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Maturadio

La forma dell'acqua 2

La forma dell'acqua 2
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L'idrosfera continentale di Paolo Ballato.

Acque sotterranee; bilancio idrologico; fiumi, laghi, ghiacciai e calotte glaciali; innalzamento del livello del mare. Editor per Rai Radio 3 Roberta Fulci.

Maturadio è un progetto di podcast didattici per la maturità promosso dal Ministero dell'Istruzione con la collaborazione di Rai Radio 3 e Treccani
Ideazione di Christian Raimo
La sigla di Maturadio è di Teho Teardo

Ciao ragazzi, sono Paolo Ballato, sono un geologo, lavoro all’Università di Roma Tre presso il Dipartimento di Scienze e oggi vi parlerò dell’idrosfera continentale. 
L’idrosfera è quello stato del sistema Terra composto da tutte le acque presenti sulla superficie terrestre allo stato liquido e solido. Il 96% comprende l’acqua salata dei mari e degli oceani ed è definita idrosfera marina. Il restante 4%, invece, include l’acqua dolce e per questo rappresenta l’idrosfera continentale, che si divide tra:
1)    ghiaccio presente nei ghiacciai montani, nelle calotte polari, nella banchisa, e nel permafrost (3% circa di tutte le acque del pianeta);
2)    l’acqua sotterranea che si infiltra nel sottosuolo (1%);
3)    le acque superficiali di laghi e fiumi che contribuiscono solo per lo 0,01% circa.
L’idrosfera continentale rappresenta quindi una porzione modesta dell’intero budget ma è indispensabile per la nostra sopravvivenza e per quella degli altri organismi che popolano le terre emerse. 
Inoltre ghiacciai, neve, laghi e fiumi sono componenti comuni del paesaggio terrestre e rappresentano ambienti di particolare pregio naturalistico, di grande richiamo turistico, e di notevole interesse economico.
L’evoluzione degli antenati degli esseri umani e poi lo sviluppo delle civiltà antiche e moderne è stato fortemente condizionato dalla reperibilità dell’acqua e quindi dalla vicinanza di laghi e fiumi. Basti pensare al Nilo, al Tigri, l’Eufrate e lo stesso Tevere.
Noi esseri umani consumiamo sempre più acqua. In 220 anni, infatti, la popolazione mondiale è passata da 1 a 7.8 miliardi, e questo ha trasformato l’acqua potabile e non, in un bene sempre più prezioso e purtroppo esclusivo, tanto che negli ultimi anni abbiamo rivolto la nostra attenzione verso gli impianti per desalinizzare l’acqua marina. 
Ma dove va a finire tutta quest’acqua? A che ci serve? L’uso domestico assorbe soltanto una parte modesta del fabbisogno mondiale. Le percentuali di acqua destinate all’agricoltura e alle industrie sono infatti ben maggiori.
Queste osservazioni ci dicono che una corretta gestione e una pianificazione oculata delle risorse idriche è assolutamente necessaria per garantire benessere e stabilità socioeconomica nelle aree a rischio desertificazione che sono sempre più in aumento a causa riscaldamento globale. 
Il primo passo, quindi, rappresenta la comprensione dei processi che regolano il flusso e l’accumulo delle risorse idriche in ambiente continentale.

L’insieme dei processi che consentono all’acqua di lasciare i mari e gli oceani, immettersi nell’atmosfera, precipitare sulle terre emerse, raggiungere gli esseri viventi, e ritornare all’oceano costituisce il ciclo dell’acqua o ciclo idrologico. 
La stima dei volumi di acqua in entrata e in uscita in un sistema in un determinato periodo di tempo rappresenta il bilancio idrologico, che si esprime con una semplice equazione di massa, che dice semplicemente questo: affinché si conservi un equilibrio, l’acqua in entrata deve essere uguale a quella in uscita.
Come entra l’acqua nel nostro sistema? Con le precipitazioni.
Come ne esce? Ci sono vari modi, che vedremo uno ad uno: Infiltrazione, Evapotraspirazione e il Deflusso superficiale. 
La determinazione del bilancio idrologico, cioè la quantificazione del contributo in massa di ognuna di queste voci, ci offre la possibilità di valutare la quantità di acqua dolce disponibile per la vita vegetale e animale, ci permette di stimare l’entità delle risorse idriche sotterranee, e infine di programmarne la loro razionalizzazione.

