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Prima pagina

Prima Pagina del 23 dicembre 2020

Prima Pagina del 23 dicembre 2020
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con Alberto Faustini


Rosario Livatino sarà beato: il ‘giudice ragazzino’ sarà il primo magistrato nella storia della Chiesa ad avere questo riconoscimento
 

(...) Livatino era nato a Canicattì il 3 ottobre 1952, primo e unico figlio di Vincenzo, laureato in legge e pensionato dell’esattoria comunale, e Rosalia Corbo. Negli anni del liceo si dedicò moltissimo allo studio e si impegnò nell’Azione cattolica alimentando così la sua fede. Si laureò in giurisprudenza a Palermo nel 1975 col massimo dei voti e a 26 anni, nell’estate 1978, entrò nella magistratura. Dopo il tirocinio presso il Tribunale di Caltanissetta, il 29 settembre 1979 entrò alla Procura della Repubblica di Agrigento come pubblico ministero. Per la profonda conoscenza che aveva del fenomeno mafioso e la capacità di ricreare trame, di stabilire importanti nessi all’interno della complessa macchina investigativa, gli vennero subito affidate delle inchieste molto delicate. E lui, infaticabile e determinato, firmò sentenze molto importanti che lo fecero entrare rapidamente nel mirino delle organizzazioni mafiose. Il 21 settembre 1990, mentre stava percorrendo come al solito la statale 640 per recarsi da Canicattì dove viveva al Tribunale di Agrigento, venne raggiunto da un commando di quattro sicari assoldati dalla Stidda agrigentina e barbaramente trucidato. Fin subito dopo la morte, la Chiesa cattolica riconobbe l’eroismo del giovane servitore dello Stato che aveva vissuto tutta la propria breve esistenza alla luce del Vangelo. Per questo motivo, fu successivamente avviata la causa di beatificazione che ora si è conclusa positivamente con l’approvazione di Bergoglio.

San Giovanni Paolo II definì Livatino “martire della giustizia e indirettamente della fede”. Parole che il Papa polacco disse ai genitori del magistrato il 9 maggio 1993, poco prima di rivolgere ai mafiosi il suo storico appello alla conversione nella Valle dei Templi di Agrigento. Per Francesco “Livatino è un esempio non soltanto per i magistrati, ma per tutti coloro che operano nel campo del diritto: per la coerenza tra la sua fede e il suo impegno di lavoro, e per l’attualità delle sue riflessioni”. E ha aggiunto: “Quando Rosario fu ucciso non lo conosceva quasi nessuno. Lavorava in un Tribunale di periferia: si occupava dei sequestri e delle confische dei beni di provenienza illecita acquisiti dai mafiosi. Lo faceva in modo inattaccabile, rispettando le garanzie degli accusati, con grande professionalità e con risultati concreti: per questo la mafia decise di eliminarlo”. Secondo Bergoglio “Livatino ha lasciato a tutti noi un esempio luminoso di come la fede possa esprimersi compiutamente nel servizio alla comunità civile e alle sue leggi; e di come l’obbedienza alla Chiesa possa coniugarsi con l’obbedienza allo Stato, in particolare con il ministero, delicato e importante, di far rispettare e applicare la legge”.
(...) 

Francesco Grana - il Fatto Quotidiano

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