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Vaccino Covid, seconde dosi spostate per coprire le persone a rischio: si salvano vite?

Vaccino Covid, seconde dosi spostate per coprire le persone a rischio: si salvano vite?
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Con Stefano Zurlo
Domande e risposte in collaborazione con Mario Clerici, ordinario di Immunologia all’Università di Milano e direttore scientifico della Fondazione Don Gnocchi

È possibile ritardare la seconda dose dei vaccini anti Covid senza rischiare un aumento dei contagi?
La scelta fatta dalle Autorità sanitarie inglesi di privilegiare le prime dosi rappresenta un esempio positivo: da gennaio ad oggi i contagi sono passati da 55mila a 2mila al giorno e i decessi da 1.200 a 10 (anche grazie al lockdown). Le persone vaccinate sono circa 36 milioni, di cui 19 milioni con due dosi. In Italia l’Agenzia del farmaco (Aifa) e il Comitato tecnico scientifico (Cts) hanno stabilito che, per quanto riguarda i vaccini a base di mRna, Pfizer e Moderna, la seconda dose può essere somministrata a 42 giorni dalla prima, nonostante le indicazione delle case farmaceutiche (rispettivamente 21 e 28 giorni). Come ha spiegato Giorgio Palù, presidente di Aifa ed esponente del Cts, l’efficacia dei vaccini non viene compromessa se il richiamo si sposta a 42 giorni. Inoltre questa scelta permette di proteggere rapidamente con la prima dose 3 milioni di over 60 che hanno un rischio significativo di mortalità per Covid. La conferma arriva da uno studio della Mayo Clinic di Rochester (Usa), pubblicato sul British Medical Journal, secondo cui ritardare la seconda dose dei vaccini mRna negli under 65 potrebbe ridurre i decessi fino al 20%, grazie all’aumento di disponibilità di prime dosi, a patto che il vaccino abbia un’efficacia di almeno l’80% e i tassi di vaccinazione giornalieri della popolazione si attestino tra lo 0,1% e lo 0,3%. Secondo i ricercatori si potrebbero evitare tra 26 e 47 morti ogni 100mila persone.

Che tipo di protezione inducono i vaccini?
L’attivazione del sistema immunitario avviene a 10-14 giorni dalla prima dose ed è più forte rispetto a quella che si verifica nei guariti da Covid. Il ruolo più importante è quello delle cosiddette memory cells, ovvero i linfociti B (che stimolano la produzione di anticorpi IgG e IgM) e i linfociti T (che distruggono le cellule infettate dal virus). La seconda dose di vaccino serve per potenziare la risposta delle memory cells. Uno studio pubblicato su Science ha mostrato che, dopo la guarigione da Covid, la memoria immunologica dei linfociti B e T resta attiva per almeno 8 mesi, anche a fronte di una diminuzione di anticorpi. Ecco perché un basso livello di anticorpi (per esempio nel referto di un test sierologico) non significa assenza di protezione.

È possibile ricevere la seconda dose con un vaccino diverso rispetto alla prima?
In Italia questa pratica non è autorizzata e la stessa Oms la sconsiglia, in assenza di dati conclusivi in merito. Uno studio preliminare condotto in Gran Bretagna (pubblicato su Lancet) mostra che utilizzando AstraZeneca per la prima dose e Pfizer per la seconda (o viceversa) c’è stato un aumento di effetti indesiderati lievi o moderati nelle 24-48 successive al richiamo (febbre, affaticamento, mal di testa, dolori articolari e muscolari) rispetto alle persone vaccinate con due dosi dello stesso preparato. Nessuno degli 830 partecipanti ha però riportato reazioni gravi tale da richiedere il ricovero in ospedale.

Chi ha ricevuto AstraZeneca può ricevere la seconda dose dello stesso vaccino senza timori?
Sì, i rarissimi episodi di trombosi si sono verificati dopo la prima dose, mentre non sono stati registrati episodi dopo il richiamo. Nell’ultimo Rapporto di farmacovigilanza dell’Aifa sono state segnalate 29 trombosi venose intracraniche e 5 casi di trombosi venose in sede atipica dopo la prima dose di AstraZeneca (su 4 milioni di somministrazioni).

I guariti da Covid si possono vaccinare?
Chi ha superato l’infezione può ricevere una dose dopo 3 mesi e non oltre i 6 mesi. Le persone immunodepresse devono ricevere invece il ciclo vaccinale completo.

(Ha collaborato Mario Clerici, professore ordinario di Immunologia all’Università di Milano e direttore scientifico della Fondazione Don Gnocchi)

Laura Cuppini - il Corriere della Sera 

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