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Prima Pagina del 24 ottobre 2020

Prima Pagina del 24 ottobre 2020
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con Walter Passerini
Mancano le risorse, ma la vita umana ha un prezzo? È possibile anche solo immaginare che, a partire da 85 anni, non si abbia più il diritto di essere ammessi in un reparto di terapia intensiva?
Sin dall’antichità, prima di iniziare a esercitare, i medici hanno sempre prestato sermone.
Giurando non solo di non nuocere ai propri pazienti, ma anche di prestare soccorso a chiunque si ammalasse. «Giuro di curare ogni paziente con scrupolo e impegno – recita la versione contemporanea del giuramento di Ippocrate – senza discriminazione alcuna e promuovendo l’eliminazione di ogni forma di diseguaglianza nella tutela della salute». Fino a pochi mesi fa, nessuno aveva mai osato ipotizzare che si potesse discriminare un malato in base al sesso, alla nazionalità, alla posizione sociale, alla disabilità o all’età anche in caso di scarsità di risorse economiche o umane. E allora come mai, nella civilissima Svizzera, in piena pandemia Covid-19, l’Accademia delle Scienze mediche e la società di medicina intensiva hanno modificato le linee guida ospedaliere introducendo, tra i criteri di triage, il parametro dell’età? Perché un paziente Covid di più di 85 anni non dovrebbe poter più essere ammesso in terapia intensiva anche se non presenta alcun fattore collaterale come l’insufficienza renale o l’insufficienza cardiaca?
Mancano i letti, mancano i respiratori, manca il personale sanitario, potrebbe rispondere qualcuno, descrivendo la situazione tragica nella quale ci si è trovati nei mesi di marzo e di aprile e nella quale rischiamo di ritrovarci ovunque a breve. Aggiungendo subito dopo che, essendo costretti a scegliere chi ammettere o meno in terapia intensiva, è forse meglio attenersi a un criterio omogeneo. Come vuoi che si faccia quando mancano le risorse? Vorresti tirare a sorte? Invocare il principio: «Chi prima arriva meglio alloggia»? Dare la priorità a chi occupa posizioni di rilievo nella società? Non pensi che sia meglio scegliere in base all’età, sbarazzando così una volta per tutte i medici dal dramma di dover scegliere chi provare a salvare e chi invece condannare? Non credi che coloro che hanno compiuto 85 anni, in fondo, la propria vita l’hanno già vissuta?
Ma io penso tutto il contrario. Non perché ignoro che le risorse siano scarse. Anzi. In nome del principio di giustizia, che è uno dei cardini dell’etica medica, sono proprio queste risorse che dovrebbero essere ampliate, investendo sulla sanità invece di erodere, com’è stato fatto sino ad ora anno dopo anno, le risorse allocate agli ospedali e al personale medico. Sono però profondamente convinta che sia immorale anche solo provare a definire un criterio generale di ammissione nei reparti di terapia intensiva. Farlo, e scegliere il criterio dell’età, significa infatti far passare il messaggio che le persone anziane possono essere trattate come scarti. Come se la vita avesse un valore crescente o decrescente e, a partire da una certa età, si valesse di meno; talmente poco che la sorte è già segnata e tu, caro vecchio, non hai più diritto alle cure!
È possibile (anzi certo) che ovunque, e non solo in Svizzera, quando la pandemia era fuori controllo, i medici si siano trovati con le spalle al muro e abbiano dovuto scegliere chi ammettere e chi invece lasciar fuori. È possibili (anzi certo) che ovunque siano stati privilegiati i pazienti più giovani, o comunque ritenuti più in grado di altri di poter sopravvivere e uscire indenni dopo essere stati intubati e rianimati. È possibile (anzi certo) che prendere una decisione come questa non ti faccia dormire la notte, ti sconvolga l’esistenza e magari ti porti anche a desiderare di smettere di lavorare in ospedale. Ma un conto è il dramma puntuale di una scelta impossibile, altro conto è una tragedia studiata a tavolino e programmata, col pretesto che, tanto, qualcuno deve pur decidere. (…)

Michela Marzano - La Stampa


 

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