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"Chiedere il sacrificio dell'oblio ai parenti delle vittime del terrorismo"

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Con Marco Tarquinio
Galli della Loggia: "Dimenticare, non perdonare, nel nome della collettività. Avrei visto con favore un'amnistia"

Professor Galli Della Loggia, qual è il suo giudizio degli arresti degli ex terroristi italiani a Parigi sul piano storico-politico? È un’operazione che contribuirà a chiarire gli aspetti tuttora irrisolti degli Anni di Piombo, a partire dai delitti Calabresi e Moro, oppure dopo tanto tempo diventa una “vendetta di Stato”?
Sul fatto che questi arresti possano contribuire a fare luce su quel periodo storico, ho forti dubbi. Certo, sul caso Moro c’è chi ipotizza soggetti nascosti a tirare le fila, ma a me sembra che le responsabilità siano abbastanza chiare. Come lo è la vicenda Calabresi dopo diverse sentenze giudiziarie. Restano dubbi sulla Strage di Bologna, su cui difatti è in corso l’ennesimo processo. È l’unico episodio di quell’epoca rimasto nell’oscurità. Ma non mi sembra che gli arrestati di oggi possano contribuire a diradarla.

Fatti di sangue trascorsi 40 o addirittura 50 anni fa. Perseguirli è giustizia dovuta ai familiari delle vittime o accanimento, come lamentano gli avvocati degli ex terroristi?
C’è in questa vicenda un aspetto di inutilità e di superfluità. Cesare Beccaria diceva che le pene sono efficaci se immediate. Parlare di vendetta o di accanimento è dire troppo, ma una superfluità c’è.

Chi ha visto morire un padre o un marito o un fratello obietterebbe che i ritardi della giustizia non possono andare a vantaggio dei colpevoli accertati.
Certo, i parenti delle vittime hanno pieno diritto a vedere in carcere gli assassini. E accanto ai loro diritti di rappresentanti delle vittime, c’è il dovere della comunità, che è la stessa di cui facevano parte le vittime, di risarcirli. Ma c’è anche il diritto della stessa comunità di ricercare la pace civile e l’oblio. Sono due diritti ugualmente importanti.

E come si possono contemperare?
Non si possono contemperare. Non è possibile arrivare a un compromesso. O prevale un principio o l’altro. Si tratta di trovare una forma di risarcimento collettivo. Un’autorità della Repubblica – penso al presidente della Repubblica o al presidente del Consiglio - potrebbe esercitare una moral suasion privata sui familiari delle vittime. Non un invito pubblico perché li metterebbe con le spalle al muro. Ma se l’invito privato fosse accettato, potrebbe poi trasformarsi in un’esortazione pubblica.

Un invito al perdono?
Non al perdono, che applicato a questi fatti rappresenta una dimensione ambigua. Un invito all’oblio nel nome della collettività. Un ulteriore sacrificio, mi rendo conto, oltre a quello già compiuto dai loro familiari. Un invito a dimenticare, non a perdonare.

Non è una prospettiva facile: si tratta di situazioni diverse e di organizzazioni diverse che vanno dalle Brigate Rosse a Lotta Continua, fino ai Pac di Cesare Battisti, condannati anche per reati comuni.
È una di quelle situazioni in cui ci si rallegra di non essere premier, capo dello Stato né ministro della Giustizia. È una questione spinosissima di cui fanno parte molti elementi in contrasto tra loro con fondamenti etici forti. Scegliere un versante risulta estremamente difficile. Il puro dettato della legge impone che i colpevoli siano estradati e scontino la pena, punto. Se invece ci si vuole spostare dalla ferrea applicazione della legge si cade in una serie di dilemmi. Devo ammettere che invidio chi ha un’opinione netta.

Qual è il suo dilemma?
Ci sono due soggetti titolati a un “risarcimento”: la legge e i parenti delle vittime. La legge chiede di essere applicata in modo meccanico; i parenti chiedono giustizia. Lo Stato come comunità, invece, non può non porsi il problema della pace civile che chiuda un’epoca. La soluzione più facile è seguire le norme, ma questo ci lascia insoddisfatti perché capiamo che non si esaurisce così il problema.

Il problema risiede soltanto nella grande distanza temporale tra esecuzione del reato e della relativa pena?
No, non c’è solo la questione temporale. Il terrorismo è stato anche un fenomeno politico. Certo, estremo perché comportava l’omicidio che è un reato gravissimo. Ma questo implica che anche la sanzione non possa che avere un punto di vista politico. Come politica fu la legge sui pentiti di terrorismo voluta da Dalla Chiesa. Dopo tanti anni, un provvedimento di amnistia avrebbe potuto esserci. Io, personalmente, l’avrei visto con favore.

Se è trascorso tanto tempo, è stato anche per la scelta della Francia, che però tradiva un pregiudizio: l’Italia degli anni 70 e 80, sul piano giudiziario, paragonabile al Cile di Pinochet… Col senno di poi, come giudica la dottrina Mitterrand?
Mitterrand non era uno sciocco, conosceva bene l’Italia e aveva molte relazioni con gli ambienti di sinistra. La sua fu una spregiudicata manovra di promozione politica: era un idealista e insieme un cinico e navigatissimo grande uomo politico. Badava moltissimo alla propria immagine, e per questo non volle accogliere Craxi. Bizzarro, a pensarci, che abbia dato asilo ad assassini e non a uno che magari era un grande ladro ma non aveva ammazzato nessuno. Quell’immagine dell’Italia “cilena” non ce l’aveva in testa lui bensì larga parte dell’opinione pubblica francese che il presidente ha solleticato per proteggere quelli che erano considerati rifugiati politici.

Un’opinione che perdura, se due anni fa la scrittrice Fred Vargas si diceva ancora convinta dell’innocenza di Cesare Battisti. Perché?
Intellettuali che scrivono bellissimi libri e dicono enormi sciocchezze politiche si trovano dappertutto in qualsiasi momento.

Perché l’operazione Ombre Rosse è scattata adesso? Sarkozy negò, sia pure per motivi di salute, l’estradizione della Petrella. Macron, presidente più a sinistra, si è impegnato personalmente per questi arresti. Come se lo spiega?
Non lo so davvero. Di certo negli anni la pressione di tutti i governi italiani è stata costante. Forse c’entra la presenza di Draghi, molto popolare in Europa, con cui la Francia ha interesse a stabilire buoni rapporti. Macron può avergli voluto fare questo “regalo” per dimostrare la sua amicizia e spingere Roma verso Parigi rispetto ad altre capitali europee. O più probabilmente, avendo gravi problemi di terrorismo islamico al suo interno, può aver voluto rassicurare l’opinione pubblica del suo Paese mostrandosi inflessibile con i residui del terrorismo italiano. Ma le mie sono solo ipotesi.

Federica Fantozzi - Huffington Post

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