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Prima Pagina del 12 gennaio 2021

Prima Pagina del 12 gennaio 2021
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con Lidia Baratta

Nella comunità dei baby-pusher. «Tossici già a 12 anni, mai visto prima»

Seduto davanti alla scrivania di Simone Feder c’è un ragazzo di 17 anni: ha il volto spento, le mani nelle tasche del piumino con il cappuccio, la schiena ricurva. Simone lo ha convinto da poco a entrare nella sua comunità di recupero per tossicodipendenti «La Casa del giovane» a Pavia. Quasi tutti minorenni. Lo ha letteralmente strappato dal bosco di Rogoredo (clicca qui per leggere lo speciale su Rogoredo con foto, video e notizie) dove faceva lo spacciatore. Oggi è sotto protezione perché quello che ha iniziato a raccontare è più di uno spaccato sul mondo della droga a Milano e provincia. Entrato nel boschetto per acquistare una dose per uso personale ne è uscito praticamente «capopiazza». O meglio, non è mai più uscito. Parla del suo orario di lavoro ininterrotto dalle 8,30 del mattino fino alle 21,00. Solo di eroina ne vendeva 70 grammi al giorno: acquistata dal fornitore albanese a 6 euro e rivenduta a 20 euro. La comprava a etti. La «scura», la «nera», la «brutta» sono i nomignoli della droga che si pensava dimenticata negli anni ’80 e che invece sta registrando un prepotente ritorno. 

«I ragazzi di oggi non hanno vissuto la devastazione che l’eroina ha fatto in quegl’anni, non hanno memoria storica per cui si buttano in queste droghe non conoscendone quasi niente», spiega Simone mentre riascolta gli audio delle testimonianze in cui quel ragazzino gli parla dei soldi che riusciva a portare a casa: anche settemila euro al giorno più due grammi di eroina e mezzo grammo di cocaina in omaggio, una sorta di bonus produzione. E poi la lista dei clienti insospettabili, il traffico ininterrotto di auto di lusso in fila per prendere una dose. «C’era una signora che veniva al boschetto con il bambino neonato seduto sul sedile posteriore, comprava mezzo grammo di coca, si fermava dieci metri più avanti per fumarla nella stagnola e poi andava via. Quasi ogni giorno almeno due volte al giorno». Riassume la trasformazione di ragazzini diventati pusher come lui ma prima ancora rapinatori, scippatori, aggressori, qualcuno omicida come i due ragazzini di 14 e 15 anni che a Monza hanno massacrato con 20 coltellate un uomo per una dose. «In dieci chilometri ci sono dieci squadre di spacciatori, ognuno con il suo giro di clienti nella Milano bene» racconta. Del resto, molti di loro fanno parte proprio di quel mondo. Simone li chiama «figli di papà» e li troviamo ampiamente rappresentati nella comunità di recupero. Comprese le donne, poco più che bambine come Alice che nei loro 15 anni di vita hanno già messo in fila crack, erba, cocaina, eroina, prostituzione. 
Feder non vuol sentir parlare di droghe leggere e droghe pesanti. «Anche la cannabis ha raggiunto livelli di principio attivo così alti che questa distinzione non ha più senso. Tutti quelli che ho in comunità hanno cominciato rollando canne e sono finiti con l’eroina comprata per pochi euro. Si devastano in pochissimo tempo alla ricerca della ‘botta’ che dura sempre meno e lascia segni permanenti sempre più profondi». È un vomito di episodi che rovesciati così, tutti insieme, non dicono molto se non la distanza siderale tra due mondi. Ma che poi si intrecciano con le vite del resto della società e diventano la spiegazione di quella giornata che fu sconvolta dal fatto di microcriminalità: la rapina sotto casa, lo scippo dell’orologio, la borsetta strappata via da un ragazzino sul motorino, il furto dell’auto, il coltello alla gola... I protagonisti ora sono davanti a una telecamera con lo sguardo fisso, le rughe della fronte che disegnano timidezza, gli occhi hanno perso la furia sanguinaria. Restano i tic, l’ansia, il parlare accelerato di alcuni entrati ancora da troppo poco tempo in comunità. Per gestire la «scimmia», come vengono chiamate in gergo le crisi d’astinenza, Feder ha due psichiatri che li monitorano costantemente. La spavalderia non c’è e forse senza droga non c’era nemmeno prima. Quei visi che si spingevano sotto il muso a dirti di consegnare i soldi ora sono distanti, preoccupati di dimostrare che non erano se stessi, che se ne vergognano. 