Andiamo a vedere in dettaglio come funzionano i processi di “uscita” dell’acqua dal nostro sistema.
Una porzione dell’acqua che precipita sulla superficie terrestre penetra nel suolo per infiltrazione e va ad alimentare le falde idriche. L’infiltrazione dipende dalla permeabilità di questi materiali. Il suolo è il primo e sottilissimo strato della crosta terrestre che l’acqua può incontrare nella sua discesa in profondità. Il suolo è costituito da particelle e da interstizi vuoti (i pori) occupati da aria e acqua. La quantità di pori si definisce come porosità. Dall’interconnessione tra i pori e dalla presenza di fratture dipende invece la permeabilità, che è la proprietà delle rocce di lasciarsi attraversare da sostanze liquide o gassose.
Le acque che si infiltrano nel sottosuolo scendono in profondità per gravità attraverso rocce permeabili, finché non incontrano rocce impermeabili. Gli strati permeabili al di sopra le rocce impermeabili, si comportano come una specie di spugna: l’acqua si accumula negli interstizi tra i granuli e nelle fratture delle rocce permeabili, formando una falda idrica, cioè un accumulo di acqua sotterraneo. 
L’acqua delle falde idriche sotterranee resta per un periodo più o meno lungo nel sottosuolo, finché riaffiora nei letti fluviali, nei bassi fondali marini vicino alle coste o dalle sorgenti. La quantità d’acqua che sgorga da una sorgente costituisce la sua portata, che si misura in litri o m3 al secondo. Dalle sorgenti possono sgorgare acque a temperature differenti e con un diverso contenuto di sostanze disciolte. 
Vediamo ora gli altri processi in uscita:
1)    una parte dell’acqua presente nel suolo torna direttamente nell’atmosfera evaporando; 
2)    un’altra parte, invece viene assorbita dalle radici delle piante e trasportata fino alle foglie, per essere poi di nuovo liberata nell’atmosfera con la traspirazione attraverso l’apparato fogliare. L’insieme di questi due ultimi processi è quello che chiamiamo evapotraspirazione. 
3)    Infine, una porzione dell’acqua di precipitazione dà origine al deflusso superficiale, cioè all’acqua che scorre sulle terre emerse che si concentra nei fiumi e poi torna all’oceano.

Vediamo ora in dettaglio come funzionano i fiumi. 
I fiumi sono corsi d’acqua perenni alimentati da una o più sorgenti, che ricevono acqua dalle piogge o dallo scioglimento di neve e ghiacci. I torrenti, invece, sono corsi d’acqua intermittenti, che si prosciugano durante le stagioni secche. 
Il territorio da cui provengono le acque che contribuiscono ad alimentare un corso d’acqua si chiama bacino idrografico. Il bacino idrografico può essere molto esteso: quello del Po, il maggiore d’Italia, ha una superficie di circa 75 000 km2; il Po ha il primato in Italia, ma su scala globale il suo bacino idrografico sembra quello di un rigagnolo! quello del Rio delle Amazzoni (America Meridionale) è ben 93 volte più grande.
Il percorso di un fiume spesso inizia da una sorgente, in genere situata in una regione montuosa, e termina in mare, con la foce. Alcuni confluiscono in altri fiumi, di cui sono affluenti; altri sboccano in laghi, di cui sono immissari. La lunghezza di un corso d’acqua dipende dalle caratteristiche della zona in cui scorre: i fiumi più lunghi si trovano nelle aree continentali (Nilo, Mississippi, Rio delle Amazzoni), dove possono esserci migliaia di chilometri di distanza fra le montagne in cui nascono e il mare.

