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Maturadio

Tra vulcani e terremoti

Tra vulcani e terremoti
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La tettonica delle placche di Paolo Ballato.

Vulcanismo: prodotti delle eruzioni, edifici vulcanici, tipi di eruzioni, distribuzione dei vulcani; terremoti: faglie, onde sismiche, sismografi, distribuzione dei terremoti; la tettonica delle placche. Editor per Rai Radio 3 Roberta Fulci.

Maturadio è un progetto di podcast didattici per la maturità promosso dal Ministero dell'Istruzione con la collaborazione di Rai Radio 3 e Treccani
Ideazione di Christian Raimo
La sigla di Maturadio è di Teho Teardo

Ciao, sono Paolo Ballato, sono un geologo e lavoro al Dipartimento di Scienze dell’Università di Roma Tre 
Il cosiddetto «tetto del mondo», il Monte Everest, è formato da calcari contenenti resti di gigli di mare, organismi che 400 milioni di anni fa vivevano in un mare poco profondo. Cosa ha spinto quelle rocce così in alto? E dov’è finito l’oceano in cui si sono formate? 
Tutte le catene montuose del Pianeta sono il prodotto di forze endogene, ovvero interne, che da miliardi di anni deformano la litosfera; queste forze agitano senza sosta il nostro irrequieto pianeta. L’attività vulcanica e sismica rappresenta un chiaro segno di tale dinamicità.
In questa lezione descriveremo i fenomeni vulcanici e i fenomeni sismici e li inquadreremo nel contesto della Teoria della Tettonica delle Placche, una teoria unificante che permette di spiegare da sola tutti i processi geologici che si verificano sulla Terra. 

Iniziamo dai vulcani. L’attività vulcanica consiste nel trasferimento del magma dall’interno del pianeta alla sua superficie. Il vulcanismo non solo ha contribuito alla formazione e all’accrescimento della crosta terrestre, ma con l’emissione di gas e vapori ha avuto un ruolo determinante anche nella formazione dell’atmosfera e dell’idrosfera. 
Il vulcanismo non riguarda soltanto la Terra. Le sonde spaziali ci hanno mostrato imponenti segni di attività vulcanica anche su molti pianeti e satelliti del Sistema solare. Il più grande vulcano finora scoperto è su Marte, mentre l’attività vulcanica più intensa è certamente quella di Io, il satellite più interno di Giove; anche le rocce della superficie della Luna sono in gran parte il prodotto di antichissime vaste eruzioni.

Ma che cos’è un vulcano? Il magma è un sistema complesso di roccia fusa, che contiene anche vapore acqueo e sostanze gassose a temperature che variano da 1200 a 600°C. I gas vulcanici svolgono una funzione importante nell’innescare le eruzioni, un po’ come l’anidride carbonica presente in uno spumante: se agitiamo o scaldiamo una bottiglia tappata, la pressione del gas all’interno può aumentare fino a fare saltare il tappo e allora l’anidride carbonica si libera rapidamente e fuoriesce dalla bottiglia trascinando con sé parte del liquido. 
Qualcosa del genere accade nelle eruzioni vulcaniche, dove il volume dei gas che si liberano dal magma aumenta a mano a mano che il magma risale, mentre la pressione esercitata dalle rocce sovrastanti, che mantiene i gas disciolti, diminuisce. 

La manifestazione superficiale del vulcanismo, cioè la parte che possiamo osservare direttamente, include tre aspetti fondamentali quali:
1) I prodotti delle eruzioni (e quindi in cosa si trasforma il fuso magmatico);
2) Gli edifici vulcanici (e quindi quali sono le morfologie associate alla fuoriuscita del fuso);
3) I tipi di eruzioni (e quindi come avviene la fuoriuscita del fuso). 

Iniziamo dal primo aspetto, i prodotti delle eruzioni vulcaniche.  Possiamo distinguere tre tipologie distinte: le lave, le piroclastiti e le emissioni gassose. 

a) Le lave sono fluidi ad alta temperatura che fuoriescono dal condotto vulcanico e che perdono gran parte dei gas e vapori. Le lave differiscono tra loro per composizione chimica, per contenuto di gas e per temperatura. Sono tutti fattori che influiscono sulla viscosità dei magmi, cioè sulla resistenza allo scorrimento. 
b) Le piroclastiti («frammenti di fuoco») si formano quando i gas che si liberano con violenza trascinano verso l’alto brandelli o gocce di lava, che solidificano mentre sono in volo e ricadono sulle pendici del vulcano. Insieme ai brandelli di lava, nelle fasi esplosive più forti vengono strappati via frammenti di rocce dalle pareti del condotto vulcanico, 
che trascinati all’esterno, entreranno a far parte delle piroclastiti. Le piroclastiti hanno dimensioni molto variabili: da ceneri fino a bombe, ovvero da meno si 2 millimetri ad alcuni centimetri o decimetri
c) E poi ci sono le emissioni gassose che contengono vapore acqueo (70-95%) e anidride carbonica in grande quantità; meno abbondanti, ma importanti, sono zolfo, cloro e azoto. I gas liberati durante l’attività vulcanica hanno contribuito, nel lontano passato della Terra, a formare gran parte dell’atmosfera e continuano ad alimentarla.

