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Prima Pagina del 24 dicembre 2020

Prima Pagina del 24 dicembre 2020
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con Alberto Faustini

Il Natale in corsia dei bimbi con il Covid: “Sogniamo la pizza”

Esiste un luogo dove i bambini hanno chiesto tutti lo stesso regalo di Natale: tornare a casa. Rannicchiarsi tra le braccia della mamma, stringersi forte a papà, e piangere anche. Ma finalmente di gioia. Il loro sogno è uscire dall’isolamento, e correre, se i polmoni ce la fanno, fosse anche solo dalla macchina al portone, e da lì a perdifiato su per le scale. Dietro gli oblò decorati da renne e orsetti, i desideri dei piccoli ricoverati del reparto Covid del Bambino Gesù di Palidoro, ristretti dal virus tra le pareti di un ospedale nel periodo che un tempo è stato il più magico dell’anno, sono sogni di libertà. Al primo piano di un padiglione off limits del polo di Fiumicino, ritagliato tra il mare e i campi, Lorenzo, Gianmarco, Patrizia e gli altri aspettano. «Il mio obiettivo è rimandare a casa tutti quelli che posso e prima possibile» dice scorrendo l’elenco Andrea Campana, il responsabile della Pediatria multispecialistica che dal 15 marzo scorso, con la sua équipe, ha accettato la sfida di trasformare la struttura in un reparto Covid d’eccellenza, individuato come centro di riferimento per i casi pediatrici dalla Regione Lazio. Da allora quasi 300 bambini sono entrati e usciti, e per ciascun ricoverato, altri due sono stati seguiti a domicilio grazie al lavoro delle Asl con Usca e pediatri.

Degli undici presenti alla data del 23 dicembre, che hanno dai 18 giorni ai 17 anni, qualcuno sarà dimesso già oggi, altri dovranno aspettare Capodanno e accontentarsi di raccogliere attraverso le finestre i bagliori delle feste. Poiché il presepe quest’anno è rimasto assieme al personale non autorizzato fuori dal reparto, Annarita Ciuffreda e Giulia Driussi, che la caposala Gloria Tontini definisce «le nostre infermiere creative», hanno creato un albero orizzontale che corre lungo il soffitto del corridoio, una decorazione fatta di luci e di sfere trasparenti, ognuna delle quali contiene la foto di uno dei quasi trenta membri dello staff. «I bambini non conoscono i volti delle persone che si prendono cura di loro perché sono sempre coperti da mascherine: abbiamo voluto mostrarci così, sorridenti, e anche dall’interno delle camere, grazie alle lucette, riescono a vedere le immagini». Il menù delle feste è già sui tavoli di tutti: pesce per la vigilia, tortellini e arrosto a pranzo il 25 dicembre. Ma attraverso il telefono Lorenzo, 13 anni, sospira: «Appena esco da qui voglio una pizza margherita». Oltre il vetro l’altro Lorenzo, 12 anni, ricoverato assieme al padre, ride e saluta, ed è noto a tutti qui come, essendo ricoverato dal primo dicembre, non veda l’ora di scappare, al punto che un giorno si è vestito da galeotto. Ha appena inviato via whatsapp a Campana un tema in cui racconta la sua esperienza con la Mis-c, la sindrome multi-infiammatoria sistemica associata al coronavirus: «Solo 60 ragazzi in Italia e poche centinaia nel mondo sono stati così fortunati e bravi da riuscire a prenderselo» ironizza, raccontando i suoi cinque giorni in terapia intensiva, le sue preoccupazioni per la scuola che «da secchione» si ponevano «anche prima delle cinque entrate venose, di quella arteriosa e del catetere», e il padre che «vaga alla ricerca di un contatto con il mondo ormai dimenticato». «Ora – conclude – mi aspetto solo che entro la fine dell’anno io possa chiudere alle mie spalle la porta di questo corridoio e che possa aprire quella di casa mia così come l’anno nuovo si aprirà ad una miriade di nuove esperienze». Campana ha un piano, se gli riesce: con l’autorizzazione della direzione sanitaria, vuol far riunire in reparto, per Natale, le famiglie: «Quest’anno non potremo portare nulla dentro le stanze: non avremo i volontari delle associazioni vestiti da supereroi o Babbi Natale: ci saranno doni, libri da leggere ad alta voce e personale coi cappellini rossi, certo, ma sarà più un Natale del cuore. E mi auguro che ci siano pochissimi bimbi ricoverati perché così avendo più stanze disponibili potremo magari fare entrare le mamme e i papà che sono fuori. Sarà il nostro regalo».

Nei lunghi mesi della pandemia, racconta, è stata proprio la sofferenza delle famiglie la cosa più difficile da gestire. «Con il bambino noi accogliamo anche il papà o la mamma: abbiamo visto scene da panico, con genitori negativi che non volevano stare coi figli positivi e ci chiedevano di lasciarli soli, abbiamo seguito un ragazzino con gravi problemi di obesità che durante il ricovero ha perso il padre e né lui né la madre sono riusciti ad andare al funerale. Poi dieci giorni terribili con un bambino autistico con un disturbo del comportamento peggiorato in isolamento finché non abbiamo capito che con un iPad si calmava». E quella mamma distrutta d dalla solitudine, che tutte le notti si addormentava piangendo mentre ascoltava i genitori della stanza accanto parlare, e sognava di confrontarsi con loro mentre da casa il marito chiedeva: «Quando mi ridate mia moglie e mia figlia?».

Maria Rosa Tomasello - La Stampa

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