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Prima Pagina del 20 novembre 2020

Prima Pagina del 20 novembre 2020
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Con Giuseppe De Tomaso

Nella Calabria dei dissesti e dei clan ora va azzerato il debito della sanità

 

Dieci anni di gestione commissariale senza direzione politica sono stati peggio che avere le ‘ndrine direttamente al comando. I clan non hanno smesso di guadagnare dal sistema sanitario calabrese e il commissariamento ha spesso portato solo a tagli e nessuna modifica

 

Partiamo subito da una possibile soluzione per il disastro della Sanità calabrese: azzerare il debito provocato dalle stagioni commissariali. E i creditori? Non si hanno documenti contabili certi, quindi siamo di fronte a un coacervo burocratico insolvibile, e a quanto ammonta il debito? Sappiamo dati vaghi e per difetto: due miliardi di euro. Debiti e burocrazia, benvenuti al sud, benvenuti nel sistema sanitario meridionale e specificamente calabrese. Tutto nasce con il commissariamento, una scelta politicamente facile da comunicare perché in un solo gesto mostra la volontà di voler “ripulire” nella terra di ’ndrangheta il settore infetto. Non è mai così. I commissariamenti posso valere – e quindi essere necessari e risolutivi – solo per brevi, brevissimi periodi in cui servono a interrompere meccanismi di potere incistati e permettere poi la ripartenza con una visione politica, con una gestione reale dei progetti e non con una struttura autoritaria e miope spesso come accade con i commissariamenti a lungo termine.

Commissariare per dieci anni è stato peggio che avere le ’ndrine direttamente a comandare. Il motivo è semplice, le ’ndrine non hanno smesso di guadagnare dal sistema sanitario calabrese e il commissariamento ha spesso portato solo a tagli, accentramenti di potere e nessuna modifica delle prassi di gestione. Un elemento simbolico su tutti: in Calabria esiste ancora nella sanità la “contabilità orale”, una forma di gestione delle finanze che permette di non tracciare per iscritto i flussi contabili. È proprio così come emerge dall’analisi del Tavolo Adduce; il tavolo di monitoraggio interministeriale lo scorso ottobre aveva denunciato la gestione lacunosa dell’ex commissario Cotticelli. Il rischio più grande è che il commissariamento sia assolutamente peggiore del problema che formalmente motiva il suo essere.

 

Esattamente come quando le aziende mafiose vengono chiuse e sequestrate e non confiscate e fatte ripartire sotto altra proprietà e vettore. Quando questo accade, ossia che finiscono nella gestione degli amministratori giudiziari per sempre, nel territorio la prima reazione è: molto meglio quando quelle aziende erano in mano ai clan, perché funzionavano, assumevano e agivano; in mano gli amministratori si è tutto fermato, l’azienda è fallita e i salari prosciugati. Quello che dovrebbe essere un momento per interrompere potere criminale e ridare vita legale diventa invece piano emergenziale perenne e quindi ricostruzione di tutte le contraddizioni e deficienze che si volevano invece fermare.