Lave, piroclastiti e gas rappresentano le forme assunte dai prodotti delle eruzioni. Vediamo ora le tipologie di edifici vulcanici. 

2) A seconda del modo con cui il magma risale verso la superficie e fuoriesce, i vulcani vengono distinti in due grandi tipologie: i vulcani centrali e i vulcani lineari 
a)i vulcani centrali (o areali) sono quelli a cui tutti pensiamo alla parola “vulcano”: Sono caratterizzati da un’apertura in superficie – il cratere – che si trova alla sommità di un cono più o meno pronunciato, costituito dalle colate di lava e/o materiali piroclastici che si sono accumulati nel tempo. Questo tipo di vulcani si forma quando il magma risale sulla superficie per mezzo di un condotto chiamato camino vulcanico che va dall’area di alimentazione (la camera magmatica) fino in superficie.

Ma non tutti i vulcani hanno la tipica forma di cono: esistono anche 
b) i vulcani lineari, che si formano quando il magma risale attraverso fessure eruttive, ovvero delle fratture profonde. Questo tipo di vulcani si trova soprattutto in corrispondenza delle dorsali oceaniche come vedremo nei prossimi minuti.

Abbiamo passato in rassegna anche gli edifici vulcanici. Ma come vi ho detto all’inizio, le manifestazioni superficiali del vulcanismo sono tre: i prodotti delle eruzioni, gli edifici vulcanici e le eruzioni vere e proprie. 

Possiamo trarre informazioni non solo dalla forma del vulcani e da quel che resta dopo l’eruzione (ovvero la roccia), ma anche da come avviene l’eruzione. 
3) Per quanto riguarda il tipo di eruzione i fattori determinanti sono la viscosità del magma (funzione del contenuto in Si) e il contenuto in gas, soprattutto vapore acqueo e anidride carbonica. È possibile, perciò, distinguere due tipi principali di eruzione: 
a) eruzione effusiva. Queste eruzioni sono tipiche di lave molto fluide;
b) eruzione esplosiva per magmi viscosi e ricchi di gas.

Non è tutto bianco o nero. Fra queste due categorie si hanno ovviamente diversi gradi intermedi. In questo caso distinguiamo tre tipi di eruzioni miste, cioè sia effusive che esplosive associate a questi vulcani. Questi tipi di eruzione hanno preso il nome da eruzioni  del passato: ci sono le eruzioni di tipo stromboliano, con  esplosioni di bassa energia che si susseguono ad intervalli variabili da secondi a ore, come quelle che si verificano a Stromboli, eruzioni di tipo vulcaniano (associate ad una energia superiore come quelle dell’isola di Vulcano), ed eruzioni di tipo pliniano, le più esplosive di questa famiglia intermedia di eruzioni; le esplosioni infatti producono colonne eruttive che si innalzano per decine di chilometri come quella del Vesuvio del 79 d.C. che distrusse Pompei e fu descritta da Plinio il giovane). 
Non è ancora finita: ci sono anche le eruzioni di tipo idromagmatico (freatomagmatico) ovvero di tipo esplosivo, prodotte dall’interazione del magma con acqua.

