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Prima Pagina del 14 ottobre 2020

Prima Pagina del 14 ottobre 2020
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con Jacopo Zanchini

Studenti fantasma per due professori su tre con la didattica a distanza

Nel periodo fra il 3 aprile e il 7 maggio 2020 con la didattica a distanza (dad) meno di un terzo degli insegnanti, il 30,4 per cento, ha raggiunto tutti gli studenti della propria classe; rispetto alla media nazionale al Sud va peggio: la percentuale si abbassa al 24,2 e nelle isole al 23,7. E’ solo uno dei dati di una ricerca presentata ieri dalla Flc-Cgil in collaborazione con la Fondazione Giuseppe Di Vittorio, l'Università La Sapienza di Roma e l’Università di Teramo, intitolata «La scuola restata a casa». E’ stata condotta durante la pandemia su circa 1500 questionari online (metodologia Cawi, sono 1197 quelli ritenuti validi) rivolti ai docenti delle scuole. L’analisi è mirata sul loro lavoro, mette in luce i problemi dei prof durante la dad e le diseguaglianze a livello territoriale. Ma i dati riguardano tutta la comunità scolastica. E soprattutto gli studenti.

Solo nel 62,5 per cento dei casi, vi si legge, «sono state attivate delle iniziative di formazione per sostenere i docenti nell’acquisizione delle competenze necessarie per la didattica a distanza, con delle carenze maggiori che emergono tra i docenti della scuola primaria (il 44,5 non ha ricevuto una formazione specifica)». E ancora: per il 21,4 per cento dei prof la piattaforma utilizzata dalla scuola è poco o per nulla adeguata. Quasi tutti hanno usato video o audiolezioni in streaming, ma più di otto insegnanti su 10 (l’83,3 per cento) ha usato un dispositivo proprio, non condiviso con altri membri della famiglia. E poi ci sono gli orari saltati, le difficoltà della gestione delle classi e le conseguenze sulla qualità didattica. Visti i dati, il segretario della Flc Cgil Francesco Sinopoli chiede subito «regole contrattuali certe» e un tavolo di confronto al ministero dell’Istruzione o all’Aran. Anche perché la didattica a distanza torna di stringente attualità. «Ma per noi la dad resta l’extrema ratio», è la chiosa, «e non può essere considerata la soluzione per gestire i problemi esterni alla scuola, come quello dei trasporti di cui si sapeva anche a giugno, della sicurezza o del reclutamento».

Lunedì sera, infatti, nel confronto con governo prima del varo del nuovo Dpcm, da parte delle Regioni è arrivata la proposta di passare alla didattica a distanza almeno nelle classi degli ultimi anni delle superiori, quelle in cui i ragazzi hanno più di 14 anni, come se l’età fosse di per sé sufficiente a evitare problematiche di abbandono. Proposta respinta dal muro alzato dal premier Giuseppe Conte e dai ministri dell’istruzione Lucia Azzolina e degli Affari regionali Francesco Boccia. Dalla proposta si sono dissociati poi il presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini e quello del Lazio Nicola Zingaretti. E con il cerino in mano è rimasto il veneto Luca Zaia.

I contagi salgono, anche negli istituti. Ma la ministra ha promesso di non chiudere le scuole, anche per non mettere di nuovo in difficoltà le famiglie. Il premier è con lei: «Abbiamo fatto tanti sacrifici per far tornare i ragazzi in sicurezza a scuola. Dalle verifiche che abbiamo fatto, le condizioni di sicurezza si stanno rivelando efficaci anche per la responsabilità di dirigenti scolastici, docenti, personale Ata e dei nostri ragazzi. Non si crea generalmente nessun focolaio di diffusione del contagio, ma dobbiamo stare attenti a quello che c'è attorno alla scuola, prima e dopo». Il riferimento è ai trasporti, i mezzi con cui i ragazzi e le ragazze vanno a scuola. E si contagiano. Anche Zingaretti dice no al ritorno alla dad: «Penso che dovremo ancora tutelare la scuola in presenza: rischiamo di avere una generazione a cui viene privata socialità e incontro che vengono dalla scuola. Esasperato dalla solitudine, poi vai a fare la movida».

Torniamo alla didattica a distanza. Negli ambienti ministeriali la ricerca della Cgil può essere sospettata di essere uno studio interessato a aiutare la tesi sindacale. Il fatto è che i nuovi dati sono l’altra faccia di una medaglia già fotografata in piena pandemia dall’Istat, con un’indagine condotta sulle famiglie e sugli studenti: in quel periodo il 12,3 per cento dei ragazzi fra i 6 e i 17 anni non aveva un computer o un tablet in casa (pari a 850mila ragazzi). Nel Mezzogiorno la quota saliva quasi al 20 per cento (circa 470mila ragazzi). Il 57 per cento doveva condividere il device con altri componenti della famiglia, il 96 aveva la connessione ma non sempre riusciva ad accedere alla dad. Che aveva raggiunto, secondo la ministra Lucia Azzolina, «più di 6,7 milioni di alunni». Ma gli studenti sono 8 milioni e 400mila: dunque più di un milione e mezzo ne sono stati esclusi. Senza neanche pensare agli studenti con disabilità: secondo quella statistica un alunno su tre era praticamente «sparito».

C’è questo e altro dietro il no del governo al ritorno alla didattica a distanza da parte del governo. Sempreché questo no regga. L’associazione nazionale dei presidi assicura che oggi gli istituti sono molto più preparati. Ma restano i rischi: gli insegnanti che perdono ragazzi e bambini dai radar, per non parlare dei più piccoli. Oggi i sindacati organizzano presìdi di fronte alle prefetture di tutta Italia, nel rispetto delle regole no Covid. La scuola è sotto stress: la didattica in presenza non decolla, il concorso per i prof precari sta per aprirsi il 22 ottobre in una situazione di incertezza generale, e di contagi crescenti. E «non è possibile scaricare sul mondo della scuola il problema del trasporto pubblico». Partecipa anche il comitato Priorità alla Scuola: «La soluzione è far circolare più mezzi pubblici, non chiudere le scuole. È il trasporto che deve essere al servizio degli studenti, non il contrario», spiegano, «costringere le scuole superiori alla didattica a distanza equivale a negare il diritto allo studio e alla socialità ai ragazzi italiani per un altro anno scolastico». Per la prima volta, almeno per ora e solo su questo, il governo è d’accordo con loro.

Daniela Prziosi - Domani

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