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Prima pagina

Prima Pagina del 26 dicembre 2020

Prima Pagina del 26 dicembre 2020
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con Alberto Faustini

L’importanza di essere padri per aiutare a diventare grandi 


Su questo giornale, a novembre, un gran pedagogista come Giuseppe Bertagna ha ricordato che le emergenze sanitaria ed economica a motivo della pandemia «sono paradossalmente meno gravi di quella pedagogica». E ha chiesto un “mea culpa” in generale degli adulti. Papa Francesco, nella recente lettera Patris corde specifica ancor più: «Nella società del nostro tempo, spesso i figli sembrano essere orfani di padre... Anche nella Chiesa c’è bisogno di padri». Queste “provocazioni” inducono a riflettere e a segnalare alcune carenze che sembrano essere alla base della «orfananza» di tanti figli (papa Francesco), per offrire qualche spunto per una paternità più responsabile.

Primo: scarseggiano proposte educative che invitano i ragazzi a “puntare in alto”, a ribellarsi a una vita mediocre: sembra che stiamo educando «polli di allevamento » e non «aquile» (A. De Mello). Secondo: è venuta meno l’autorevolezza e la testimonianza da parte degli adulti, anzi, spesso c’è molto cattivo esempio. Troppi sono i padri assenti, complici, “mammi”, deboli modelli di identificazione, in famiglia come anche nelle istituzioni formative alla vita consacrata. Terzo: mi pare carente la proposta di motivi e valori che appassionino il cuore e riempiano il vuoto che i giovani si portano dentro. Un vuoto, attenzione, che spesso dipende dalla mancanza di senso e non per forza da traumi psichici. Queste tre carenze mi pare stiano lasciando le giovani generazioni senza pathos – tanti, infatti, si rifugiano nell’apatia – e senza logos – tanti “sparano fuori” gli impulsi del momento ( acting-out), con poca capacità di decisioni ponderate e con scarso autocontrollo.
In epoca di pandemia, anche da voci laiche e con un vocabolario simile a un “quaresimale”, abbondano gli appelli ad avere comportamenti ispirati a sacrificio, rinuncia, prudenza, astinenza, capacità di resistenza-resilienza, essenzialità, rispetto per gli anziani, capacità di “stringere la cinghia”, senso del dovere etc. Ma queste condotte non spuntano come i funghi, bensì esigono un vero e proprio allenamento e sono il frutto di uno stile educativo che da tempo sembra essere stato emarginato dalla cultura predominante: l’atteggiamento del lasciar correre (laissez faire), rispetto a quello di una sana pro-vocazione, è di gran lunga il più adottato in tutti gli ambienti (forse perché più comodo?). Perché, allora, meravigliarsi di quanto è accaduto in estate o anche di recente, nonostante il numero dei contagi e dei mor- ti? Pensate che nelle prossime festività andrà meglio? Lo spero, ma ne dubito! Certo, per l’educazione c’è bisogno di tempi lunghi, ma se il modello e lo stile educativo prevalente non vengono messi in discussione neanche con le provocazioni dell’attuale realtà, l’aumento di “adultescenti” è destinato a crescere e avremo sempre più generazioni con difficoltà nel far fronte alle prossime sfide.
Un modello educativo tutto sbilanciato sulla propria soddisfazione e sul piacere come può favorire comportamenti responsabili e maturi? Spesso ai ragazzi e ai giovani è stato fatto passare il messaggio che il divertimento è una priorità, quasi un obbligo ed è da “sfigati” non approfittarne. Allora perché mai dovrebbero saper rinunciare? Se non aiutiamo a capire che, per dirla con il saggio Qoelet, c’è un tempo per la gratificazione e uno per la frustrazione; un tempo per il “sì” e un tempo per il “no”; che il piacere deve fare i conti con il dovere; che il “tu” e il “nostro” chiedono che si metta da parte l’“io” e il “mio”; se non educhiamo a un sano senso di colpa e rimorso quando si fa qualcosa di male a danno degli altri o di se stessi, perché stracciarsi le vesti dinanzi alle scene che quotidianamente sono sotto i nostri occhi e che assai probabilmente si ripresenteranno durante le prossime festività natalizie?

Lello Ponticelli - Avvenire

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