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Prima Pagina del 18 febbraio 2021

Prima Pagina del 18 febbraio 2021
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con Martino Cervo

Meglio in casa che in ospedale 

La lotta all'epidemia sarà più lunga del previsto, i vaccini da soli non bastano. Occorre avere una seconda gamba che consenta di curare chi intanto si ammala: nuovi farmaci e terapie domiciliari». Luigi Cavanna, primario di oncoematologia dell'ospedale di Piacenza, pioniere in Italia delle cure domiciliari precoci contro il Covid, a lui il Time dedicò una copertina come eroe della lotta all'epidemia nei mesi bui della prima ondata, è di rientro da una delle sue quotidiane visite a casa di un paziente che ha contratto il coronavirus. Il premier Mario Draghi ha concluso il suo discorso per la fiducia al Senato. E la riforma della medicina del territorio è tra i punti chiave della nuova sanità. «Spero sia la volta buona. Una nuova medicina territoriale deve essere a regime l'approccio per tutte le malattie croniche, da quelle cardiovascolari a quelle oncologiche. Ma per rivedere il sistema», avverte Cavanna, «occorre ripensare al ruolo dei medici ospedalieri e dei medici di base, non si può più pensare di lavorare stando chiusi in un ospedale oppure nel proprio ambulatorio».

Il presidente del consiglio ha posto il piano vaccinale in testa alle priorità per mettere in sicurezza il Paese.
I vaccini sono fondamentali ed è importante non dico fare presto ma prestissimo. Ma da soli non bastano. Purtroppo la lotta all'epidemia sarà più lunga del previsto, i numeri restano impattanti, questo virus è insidioso, e l'arrivo delle varianti ci apre scenari nuovi. Occorre avere una seconda gamba che consenta di curare chi intanto si ammala: nuovi farmaci e terapie domiciliari. L'obiettivo è non far arrivare in ospedale chi si ammala di Covid, la cura non deve essere l'ospedale. Altrimenti ci troveremo sempre scoperti.

La medicina del territorio è nel programma di riforma della sanità promessa dal premier, lo slogan è «la casa come principale luogo di cura».
Lo vado dicendo da tempo, speriamo che sia la volta buona, adesso che lo dice Draghi. E guardi che è decisiva non solo nella lotta al Covid. Io, primario ospedaliero, dei pazienti che ho curato direttamente a casa per Covid, seguendoli da remoto per controllare l'andamento giornaliero attraverso semplici strumenti di telemedicina e portando loro i farmaci, non ne ho perso nessuno. Ma, dicevo, una nuova medicina del territorio è decisiva per tutte le malattie croniche, da quelle cardiovascolari a quelle oncologiche. In ospedale si dovrebbe venire solo per gli eventi acuti.

Come sta messa oggi la medicina territoriale?
Ricevo telefonate da città diverse, Pesaro, Genova, Venezia, Catania, Roma, e la percezione che ho è che molte persone siano seguite con grande difficoltà dai medici di base: sarà anche il Covid che crea paura nei sanitari, che non hanno strumenti adeguati di protezione, ma in generale il paziente a casa viene seguito poco e questo è deleterio. Curare bene in ospedale un paziente la cui malattia si cronicizzerà è un successo, ma comporta che una volta uscito sia seguito, comporta che ci siano controlli, visite, terapie. Questo va fatto fuori e va fatto bene, per evitare di bruciare la maggiore aspettativa di vita guadagnata. E senza costringere il paziente a vivere praticamente in ospedale.

E quindi?
Dobbiamo plasmare il sistema sanitario tenendo conto che una parte sempre crescente di pazienti avrà necessità di essere curata in modo cronico. Abbiamo bisogno di un nuovo modello di cura, di una continuità assistenziale vera. Io ho l'esperienza di Piacenza, ma so anche di quanto fanno a Novara o a Parma: c'è stata l'integrazione tra ospedale e territorio, molti medici ospedalieri fuori dalla struttura e hanno seguito i pazienti nell'interazione con il medico di base. Questo ha accresciuto le chance di successo delle terapie.

Cosa va cambiato?
Servono strutture, investimenti in telemedicina, ma soprattutto personale, medici e infermieri. Occorre ripensare al ruolo dei medici ospedalieri e dei medici di base, non si può più pensare di lavorare stando chiusi in un ospedale oppure nel proprio ambulatorio.

intervista con Luigi Cavanna di di Alessandra Ricciardi - Italia Oggi

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