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Via le mascherine siamo liberi di respirare e di scoprire il volto

 Via le mascherine siamo liberi di respirare e di scoprire il volto
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con Alessandro Campi
Ti conosco mascherina!» sussurrava il nostro antenato veneziano a un ballo festoso, quando qualcuno cercava di camuffarsi dietro una bautta particolarmente coprente. Eduardo De Filippo ci ha fatto un film, ispirandosi a una farsa di Scarpetta. La copertina per il viso che in tutto il mondo si chiama mask, da noi viene invece detta mascherina. Come a ripetere quel sussurro di riconoscimento. Con la «moretta» si nasconde la bocca e i baci sono proibiti, con la moretta si nasconde il naso e gli odori sono molto attutiti.
Eppure, la vituperata maschera comunque ci ha protetti in un momento difficile e di pericolosa contagiosità. La prova sta nel fatto che sono spariti i raffreddori e le influenze che negli anni prepandemia ci colpivano in continuazione. Segno che i cinesi e i giapponesi, usandole appena hanno un colpo di tosse, non sbagliano. Probabilmente siamo stati leggeri nei riguardi del grande flusso di goccioline che corrono per l’aria, e portano un fiato ad intrecciarsi con altri fiati. Non sospettavamo che i nostri respiri potessero essere così trasmissibili e inquietanti. Non solo nei baci, ma nel parlare, nel salutarsi, nello stringersi la mano. Tutte cose che abbiamo imparato ad evitare e che mi chiedo se torneranno a diventare pratica quotidiana.

Ci vorrebbe un altro Scarpetta per raccontare il nostro rapporto con la mascherina: c’è chi la appende al braccio appoggiando poi il gomito su tutte le superfici che gli capitano a tiro, c’è chi la allunga sul mento e sembra che si stia coprendo il gozzo, c’è chi la fa pendere da un orecchio, e chi ancora la mette in tasca accanto alle monete sudice e contagiose.
C’è chi invece si rifiuta decisamente di indossarla. Con che argomento? Il virus non esiste, è una invenzione dei virologi, o meglio delle industrie farmaceutiche per venderci tonnellate di vaccini. Come a dire che il cancro al seno o il tumore alla prostata siano provocati dalle industrie farmaceutiche per smerciare le chemioterapie.
Quando si comincia con i fantasmi evocati dalla paura, non ci sono limiti. In questi deliri ci imparentiamo con epoche visionarie del passato quando ogni gatto nero veniva preso per il demonio, ogni uccello dal becco aguzzo e gli occhi di fuoco incarnava lo spirito della vendetta, ogni serpente che striscia rappresentava il simbolo del tradimento. «Il sonno della ragione genera mostri», come dichiara Goya disegnando un uomo con la testa appoggiata alle braccia, dietro a cui si alzano pipistrelli minacciosi, lugubri ombre, fantasmi provocati da una mente offuscata.

Un amico colto e gentile mi ha detto: ma lo sai che il vaccino deforma il Dna ed è stato creato per cambiare i nostri connotati? E ancora: non ci dicono che per produrre questi rimedi usano i feti delle donne che vengono pagate per abortire. Addirittura? Ma l’amico lo afferma con sicurezza, come a dirmi che sono una povera ignorante, ingenua, pronta a farmi turlupinare dai grandi trafficanti della sanità.
E delle migliaia di morti cosa ne dici?, ribatto stupita. La risposta è: sono i normali morti di influenza che vengono dichiarati deceduti per il virus, ma è tutta una messa in scena per indurci a credere in una malattia che non esiste.

Una visone quasi comica se non fosse inquietante e pericolosa. Per questi sognatori il mondo è un luogo vizioso e perverso, in cui si recita una enorme commedia teatrale. I morti sono finti, i malati pure, i medici recitano una parte, le infermiere non ne parliamo. I virologi sono delle marionette, i politici intenti al gioco delle tre carte, tutti furiosamente intenti a manomettere la realtà per difendere interessi governativi e multimilionari... Ma come farebbe il mondo a mettersi così unanimemente d’accordo per tutto questo teatro?, chiedo. Per raggirare gli ingenui, è la risposta. Un enorme complotto in cui tutti recitano una parte per torchiare il povero cittadino indifeso e renderlo alla lunga un suddito pronto solo a obbedire.
Il cittadino astuto come lui però, fa finta di stare al gioco, ma poi appena non visto, si comporta da furbo di quattro cotte: brucia la mascherina malevola, getta nel cesso la richiesta del vaccino e giura a se a stesso che, di fronte a tanta menzogna, lui, che conosce la verità nascosta, si sottrarrà, con un modo o l’altro , al grandioso complotto internazionale. Chissà se il visionario negazionista, una volta salito sul palcoscenico odiato per sussurrare allo stanco e sudato anestetista «ti conosco mascherina!», non rimanga folgorato dallo sguardo sconfortato e disperato del medico che vede morire tanti poveri malati.

Difficile fare capire a questi gentili signori che la realtà ha una faccia e un corpo che sono riconoscibili e parlano la lingua della verità. Che i morti sono veramente morti; che i medici sono negli ospedali a curare, a loro rischio e pericolo, una malattia infida e terribile; che il dolore è dolore e non finzione.

Dacia Maraiani - La Stampa

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