Se si vuole provare a affrontare davvero la sanità calabrese serve la cancellazione del debito. Il commissariamento diventa una sorta di provvedimento “coloniale” del governo centrale che cerca di intervenire non dando, tra l’altro, nessuna direzione né politica né di crescita economica e inevitabilmente poi deve fare accordi con il territorio, anzi con chi comanda sul territorio. Dal luglio 2010, quando Tremonti nominò Scopelliti commissario della Sanità della regione Calabria, ad oggi la situazione è solo progressivamente peggiorata per la sanità calabrese che vede infatti i suoi cittadini, quando possono, andare a curarsi fuori regione e quando non possono indebitarsi per farlo. La Calabria ha visto, come molte altre regioni meridionali, la chiusura dei piccoli e medi ospedali, il blocco delle assunzioni, l’impossibilità del ricambio del personale sanitario, insomma il completo disfacimento della medicina territoriale. Commissariare ha significato tagliare, spezzare, isolare, peggiorare.
Jole Santelli, la presidente regionale recentemente scomparsa, aveva annunciato l’attivazione di 400 posti in terapia intensiva, l’assunzione di 270 infermieri e 200 Oss: nulla di questo è avvenuto. Le pandemie non creano le crisi, le pandemie radicalizzano le crisi esistenti, e in una situazione fatiscente come quella della sanità calabrese (della sanità meridionale andrebbe detto!) non poteva che accadere quello che sta accadendo. Le organizzazioni mafiose spesso sono la grande scusa dietro cui trincerarsi, come dire “non è stato possibile avere una Sanità dignitosa perché ci sono le cosche” quando è esattamente il contrario: proprio perché non c’è stata una gestione della sanità razionale e corretta vincono le cosche. In un sistema dove nulla funziona è lì che l’organizzazione mafiosa si insidia e anzi vince fornendo liquidità, controllo e organizzazione.

Gestire la Sanità (si tratta dell’80% del capitolo spesa di una Regione) significa avere in mano la regione, e l’arresto del presidente del consiglio regionale Mimmo Tallini mostra come non si possa governare senza i legami con il comparto sanitario e che il comparto sanitario è stabilmente ancorato alla ’ndrangheta. Qualora fossero confermate le accuse che la DDA di Catanzaro, avremmo la prova che Tallini e il comparto farmaceutico che sosteneva era parte di un piano di scambio di voti e favori tra ’ndrangheta e politica necessario per la crescita imprenditoriale. La storia è antica, chi ricorda il caso Fortugno? Ormai sono passati 15 anni dal suo omicidio. Francesco Fortugno, medico e vicepresidente del Consiglio Regionale della Calabria, venne ammazzato davanti al seggio elettorale delle primarie dell’Unione su ordine di Alessandro e Giuseppe Marcianò, padre e figlio, rispettivamente caposala e infermiere all’ospedale di Locri. L’obiettivo dell’omicidio fu quello di punire e comandare, per piazzare nella sanità un uomo delle ’ndrine ritenuto più affidabile di Fortugno. La sanità doveva rimanere salda nelle mani delle cosche e perché questo potesse accadere, uccisero in un “territorio” simbolico, quello delle primarie politiche. Il significato di quell’omicidio fu: ciò che vi diamo (leggi il consenso politico), ve lo togliamo quando vogliamo. Da quell’omicidio in poi nulla è davvero cambiato nei meccanismi che legano politica, impresa e ’ndrangheta.

Perché le cose cambino, non serve sottrarre alla Calabria ogni capacità di gestione, ma serve una direzione politica e serve efficienza. Serve razionalità, riapertura dei piccoli ospedali locali, quello che andrebbe fatto lo sa qualsiasi medico di base, qualsiasi infermiere meridionale. Ciascuno di loro sa di cosa ci sarebbe bisogno per poter permettere una gestione dignitosa della sanità calabrese eppure non viene fatto. Più assunzioni basate sul merito, più protezione dei talenti, più capacità organizzativa sono scelte che allontanano il controllo ’ndranghetista che dalla gestione commissariale non viene colpito. Il commissario, in questo momento di emergenza, è necessario ma non è sufficiente, il peso gigantesco dei debiti, i gangli burocratici impediscono ogni azione reale. Gino Strada è abituato alle imprese impossibili e siamo sicuri che operativamente darà un aiuto importante, ma avrebbe bisogno di una struttura e di supporto reale enormi per riuscire a cambiare la situazione calabrese. Al netto di tutte queste parole ormai vane, vane perché da troppo tempo pronunciate e inascoltate, rimane una richiesta perentoria e vitale per la sopravvivenza dei calabresi: azzerare il debito provocato dalle stagioni commissariali. Subito. 

 

                                                                                                                                                            Roberto Saviano – la Repubblica

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