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Prima Pagina del 23 settembre 2020

Prima Pagina del 23 settembre 2020
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con Agnese Pini

Covid, Trump attacca Xi sulla pandemia: «La responsabilità è di Pechino 

Dovrebbe essere il luogo di dialogo per eccellenza, ma negli ultimi anni parecchi leader hanno usato la tribuna dell’Assemblea generale dell’Onu, in programma ogni settembre al «palazzo di vetro», per scavare trincee. Con discorsi come quelli di Donald Trump che voltano le spalle al multilateralismo o con assenze, dialoghi spezzati, mosse aggressive (Putin e Xi Jinping).
Quest’anno la 75esima assemblea delle Nazioni Unite è caduta in tempi di rapporti ancor più tesi tra le potenze mondiali. E la crisi sanitaria provocata dalla pandemia ha dato un’evidenza plastica all’incomunicabilità tra i leader di un mondo che ci aspettavamo sempre più strettamente interconnesso. Non solo Trump che mette sul banco degli accusati la Cina invitando l’Onu a obbligare Pechino ad assumersi le sue responsabilità per la diffusione del coronavirus o Xi Jinping che replica criticando i «leader che vorrebbero bullizzare il mondo» e «i Don Chisciotte che pensano di poter sconfiggere le forze della storia», ma anche il gelo di questa sorta di stati generali del mondo che si svolgono senza leader — apparsi solo in video e con messaggi preregistrati — mentre le delegazioni fisicamente presenti nella sede di New York sono ridotte a uno o due esponenti per ognuno dei 193 Paesi membri, tutti distanziati nell’enorme sala dell’Assemblea.
Consapevole che la celebrazione dei tre quarti di secolo dell’Onu non sarebbe stata una festa, il segretario generale, Antonio Guterres, aveva invitato tutti a moderare i toni per non far scivolare ancora di più il mondo verso una nuova guerra fredda. Non si può dire che sia stato ascoltato.

Già in passato Trump aveva gelato l’Assemblea con la sua filosofia dell’America First. Non c’era da aspettarsi niente di meno per l’Assemblea 2020, a poche settimane dalle elezioni presidenziali. Il presidente è andato oltre spiegando che tutti devono augurarsi che l’America sia sempre più ricca perché «la prosperità degli Stati Uniti è alla base della liberta e della sicurezza del mondo». Poi l’attacco alla Cina sul coronavirus nel giorno in cui gli Usa tagliano il tragico traguardo dei 200 mila morti per la pandemia. Anche in questa sede solenne Trump è tornato a definire il Covid il «virus cinese» e ad accusare Pechino di aver chiuso tempestivamente i voli interni per mettere al sicuro dai contagi le sue province, mentre non ha fatto altrettanto coi voli internazionali, spargendo, così, il virus nel mondo.
Accusa pesante da fare in una sede ufficiale, ma non infondata. Così come non infondata, anche se eccessiva nei toni, è l’accusa alla Cina di essere il più grande inquinatore del Pianeta: molto più degli Stati Uniti anche se Pechino ora vorrebbe proporsi — dopo il ritiro degli Usa dagli accordi di Parigi sul clima — come guida planetaria per la decarbonizzazione.

Il presidente cinese Xi Jinping non ha risposto direttamente a queste accuse perché il suo intervento, trasmesso dopo quello di Trump, era stato registrato in anticipo. Ma è stato comunque duro col leader Usa, pur non citandolo mai: per criticarlo ha curiosamente preso in prestito una figura letteraria europea, Don Chisciotte, e, atteggiandosi a paladino della globalizzazione, ha detto che chi la combatte «nasconde la testa sotto la sabbia come uno struzzo: il mondo non tornerà all’isolazionismo». Ma chi non mette la testa sotto la sabbia vede anche che la Cina si comporta in modo molto aggressivo nel Mar Cinese meridionale e ai confini con l’India e continua a spedire nei campi di concentramento un gran numero di cittadini delle sue minoranze musulmane.

Massimo Gaggi - Corriere della Sera

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