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Brasile a mano armata

Brasile a mano armata
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Il Brasile sempre più armato dopo gli ultimi decreti del presidente Bolsonaro. I disordini nelle carceri in Ecuador e nelle strade per le elezioni del successore di Lenin Moreno.
Da quando è stato eletto, anche con l’appoggio delle lobby delle armi, il presidente Bolsonaro ha aumentato gradualmente l’accesso alle armi e ridotto il controllo sui permessi concessi. Con gli ultimi quattro decreti emessi a febbraio, il limite è stato spostato ulteriormente: i cittadini comuni, per esempio, potranno avere fino a 6 armi da fuoco (da 4) e i cacciatori fino a 60 (da 30). Per quanto riguarda poliziotti e personale militare, potranno portare addosso due armi di grosso calibro contemporaneamente. Allo stesso tempo, è aumentato anche il numero dei caricatori che tutti possono comprare senza nessun obbligo di controllo o sorveglianza da parte di esercito o autorità. Il Brasile è uno dei paesi con il più alto tasso di morti per arma da fuoco al mondo (più del 70% dei quali è nero): l'OMS parla di "epidemia di violenza" quando i morti sono 10 ogni 100mila abitanti. In Brasile superano i 30. Inoltre, il “Trump tropicale”, come veniva chiamato Bolsonaro, ha manifestato il suo appoggio all’assalto a Capitol Hill sostenendo che potrebbe fare qualcosa di simile, se dovesse perdere le prossime presidenziali previste per il 2022.

Giovedì 25 febbraio alle 11.00 Laura Silvia Battaglia ne parlerà con Luigi Spera, giornalista freelance corrispondente dal Brasile per agenzia Nova e altre testate e autore di “Crimine e Favelas” (ed. Eiffel, 2016). 

Sessantadue detenuti sono morti in disordini nelle prigioni di tre città dell'Ecuador a causa di lotte tra bande rivali e un tentativo di fuga: 33 sono morti nella prigione di Cuenca nel sud dell'Ecuador, 21 nella città di Guayaquil sulla costa del Pacifico e otto nella città centrale di Latacunga. Quasi il 70% della popolazione carceraria del paese vive nei centri dove sono avvenuti i disordini. Edmundo Moncayo, direttore delle prigioni, ha detto in una conferenza stampa che 800 uffici di polizia hanno aiutato a riprendere il controllo delle strutture. Le rivolte mortali nelle prigioni sono accadute di frequentenegli ultimi anni in Ecuador, le cui prigioni sono state progettate per 27.000 detenuti ma ne ospitano circa 38.000. 
Il Consiglio nazionale elettorale (Cne) dell'Ecuador ha intanto ufficializzato che, sulla base dei risultati delle elezioni del 7 febbraio, il candidato progressista Andrés Arauz (Unes), con il 32,72% dei voti, e quello conservatore Guillermo Lasso (Creo-Psc) con il 19,74%, parteciperanno ad un ballottaggio l'11 aprile per stabilire chi dei due sarà il successore del presidente Lenin Moreno. Si apre ora una fase in cui secondo la legge elettorale i candidati esclusi potranno presentare ricorsi. Ed è quello che quasi certamente intende fare il candidato ambientalista indigeno Yaku Pérez, del partito Pachakutik che, terzo con il 19,38% dei suffragi, è convinto che la sua esclusione dal ballottaggio sia "frutto di brogli". Per questo ha organizzato con l'appoggio di varie organizzazioni indigene una marcia di quasi 700 chilometri che, partita da Loja, arriverà a Quito martedì prossimo: ne parliamo con Fabio Bozzato, giornalista freelance esperto di America Latina, collabora con varie testate come Il Venerdì, Specchio, Eastwest. 

Andrea Borgnino con le sue Interferenze ci racconterà di "Radio Palavra Libre", Radio Parola Libera, un progetto radiofonico che arriva dai carceri dell'Ecuador.

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