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Prima Pagina del 10 aprile 2021

Prima Pagina del 10 aprile 2021
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Con Alberto Chiara

Erdogan è un leader autoritario, non un dittatore

Inesatta la definizione di Draghi. Il presidente della Turchia vince elezioni dal 2002 e adotta metodi repressivi, ma non ha il potere assoluto in mano

 

C’è forse una dittatura in Turchia? Non vi è dubbio che il presidente turco è un leader autoritario. Erdoğan ha iniziato la sua carriera politica da conservatore con un’identità islamista e negli ultimi anni, con l’obiettivo di ottenere il consenso dell’estrema destra nazionalista (MHP), di cui è dal 2018 è alleato, ha iniziato a utilizzare un registro retorico fortemente nazionalista, islamista.

Erdoğan vince elezioni dal 2002 e ad ogni tornata elettorale competono almeno setto o otto partiti con agende politiche anche completamente opposte. Inoltre Erdoğan ha subito una bruciante sconfitta nei maggiori centri urbani del paese nelle elezioni locali del marzo 2019. Che sia chiaro: il presidente turco e il suo governo stanno conducendo almeno dal 2013 una politica fortemente autoritaria nei confronti dell’opposizione e di ogni voce critica che ha portato all’arresto di centinaia di giornalisti, di intellettuali e di esponenti per i diritti umani e alla richiesta presso la Corte costituzionale di chiusura del terzo maggiore partito del paese. Ha accentrato gran parte dei poteri nelle sue mani col varo del sistema presidenziale del 2018 e controlla il 90% dei media. Ma non ha il potere assoluto nelle sue mani, e definirlo dittatore è piuttosto impreciso: l’opposizione in Turchia, sotto assedio e minacciata, non è stata completamente silenziata, esiste ed è viva, è aggressiva, dinamica, combattiva e non fa sconti al governo. I leader politici d’opposizione continuano ad esprimersi in Parlamento e nelle piazze. Tengono congressi, dibattiti e manifestazioni, convocano regolari elezioni dei loro organi interni e riescono a mettere in crisi il governo.

Insomma, come spesso abbiamo descritto nel documentare le vicende politiche di questo paese, la Turchia ha un governo fortemente autoritario, ma non è una dittatura. Nessun attento osservatore delle dinamiche di questo paese e nessuno studioso esperto potrebbe sostenerlo. È un paese che non rispetta lo stato di diritto e che viola costantemente i diritti umani fondamentali e non è molto dissimile da alcuni paesi dell’est europeo che fanno parte addirittura dell’Unione.

E allora perché il presidente Mario Draghi si è espresso in quel modo quando nessun analista esperto di Turchia lo farebbe? Perché lo ha fatto davanti alla realtà complessa di questa fase storica delle dinamiche interne del paese? Sono domande che ci si pone soprattutto pensando a un Erdoğan in questo momento in grave difficoltà in Patria, con una urgente necessità di uscire dall’isolamento internazionale in cui si è cacciato per la sua politica estera coercitiva. Per rassicurare i mercati, per dare fiducia agli investitori e per far ritornare i capitali nel paese, il leader turco ha bisogno di rilanciare positive relazioni con Stati Uniti e Unione europea. Il Presidente vede, mese dopo mese, i suoi consensi diminuire e ha necessità di uscire dal pantano della crisi economica aggravata dalla pandemia.

Come è noto, dal 2018 il suo partito non ha la maggioranza assoluta in Parlamento e dunque ha bisogno del suo prezioso alleato Devlet Bahçeli, leader del Partito del movimento nazionalista (MHP), di estrema destra anti curda. Semmai dunque la necessità da parte degli alleati di UE e USA è di ingaggiare un’agenda che sia politica e non incentrata meramente su commercio e migrazione. Un’agenda che conferma l’ambiguità dell’atteggiamento europeo che ha spesso avuto verso la Turchia, considerata sempre solo come un baluardo: prima contro la minaccia sovietica e ora per fronteggiare le conseguenze delle tragedie mediorientali, come quella dei rifugiati, e non come partner di un dialogo senza pregiudizi. Questa posizione di Bruxelles ha contribuito a diffondere, nel Governo e nell’opinione pubblica turca, diffidenza e delusione e la convinzione che l’UE non è disposta ad includere Ankara tra le sue capitali.

Ormai di fatto Bruxelles non considera più la Turchia come un paese candidato all’Unione europea e ha dunque cambiato strategia ed è passata ad un approccio con Ankara più pragmatico. Si rende conto che è importante avere relazioni costruttive e stabili con questo paese rinunciando ad affrontare temi spinosi come quelli dei diritti umani sui quali non sarebbe possibile trovare alcun accordo.

Stiamo in sostanza assistendo a una chiara tendenza dell’Unione alla transizione verso una relazione che è più apertamente transazionale: incentrata su una presunta “agenda positiva” che prevede maggiori finanziamenti sulla gestione del contenimento del flusso migratorio attraverso la Turchia che ospita 3 milioni e 600 mila rifugiati e l’ampliamento degli Accordi di Unione doganale. Dunque l’UE propone un approccio basato su commercio e migrazione del tutto privo di una imprescindibile road map sui diritti umani. Questa posizione di Bruxelles si è andata sempre più consolidando, almeno dal 2011 ed è vista dall’opposizione turca con grave sconcerto e delusione.

Ciò non farà che incoraggiare la propensione nella leadership del partito al governo ad avere mano libera nella politica repressiva interna pur mantenendo un basso profilo in politica estera.

Il problema sta nel fatto che ora per l’UE le questioni democratiche nelle relazioni internazionali sono poco piu’ che dettagli. Secondo l’UE, ciò che conta nelle sue relazioni sono soltanto gli interessi geostrategici. Dunque la crisi diplomatica che si è aperta tra Italia e Turchia dopo le dichiarazioni di Draghi, che ha definito il presidente turco un “dittatore”, molto probabilmente non produrrà un’escalation che non conviene a nessuno. Nessuno può prendersi il rischio di far degenerare questo incidente in qualcosa di distruttivo nelle storiche relazioni amichevoli tra Roma e Ankara.

Mariano GiustinoHuffington Post

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