Non è così per tutti che di quella vita hanno ancora in mente lo sballo delle feste a base di sesso, droga e alcol nel chiuso di appartamenti senza genitori. Figli di medici, avvocati, imprenditori, impiegati, quadri aziendali. Genitori che sapevano che i figli a 12 anni si sfinivano di coca e non sono riusciti a tirare il freno. Hanno deragliato insieme. Hanno lasciato le professioni, le auto costose, i vestiti firmati e sono venuti in questo viottolo a Pavia a piangere fuori la porta di Simone, pregandolo di prendersi cura del proprio figlio. Ci sarebbe posto solo per sei ragazzi ma ne ospita dodici: «Il centro è pieno ma come fai a dire di no a un papà che viene in lacrime a portarti il figlio?». Quei figli li rivedono una volta alla settimana. Con le mani sporche di fatica; dalla carpenteria alla falegnameria si lavora sodo. E c’è il piacere di farlo. Come racconta un quindicenne con i capelli tagliati ancora alla moda, il gubbino nero con il cappuccio. Qualche mese fa lo alzava sulla testa, volto coperto, per andare a rapinare la gente in strada con un cacciavite. Doveva soddisfare il bisogno di 3-4 grammi di coca al giorno. Una quantità tale da renderlo un mostro. Così doveva apparire alle vittime quando in strada le picchiava senza un motivo, solo per divertimento. Ora racconta di quanto sia bello avere «qualcuno che ti spiega come si lavora», gli piace, non avverte l’obbligo anche se è in comunità perché un giudice lo messo alla prova. 

L’unico contatto con il mondo di prima è la visita settimanale dei genitori. È così che la famiglia ricompare gradualmente nelle loro vite. Guardano negli occhi la sorellina di 11 anni a cui rubavano i risparmi per comprare la droga e piangono. Come è stato possibile? Si sentono in debito. Ogni tanto qualcuno scappa, attratto dall’andazzo di prima. Poi torna, più sconfitto di prima e con danni cerebrali ancora più importanti di prima. Il più piccolo a varcare questi cancelli è stato un ragazzino di 13 anni con un tasso di cocaina nel sangue che nemmeno un tossicomane di vecchia data riesce a toccare. Il cut off (l’esame che determina il livello di droga nel sangue) segnava più di tremila. Per essere positivi occorre superare la soglia di trecento. «Il primo contatto di un ragazzino con la droga ha cambiato aspetto, tempistiche e motivazione» spiega Feder. Prima accadeva durante gli anni del liceo, ora nei bagni delle scuole medie. Il pusher non aspetta all’uscita di scuola ma è già dentro. Alcuni frequentano le lezioni solo per poterla spacciare. Mario, 16 anni, il nome vero non si può scrivere, ha iniziato perché bullizzato. Sedeva nei banchi della seconda media con qualche chilo di troppo, motivo sufficiente per mortificarlo. Lui che già aveva subito lo schiaffo di un padre che lo ha abbandonato e di una madre assente. 
«Mi son detto: se è così che funziona allora anche io voglio diventare come loro e la cocaina mi ha dato la forza». Da vittima si è trasformato in carnefice, era l’incubo dei compagni di scuola. Non riesce a smettere di parlare, non fa pause. Così ha annegato la timidezza che riemerge per fargli confessare la paura più grande: «Non voglio restare solo». E non ti sentivi solo quando ti drogavi? «Ora posso dire di sì ma prima mi dava l’illusione di avere tanti amici. I ragazzi stavano con me e guardavano ammirati perché in un giorno riuscivo a procurarmi cento euro di cocaina». Altri suoi compagni di classe hanno lunghi mesi di assenze scolastiche e tante presenze nel bosco di Rogoredo. E non solo in quello. «Nelle campagne del Pavese ce ne sono almeno dieci di boschetti come quello milanese». Gabriele, nome di fantasia, ha iniziato a fare i rave party in giro per l’Italia a 15 anni. Dopo un anno i genitori lo hanno cacciato di casa. A 16 anni viveva in strada o a casa di amici. Così ha iniziato ad acquistare «erba» a credito che faceva circolare durante le ore di ricreazione a scuola. Strafatto di tutto quello che si poteva provare oggi ha ricordi labili. Sente il bisogno di scusarsi: «Ti dico la verità, non mi ricordo molto di quegli anni». In totale ne sono sei. Anni buttati, cancellati. La droga ha devastato la memoria e fatto terra bruciata attorno. Da qualche mese inizia lentamente ad assorbire nozioni di carpenteria nel laboratorio della comunità. Ha una buona manualità. Dalle sue mani spunta un fiore giallo di metallo. È bellissimo, è l’unica cosa colorata in mezzo a tanta ferraglia.

Antonio Crispino – Corriere della Sera
 
 

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