Come sono distribuiti i vulcani sulla Terra? Sapreste dire quanti sono i vulcani attivi al mondo? La risposta vi sorprenderà: circa 1500! Si trovano sia sulle terre emerse (dove sono circa 600), sia nei fondali oceanici. Ad esclusione di un certo numero di vulcani in punti isolati (detti «punti caldi»), sono concentrati in lunghe fasce o catene di edifici vulcanici. Tra queste possiamo riconoscere: le dorsali medio oceaniche, i vulcani in prossimità delle fosse e quelli dei punti caldi.
1. Il vulcanismo delle dorsali oceaniche, che è il tipo più diffuso, e si estende per decine di migliaia di chilometri, a profondità medie di 2.6 km. I vulcani lineari in corrispondenza delle dorsali oceaniche si ergono dalle piane circostanti per circa 2 km di altezza; da questi fluiscono grandi quantità di lave basaltiche fluide. In qualche caso, il vulcanismo associato alle dorsali oceaniche si manifesta anche sopra il livello del mare, formando delle isole: è quanto avviene in Islanda, dove la dorsale medio-atlantica emerge per un lungo tratto grazie alla presenza di un «punto caldo». 
2. La gran parte dei vulcani emersi, però, si trova lungo i margini di alcuni continenti, o forma intere catene di isole vulcaniche. In entrambi questi casi, gli allineamenti di vulcani sono fiancheggiati da profonde depressioni del fondo oceanico, strette e lunghissime, chiamate fosse abissali. I vulcani allineati lungo le fosse abissali (per esempio, quelli della cosiddetta Cintura di fuoco che circonda l’Oceano Pacifico) sono tutti caratterizzati da attività vulcanica di tipo esplosivo e i loro prodotti sono in gran parte materiali piroclastici. 
3. Alcuni vulcani, infine, si trovano in punti isolati all’interno dei continenti o delle piane abissali: sono i punti caldi. Per esempio, i vulcani Mauna Loa e Kilauea, nelle isole Hawaii, sono la manifestazione di un punto caldo; si trovano al centro di una vastissima piana abissale. 

La distribuzione geografica dell’attività vulcanica non è quindi casuale ma segue un disegno preciso, tanto da suggerire che tale attività sia il riflesso di qualche processo ben più importante, in atto all’interno del pianeta.

Che cos’è un terremoto? Un terremoto è una vibrazione più o meno forte della Terra prodotta da una rapida liberazione di energia meccanica in profondità. Il punto in cui l’energia si libera è l’ipocentro del terremoto: da lì, l’energia si propaga per onde sferiche che, pur indebolendosi con la distanza, possono attraversare tutta la Terra, tanto da poter essere registrate, in alcuni casi, dagli strumenti in tutto il mondo. 
Nel 1906 un terremoto catastrofico distrusse San Francisco. In seguito a quel terremoto, il sismologo Harry Reid elaborò una teoria, chiamata teoria del rimbalzo elastico, che spiega in maniera esaustiva l’origine dei sismi. 
Secondo questa teoria le rocce, sottoposte a spinte o pressioni, si comportano in maniera elastica e si deformano progressivamente, fino a quando non si raggiunge il limite di rottura. Superato il limite, la roccia si frattura e le due parti slittano bruscamente una rispetto all’altra; durante questo scatto, l’energia elastica (accumulata durante la deformazione) si trasforma in energia cinetica, provocando vibrazioni che si propagano tutt’intorno in forma di onde sismiche in ogni direzione. 
Possiamo paragonare questa fase a ciò che accade quando pieghiamo uno spaghetto! tenendolo per le estremità: all’inizio si incurva, cioè si deforma elasticamente, fino a che, se lo sforzo continua, si spezza in due frammenti. Questi frammenti tornano di colpo ad avere forma rettilinea, ma non sono più allineati. 
La superficie lungo la quale avviene movimento tra due blocchi di rocce si chiama faglia. 

Se la faglia si trova in mare, un terremoto può generare uno tsunami. Vi ricordate il terremoto del 2011 a largo delle coste giapponesi? Si formarono onde alte 38 metri. Il brusco sollevarsi o sprofondare di settori del fondale marino può mettere in movimento l’intera colonna d’acqua sovrastante: è così che si genera uno tsunami. Questa perturbazione si manifesta, sulla superficie marina, come onde poco alte (qualche decimetro o poco più di un metro) finché sono in mare aperto ma dalla lunghezza d’onda lunghe elevata (alcune centinaia di km), che si propagano con velocità tra 500 e 900 km/h. Avvicinandosi alle coste, le onde diminuiscono di velocità ma crescono significativamente in altezza generando letteralmente delle onde giganti. 

Durante un terremoto vengono liberate onde di diversi tipi: onde profonde, , e onde superficiali. Ciascun tipo di onda si muove a una velocità diversa e produce, nelle rocce che attraversa, una deformazione. 
Tutte le onde sismiche vengono registrate da strumenti chiamati sismometri che producono delle tracce relative all’arrivo delle onde, chiamate sismogrammi. 
 Quando c’è un terremoto, i sismologi sfruttano i tempi di arrivo dei singoli tipi di onde per capire dove si trova l’epicentro del terremoto.
L’epicentro è il punto sulla superficie terrestre posto sulla verticale dell'ipocentro. Se i nostri sismometri hanno rilevato il terremoto in almeno tre differenti località, confrontando le misure, possiamo localizzare l’epicentro del terremoto.
Dalla lettura del sismogramma si può anche calcolare la magnitudo di un terremoto. La magnitudo di un terremoto è la sua intensità ed è proporzionale all’energia liberata. 

