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Prima Pagina del 28 luglio 2020

Prima Pagina del 28 luglio 2020
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con Francesco Costa

Cappato e Welby assolti. Così i giudici ampliano il diritto al suicidio assistito

«Il fatto non costituisce reato». Non è stato «aiuto al suicidio». È stato qualcos’altro, che in Italia ancora non trova un nome e una via legale. Ma il gesto compiuto da Mina Welby e Marco Cappato, che il 13 luglio 2017 accompagnarono Davide Trentini, 53 anni, malato di Sla, a morire in una clinica Svizzera, è stato ritenuto degno di assoluzione. Così come era già successo per Dj Fabo, ieri è arrivata un’altra sentenza storica.

Nell’aula della Corte d’Assise di Massa Carrara, il pm Marco Mandi aveva chiesto una condanna a 3 anni e 4 mesi. Ma l’aveva fatto, codice alla mano, pronunciando queste parole: «Chiedo la condanna con tutte le attenuanti generiche e ai minimi di legge. Il reato di aiuto al suicidio sussiste, ma credo ai loro nobili intenti. È stato compiuto un atto nell'interesse di Davide Trentini, a cui mancano i presupposti che lo rendano lecito. Colpevoli sì, ma meritevoli di alcune attenuanti che in coscienza non mi sento di negare». Prima che la corte si ritirasse in camera di consiglio, Marco Cappato aveva rilasciato una dichiarazione spontanea: «Abbiamo fornito un aiuto innegabile in assenza di qualunque parametro di legge. Abbiamo aiutato Trentini in base ad un dovere morale e lo rifarei esattamente nello stesso modo. Alla corte vorrei ricordare che, dalla morte di dj Fabo e di Trentini, altre decine di persone si sono recate in Svizzera per il suicidio assistito e le autorità italiane ne sono state informate da quelle elvetiche. Nessun procedimento penale, però, si è aperto. Quelle persone non hanno avuto bisogno di noi, perché avevano i soldi per farlo. Ma questo non può essere il discrimine tra malati che soffrono». Non può esserci differenza fra chi si può permettere l’ultima scelta e chi no, questo sembra confermare la sentenza di ieri. Anche Mina Welby, entrando nel Palazzo di giustizia di Massa Carrara, aveva usato parole ferme. «Sono serena. Ieri notte ho pensato alla mamma di Davide Trentini, la mia battaglia è per lei. Se verrò condannata, voglio andare in carcere. Temo che mi diano i domiciliari. Allora protesterò perché se sono pericolosa voglio essere messa in condizione di non nuocere». Le cose sono andate in un altro modo.

Come Dj Fabo, anche Davide Trentini aveva chiesto aiuto. Era malato di sclerosi multipla dal 1993. Ogni mese le sue condizioni di vita peggioravano, fino a quando erano diventate un calvario. Mina Welby gli era stata accanto nel viaggio in ambulanza verso la Svizzera, Marco Cappato aveva raccolto i fondi necessari. Così, il 13 aprile 2017, in una clinica di Basilea, Davide Trentini aveva lasciato registrate queste parole come testamento da lasciare all’Associazione Luca Coscioni: «Basta dolore. La cosa principale è il dolore. Bisogna focalizzarsi sulla parola dolore. Tutto il resto è in più». Quel giorno aveva scelto l’eutanasia.

Ieri sera, tre anni e quattro mesi più tardi, le due persone che lo avevano sostenuto nei suoi convincimenti sono state prosciolte. Mina Welby ha detto: «Questa sentenza per me è come una stella cometa, che segna al parlamento quello che deve fare». Marco Cappato ha aggiunto: «È un precedente importante perché apre degli spazio di libertà per il fine vita. Ora però serve un legge per garantire a tutti questo diritto, a determiniate condizioni. Per poter essere liberi fino alla fine».

Se questa sentenza incide il pronunciamento della Corte Costituzionale del 2019, che così ha stabilito: «Non è punibile chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli». Cappato fa notare che la sentenza di ieri rafforza questo principio: «Davide Trentini non aveva sostegni vitali, cioè macchine. Ma probabilmente i giudici hanno interpretato in senso più ampio l’idea di sostegno vitale includendovi, come dicevano noi, anche terapie farmacologiche e pratiche manuali necessarie alla sopravvivenza». Resta inevasa l’indicazione della Consulta: «In attesa di un indispensabile intervento del legislatore…».

Niccolò Zancan - La Stampa
 

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