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Il 56% delle famiglie non ce la fa più

Il 56% delle famiglie non ce la fa più
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con Marco Tarquinio
Il Covid ha causato una riduzione del reddito per 7,5 milioni di lavoratori, con la conseguenza che più della metà delle famiglie italiane trova problemi a sostenere le spese quotidiane. Tra coloro che hanno cessato la propria attività per la pandemia, sono ancora 1,8 milioni quelli bloccati. In generale, più di un milione di persone è convinto di perdere la propria occupazione nei prossimi mesi. Sono questi i principali risultati che emergono dalla ricerca «Gli italiani e il lavoro dopo la grande emergenza», realizzata dalla Fondazione studi consulenti del lavoro, che sarà presentata oggi durante la prima giornata del Festival del lavoro, la manifestazione organizzata dal Consiglio nazionale di categoria giunta ormai alla dodicesima edizione. La due giorni del Festival, che si chiuderà domani, verrà trasmesso in diretta anche sul sito di ItaliaOggi, oltre che sul sito creato appositamente dal Cno.

L'indagine evidenzia come ci siano ancora 1,8 milione di occupati che non lavorano, perché interessati da sospensioni di attività o cassa integrazione. Circa un milione tra dipendenti e autonomi, come detto, è convinto di perdere la propria occupazione nei prossimi mesi (rispettivamente 620 mila dipendenti e 400 mila autonomi circa). A questo numero, si aggiungono 2,6 milioni di dipendenti che vedono a forte rischio il proprio futuro lavorativo sull'onda dello sblocco dei licenziamenti. Molto pesante anche il rilievo sui guadagni di coloro che hanno continuato, almeno in parte, a lavorare: viene stimata una platea di 7,5 milioni di individui che ha registrato una riduzione dei propri redditi. Entrando nel dettaglio, il 32,5% degli occupati ha infatti registrato una diminuzione delle entrate che, nel 16,1% è stata tra il 10-30%, per il 10,8% superiore al 30%, mentre solo per il 5,6% si è fermata su valori più bassi. «Il cedimento dei redditi», sottolineano dalla Fondazione, «ha determinato comportamenti molto diversificati nella spesa delle famiglie, accrescendone per molti versi gli stessi effetti. La maggioranza (56,1%) ha infatti incontrato problemi nel far fronte alle spese quotidiane: problemi che, nel 44,2% dei casi hanno portato a tagliare consumi non di primaria necessità, nel 16,7% alla riduzione di quelli essenziali (salute, alimentari), mentre nel 4,4% a chiedere prestiti e indebitarsi». Il report evidenzia inoltre come ci siano delle differenze a seconda della tipologia di occupato che si va ad analizzare. Infatti «più della metà degli indipendenti (53,5%) ha registrato una diminuzione del proprio reddito da lavoro, nel 23,6% dei casi compresa tra il 10% e 30%, nel 15,8% tra il 30%-50% e per un lavoratore su dieci (9,7%) superiore al 50%». Per quanto riguarda i dipendenti «più di un quarto (27,1%) ha visto contrarre il proprio reddito, ma se si escludono i lavoratori della pubblica amministrazione, la percentuale arriva al 31,7%».

I precari sono quelli che hanno incontrato maggiori difficoltà, «non potendo presumibilmente contare su risparmi o redditi adeguati a far fronte a tutte le spese». È il gruppo su cui il calo dei redditi ha prodotto conseguenze più rilevanti: il 68,1% ha infatti ha avuto problemi a far fronte alle spese, che nel 25,6% dei casi hanno comportato il taglio delle spese essenziali, nell'8,8% il ricorso a indebitamento. Anche gli autonomi, infine, hanno dovuto rivedere pesantemente le proprie strategie di consumo (57,1%), tagliando in generale le spese non necessarie (42,2%), ma ricorrendo in misura meno importante al taglio di quelle essenziali (16,5%); il 5,5% si è indebitato o ha chiesto prestiti a famigliari e amici.

«Il rapporto conferma le marcate distinzioni che caratterizzano il mercato del lavoro, anche in termini di reattività alle condizioni esterne», le parole di Rosario De Luca, presidente della Fondazione. «È ora di investire in modo strutturale sulle politiche attive del lavoro, per riqualificare le competenze di tutti quei lavoratori che rischiano di essere espulsi dal mercato con la fine del blocco dei licenziamenti, a partire dai segmenti più fragili. Solo così si possono affrontare le criticità dei prossimi mesi».

Michele Damiani - Italia Oggi

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