Lo studio delle onde sismiche e della loro propagazione all’interno della Terra ci ha permesso di capire che il nostro pianeta è costituito da a involucri concentrici, di diversa natura e spessore, separati da superfici di discontinuità attraverso le quali le onde accelerano o decelerano. 

La crosta e la parte più superficiale del mantello formano la litosfera, che corrisponde all’ involucro rigido più esterno della Terra che poggia sull’astenosfera ovvero sul mantello più profondo sempre solido, ma meno rigido, che si comporta come un fluido ad altissima viscosità.

Come i vulcani non sono distribuiti a caso, così i terremoti non rappresentano un fenomeno casuale: in un anno se ne verificano in tutta la Terra circa un milione (in media uno ogni 30 secondi); ma solo qualche migliaio di essi è abbastanza forte da essere percepito dall’uomo, e tra questi solo qualche decina possono causare gravi danni se si verificano in zone abitate.  Il fatto che i terremoti si verifichino continuamente nel tempo non vuol dire che si verifichino ovunque.
I sismi si manifestano quasi esclusivamente entro certe fasce della superficie terrestre, che vengono dette perciò aree sismiche, mentre mancano del tutto in altre zone, chiamate perciò aree asismiche. La distribuzione delle aree sismiche segue una certa regolarità ed è associate a particolari strutture della crosta terrestre. Vi farò qualche esempio: mentre ascoltate, potreste guardare Google maps per costruirvi una mappa mentale delle aree sismiche del pianeta.
1) le grandi fosse abissali, che possono trovarsi di fronte ai continenti, o in prossimità di un arco di isole vulcaniche. Una delle più note fra queste fasce sismiche è la cintura di fuoco che circonda l’Oceano Pacifico. In tutti questi casi, gli ipocentri possono raggiungere profondità di 600-700 chilometri. Questo tipo di sismicità contribuisce per circa l’80% all’energia sismica totale liberata da tutti i terremoti. 
2) le dorsali oceaniche, dove i terremoti sono superficiali (primi km di profondità) e poco intensi. La sismicità associata alle dorsali fornisce nel complesso soltanto il 2% circa dell’energia sismica totale liberata.
3) Un’altra fascia sismica segue il percorso delle catene montuose formatesi in tempi più recenti, dal Mar Mediterraneo occidentale, fino all’Himalaya, e parte verso la Cina. I terremoti che si verificano lungo questa fascia superano raramente i 100 km di profondità e nell’insieme forniscono meno del 20% dell’energia sismica totale liberata da tutti i terremoti. 

E’ da notare che lungo le fosse abissali e le dorsali oceaniche si ha anche la maggiore concentrazione dell’attività vulcanica. Perché l’attività sismica e l’attività vulcanica sono concentrate soprattutto lungo queste fasce? C’è una relazione tra vulcani e terremoti? La domanda trova la sua giusta spiegazione nella tettonica delle placche 

Negli anni Sessanta l’acquisizione di una mole di dati sempre più importante portò all’elaborazione di un modello globale dell’attività del pianeta, che è stato chiamato Tettonica delle placche.

Dall’esplorazione dei fondali oceanici furono individuate due tipologie di strutture geologiche sede di intensa attività sismica e vulcanica: le dorsali oceaniche e le fosse abissali. 
Secondo la tettonica delle placche, lungo le dorsali si forma continuamente nuova litosfera oceanica e  i due fianchi delle dorsali si allontanano tra loro, trascinati da movimenti profondi. Questo processo è detto espansione dei fondali oceanici. Accade questo: allontanandosi, la litosfera oceanica diventa più vecchia, fredda e pesante di quella che si forma in corrispondenza della dorsale e quindi sprofonda dando luogo alle piane abissali. L’espansione dei fondali è ben documentata dalla presenza di anomalie magnetiche sul fondo dell’Oceano. Negli ultimi 10 milioni di anni il campo magnetico terrestre si é invertito in media 4-5 volte ogni milione di anni. Ovvero i  il polo sud diventa il polo nord e viceversa. È come se la Terra memorizzasse questo scambio ogni volta che avviene e ne portasse le tracce. Contando il numero di inversioni, possiamo calcolare l’età  di una porzione di litosfera. Gli oceani più vecchi hanno un’età di circa 190-200 milioni di anni. 

