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Prima Pagina del 11 gennaio 2021

Prima Pagina del 11 gennaio 2021
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con Lidia Baratta

Dopo la sfida a Trump, Mark Zuckerberg ci ricatta via WhatsApp

Dopo che Mack Zuckerberg ha deciso in un attimo di chiudere l’account Facebook di un utente che, ancora per qualche giorno, ha sempre accanto una valigetta con i codici per attivare le armi nucleari degli Stati Uniti, pensate si faccia qualche scrupolo a costringervi a cedergli tutto quello che avete nel vostro smarthpone? Mentre a livello globale Zuckerberg cerca di rifarsi un’immagine di campione della democrazia e dei diritti silenziando Donald Trump – di cui è stato consigliere prima e poi bersaglio di azioni antitrust – tenta una mossa senza precedenti per appropriarsi dei nostri dati.

Avrete notato tutti che il servizio di messaggistica WhatsApp, 2 miliardi di utilizzatori nel mondo, ora ci chiede di accettare le nuove impostazioni di privacy, altrimenti non si potrà più usare l’applicazione: nel 2016 Facebook ha comprato WhatsApp per 19 miliardi di dollari ma non ha mai spiegato per farci cosa.
Alle autorità antitrust americane aveva promesso di non far comunicare WhatsApp (messaggi da un utente all’altro, criptati) con Facebook (piattaforma per raccolta dati e vendita di inserzioni pubblicitarie mirate).
Ma Facebook poi si è comportata come i monopolisti da manuale, una volta che ha conquistato abbastanza potere di mercato, ha iniziato a usarlo per spremere i suoi clienti.

Nel business delle piattaforme digitali il servizio è, all’apparenza, gratuito. Quindi, a differenza dei monopolisti classici (la Telecom di una volta, le Autostrade di oggi), Facebook non alza il prezzo, ma abbassa la qualità di quello che propone, cioè estorce all’utente il bene più prezioso: i suoi dati.
Non c’è modo di sottrarsi, l’unica soluzione è smettere di usare WhatsApp dal prossimo 8 febbraio quando le nuove regole diventeranno stringenti, come ha suggerito di fare il miliardario della Tesla Elon Musk che ha consigliato di passare a Signal, altra app di messaggistica critptata indipendente e non profit (peccato che Facebook paghi Apple abbastanza per far apparire i propri servizi sullo store anche quando l’utente prova a scaricare Signal).

WhatsApp comunica ai suoi utenti che, per continuare ad usare il servizio, devono accettare le nuove regole che, in sintesi, impongono la comunicazione tra la messaggistica e le altre aziende della “famiglia” Facebook e la possibilità di ricevere offerte commerciali.
Guarda caso, WhatsApp ha appena lanciato un nuovo servizio che permette alle aziende di offrire prodotti e servizi via messaggio, così come fanno da tempo via Facebook (e tramite i servizi concorrenti di Google e Amazon).

Nella versione italiana delle nuove impostazioni di privacy si legge: «Utilizziamo le informazioni a nostra disposizione per comunicare con l'utente in merito ai nostri Servizi per comunicare all'utente i nostri termini, le informative e altri aggiornamenti importanti. WhatsApp potrebbe proporre comunicazioni di marketing per i servizi e per i servizi delle aziende di Facebook».
Si legge anche che «le attività commerciali potrebbero inviare all'utente notifiche relative a transazioni, appuntamenti e spedizioni, aggiornamenti sui prodotti e sui servizi, e annunci pubblicitari» e che «i messaggi che l'utente potrebbe ricevere da parte di un'attività commerciale potrebbero includere un'offerta per qualcosa di suo interesse».

In questo nuovo mercato di cui siamo costretti a diventare clienti, i dati degli utenti di WhatsApp hanno un enorme valore, perché consentono alle aziende di profilare il loro pubblico potenziale. E dunque, se vogliamo continuare a messaggiare e a scambiarci foto, dobbiamo concedere a Zuckerberg il nostro numero di telefono (ovviamente), tutti gli altri registrati nella nostra rubrica con le informazioni abbinate, tipo le foto profilo e le informazioni su quando i nostri contatti sono online e altro. Tutte queste informazioni vengono conservate in «data center e sistemi di tutto il mondo, anche al di fuori dei paesi di residenza dell'utente».
Se tenete alla vostra privacy e volete provare a continuare a usare WhatsApp senza cedere tutti vostri dati a Mark Zuckerberg, potete mandare una mail e chiedere clemenza, ma non c’è alcun criterio chiaro per ottenere l’esenzione, dipende dalla magnanimità dell’azienda che rivendica la totale discrezionalità. Si legge per esempio che una richiesta di protezione dei propri dati può essere respinta perché «per il trattamento dei dati diverso da quello relativo al marketing diretto, facciamo affidamento a basi legali diverse da quelle dei nostri interessi legittimi (o degli interessi di terzi) o di attività eseguite nel pubblico interesse».

Questo comportamento predatorio nei confronti degli utenti non è nuovo nella storia di Facebook, anzi, è il modo in cui ha costruito la sua espansione: prima offre servizi a condizioni migliori di quelle dei concorrenti poi, una volta che ha costruito la massa critiche che scoraggia gli utenti dall’abbandonare la piattaforma, peggiora le condizioni, soprattutto dal lato della privacy.
Ha fatto lo stesso tra 2006 e 2007, quando Zuckerberg criticava gli accordi di scambio dati tra MySpace, allora il social network più frequentato, e Google. Facebook cercava di sottrarre utenti al concorrente promettendo una attenta selezione all’ingresso e garanzia di protezione dei dati, delle foto e tutto il resto, prometteva addirittura di “non usare cookies per tracciare il comportamento degli utenti”, come ha ricostruito l’esperta di pubblicità Dina Srinivasan nel suo celebre paper The Antitrust case against Facebook.
Poi, ovviamente, Zuckerberg ha violato tutte le promesse dopo aver conquistato sufficiente potere di mercato, come sta facendo anche ora. Si è opposto alla violazione della privacy di WhatsApp quando la richiedeva l’amministrazione Trump (ufficialmente per combattere il terrorismo), ma non ha scrupoli nel farlo quando serve ai ricavi della sua azienda.

Stefano Feltri - Domani

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