi di rasserenarsi e non c’era riuscito; o se invece si era proposto, semplicemente, di passare una serata in silenzio sotto una lampada che non fosse la sua».

Bibliografia essenziale
Davide Lajolo, Il «vizio assurdo». Storia di Cesare Pavese (minimum fax)
Cesare Pavese, La scoperta dell'America (Nutrimenti)
Cesare Pavese, La bella estate (Einaudi)
 

Ultime Puntate e Podcast

Ascolta Grazia Deledda 1 | Cosima

Grazia Deledda 1 | Cosima

27/09/2021

«Piccola di statura, con la testa piuttosto grossa, mani e piedi minuscoli (con tutte le caratteristiche fisiche sedentarie delle donne della sua razza, forse d'origine libica, con lo stesso profilo un po' camuso), i denti selvaggi e il labbro superiore molto allungato); aveva (però) una carnagione bianca e vellutata, bellissimi capelli neri lievemente ondulati e gli occhi grandi, a mandorla, di un nero dorato e a volte verdognolo, con la grande pupilla appunto delle donne di razza camitica, che un poeta latino chiamò "doppia pupilla", di un fascino passionale, irresistibile».

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Ascolta Grazia Deledda 2 | La prima volta che ho visto il mare

Grazia Deledda 2 | La prima volta che ho visto il mare

27/09/2021

«Quel giorno Cosima imparò più cose che in dieci lezioni del professore di belle lettere. Imparò a distinguere la foglia dentellata della quercia da quella lanceolata del leccio, e il fiore aromatico del tasso barbasso da quello del vilucchio. E da un castello di macigni sopra i quali volteggiavano i falchi che parevano attirati dal sole come le farfalle notturne dalle lampade, vide una grande spada luccicante messa ai piedi di una scogliera, come in segno che l'isola era stata tagliata dal continente e tale doveva restare per l'eternità. Era il mare che Cosima vedeva per la prima volta»

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Ascolta Grazia Deledda 3 | Cenere

Grazia Deledda 3 | Cenere

27/09/2021

«Cadeva la notte di san Giovanni. Olì uscì dalla cantoniera biancheggiante sull'orlo dello stradale che da Nuoro conduce a Mamojada, e s'avviò pei campi. Era una ragazza quindicenne, alta e bella, con due grandi occhi felini, glauchi e un po' obliqui, e la bocca voluttuosa il cui labbro inferiore, spaccato nel mezzo, pareva composto da due ciliegie. Dalla cuffietta rossa, legata sotto il mento sporgente, uscivano due bende di lucidi capelli neri attortigliati intorno alle orecchie: questa acconciatura ed il costume pittoresco, dalla sottana rossa e il corsettino di broccato che sosteneva il seno con due punte ricurve, davano alla fanciulla una grazia orientale. Fra le dita cerchiate di anellini di metallo, Olì recava strisce di scarlatto e nastri coi quali voleva segnare i fiori di san Giovanni, cioè i cespugli di verbasco, di timo e d'asfodelo da cogliere l'indomani all'alba per farne medicinali ed amuleti». 

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Ascolta Grazia Deledda 4| "Suo marito" e Pirandello

Grazia Deledda 4| "Suo marito" e Pirandello

27/09/2021

«Il marito di Grazia Deledda venne a raggiungerci poco dopo e s'improvvisò, seduta stante, un picnic all'Acqua Acetosa. Ci si strinse in una carrozza o due, non mi ricordo. Il marito della romanziera, che qualcuno chiamava irriverentemente Grazio Deledda, aveva preso posto sul sedile e il suo vestito, gonfio di due bottiglie d'eccellente vino dei suo paese, infastidiva molto il nostro vetturino».

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