Nel momento in cui la litosfera oceanica si scontra con quella continentale, essendo più densa, scende sotto di essa immergendosi nel mantello con un lento movimento che si chiama subduzione. Con questo processo la litosfera oceanica viene riciclata nel mantello. Globalmente la nuova litosfera che viene prodotta in corrispondenza delle dorsali bilancia quella vecchia che viene riciclata lungo le fosse. È un ricambio lentissimo ma continuo. 
Lo sprofondamento della litosfera oceanica al di sotto di quella continentale è accompagnato da terremoti. Gli ipocentri di tutti questi terremoti  sono distribuiti su una superficie inclinata che si chiama piano di Benioff. Questi terremoti avvengono lungo la placca in subduzione. Nessuno degli ipocentri è più profondo di 700 km: questo significa  che, a quella profondità, la litosfera si mescola al mantello. 

Secondo la teoria della tettonica a placche, la litosfera terrestre è suddivisa in circa 20 placche rigide che «scivolano» una a fianco dell’altra, si «scontrano» o si «separano» tra loro e possono crescere o diminuire di dimensioni. I continenti, incastonati nelle placche, «vanno alla deriva», trascinati dal loro movimento. Questo implica che: 
–    Le placche sono separate da margini, lungo i quali si concentrano, come conseguenza dei movimenti, fenomeni sismici e vulcanici.
–    Il movimento delle placche causa l’apertura e la chiusura dei bacini oceanici. 

In pratica, periodicamente, avviene l’aggregazione della crosta continentale in un supercontinente, destinato ogni volta a smembrarsi. Questo ciclo è chiamato ciclo di Wilson.
I margini delle placche insomma sono luoghi chiave per comprendere il vulcanismo e i terremoti. Guardiamoli più da vicino. 
I margini tra le placche sono di 3 tipi.
1) I margini divergenti corrispondono alle dorsali oceaniche. Sono costruttivi: sono punti in cui si crea nuovo fondo oceanico. Sono teatro del vulcanismo effusivo, dovuto alla fusione parziale del mantello in risalita, e di terremoti superficiali.
2) I margini convergenti invece sono margini distruttivi e corrispondono alle fosse oceaniche dove avviene  la subduzione. In quei punti avvengono  vulcanismo esplosivo e terremoti, da superficiali a profondi; in superficie si formano catene montuose (orogenesi), archi vulcanici o archi di isole vulcaniche.
3) I margini trasformi, infine, sono margini conservativi in cui non abbiamo né creazione né distruzione di litosfera e corrispondono alle faglie trasformi. Lungo questi margini le faglie scivolano l’una accanto all’altra, come fa la faglia di Sant’ Andrea in California. 

Qual è, allora, il motore del movimento delle placche? 
Il motore delle placche è nei moti del mantello, costantemente mosso da complesse correnti convettive. Queste correnti sono il risultato del processo di trasferimento del calore interno della Terra verso la superficie. In pratica è un processo di raffreddamento. E le placche litosferiche, nei loro movimenti, rispondono agli scorrimenti del mantello sottostante. Dal mantello risalgono anche pennacchi di materiale caldo, che si manifestano in superficie come vulcani isolati. 
Un po’ come il moto convettivo dell’acqua in una pentola sul fuoco. L’acqua calda, dal fondo, risale in superficie raffreddandosi, si sposta verso i lati della pentola e scende verso il basso dando vita a delle vere e proprie celle.

L’idea che i continenti potessero muoversi, creando spazi per nuovi oceani e facendone scomparire altri, ripercorre l’ipotesi della deriva dei continenti proposta nel 1912 dal tedesco Alfred Wegener.  Wegener ipotizzò che 200 milioni di anni fa, vari lembi di crosta continentale, che ora sono separati, fossero uniti in un «supercontinente», il Pangèa, circondato da un unico oceano, la Panthalassa. Il Pangèa si sarebbe poi smembrato in più parti, che si sarebbero allontanate tra loro secondo il meccanismo chiamato appunto «deriva dei continenti», dando così origine ad Americhe, Eurasia, India, Australia e Antartide. Lo stesso Wegener trovò tanti indizi a sostegno della sua idea: per esempio, i profili delle coste dell’Africa e del Sudamerica che si affacciano sull’Atlantico profili che sembrano combaciare. 
    
Wegener, però, non riuscì però a spiegare la causa e la dinamica di questi movimenti. è per questo che la sua teoria venne contrastata e dovettero passare altri cinquant’anni prima che nuove scoperte portassero far recuperare gli studiosi la sua geniale intuizione con l’elaborazione della teoria della tettonica delle placche.

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