Proviamo a osservare la struttura di un fiume più da vicino. Immaginiamo di metterci in cammino proprio lungo il Po.
Il tratto montano del Po e quello di pianura hanno una pendenza diversa, e questo influenza la velocità dell’acqua che vi scorre: maggiore è la pendenza, maggiore è la velocità con cui si muove l’acqua.
Nel tratto montano a pendenza è maggiore la corrente fluviale incide le rocce sottostanti dando luogo all’erosione fluviale. In questi settori, il fiume acquisisce un carico di sedimenti che ridistribuirà più a valle lungo il suo cammino. 
Quando la pendenza del canale diminuisce, le acque scorrono più lentamente perdendo capacità erosiva e dando luogo alla deposizione dei sedimenti presi in carico nella parte montana.
Il primo settore in cui avviene sedimentazione si trova nella zona di raccordo tra le aree montane e quelle pianeggianti come per esempio i margini settentrionali e meridionali della Pianura Padana. In queste aree si formano le conoidi alluvionali o di deiezione ovvero dei corpi con una caratteristica forma a ventaglio, con l’apice rivolto verso le montagne, in cui avviene deposizione di materiale grossolano come ciottoli e ghiaia.
A valle della conoide del nostro Po, abbiamo la pianura alluvionale; in questa area, i fiumi trasportano prevalentemente sabbie, limi ed argille, mentre l’alveo è caratterizzato da un unico canale più profondo e dalla geometria sinuosa. Questi fiumi sono detti meandriformi: oltre al Po, lo sono ad esempio il Tevere e l’Arno.
Infine, a valle della pianura alluvionale, arriviamo alla foce, in cui il corso d’acqua convoglia i sedimenti che ha in carico in corpo d’acqua stazionario marino o lacustre. 
Nel punto in cui la corrente fluviale e quella marina o lacustre si incontrano abbiamo deposizione dei sedimenti secondo un corpo sedimentario geometria che vista dall’alto assume la forma della lettera greca delta, cioè di un triangolo. 
I delta in ambiente marino rappresentano la zona in cui l’idrosfera marina e quella continentale si incontrano. In prossimità del delta del Po, abbiamo un esempio dell’equilibrio delicato tra idrosfera continentale e marina, con i cordoni di sabbia che delimitano estese lagune a salinità variabile all’interno delle quali sorge anche Venezia.

Ogni tanto d’inverno sentiamo al TG che, in corrispondenza di forti precipitazioni, un fiume esonda da qualche parte. Che significa e perché succede?
Iniziamo dal concetto di “portata”. La portata di un fiume (o di un torrente), cioè la quantità d’acqua che transita nell’unità di tempo in un dato luogo, e il regime fluviale, cioè la variazione della portata nel corso dell’anno, dipendono dalle precipitazioni che si verificano nel bacino idrografico. Quando la portata è minima si parla di portata di magra; quando è massima abbiamo portata di piena. 
Gli episodi di piena possono essere associati alla rottura degli argini: è in questi casi che il fiume esonda. L’evento alluvionale può produrre l’abbandono dell’alveo e lo sviluppo di un nuovo alveo all’interno della pianura alluvionale. Il fiume cambia così il proprio percorso. 
Il processo, noto come avulsione, può produrre sostanziali modifiche al paesaggio entrando in conflitto con le attività e le infrastrutture antropiche. Episodi di piena di minore entità accadono ogni pochi anni mentre alluvioni più grandi con conseguente esondazione della pianura alluvionale sono fortunatamente, rari.

Passiamo adesso ai laghi. I laghi rappresentano importanti risorse idriche per l’uomo, ospitano ecosistemi ricchi di biodiversità, e sono tra gli elementi più suggestivi del paesaggio. Un lago è una massa d’acqua che occupa una depressione topografica della superficie terrestre. Può essere alimentato sia da piccoli corsi d’acqua che convogliano l’acqua meteorica che cade nel bacino idrografico del lago, sia da un fiume principale che ne costituisce l’immissario. Non è detto che il lago comunichi col mare. A volte lo fa grazie a un fiume che ne asporta l’acqua in eccesso, ossia un emissario.
Vi ricordate il bilancio idrologico? Nei laghi disconnessi dal mare, l’acqua in ingresso dipende dal ruscellamento superficiale, l’infiltrazione, le precipitazioni mentre quella in uscita dall’evaporazione. È per questo che non tutti i laghi sono caratterizzati da acqua dolce come per esempio quelli italiani. Nelle zone aride, dove l’evaporazione è dominante, la salinità può essere molto elevata, come per esempio il Mar Morto la cui salinità è 10 volte quella del mare. In altri casi possiamo avere condizioni salmastre, ovvero intermedie tra l’acqua dolce e quella salata o ipersalata del Mar Morto, come nel caso del mar Caspio. 

I laghi sono elementi del paesaggio terrestre molto vulnerabili, ed un esempio estremo di questa vulnerabilità è rappresentato dal Lago di Aral.
Il Lago di Aral, si trova tra Uzbekistan e Kazakistan nell’Asia centrale nel cuore dell’ex Unione Sovietica. Fino agli anni ‘60, costituiva il 4° lago nel mondo per estensione, e le sue dimensioni erano pari a Lombardia, Piemonte e Veneto messi insieme. Oggi, nonostante sia alimentato da 2 importanti immissari, ha una dimensione di poco superiore alla Val d’Aosta, ed è costituito da 2-3 laghi disconnessi tra loro piccole dimensioni e ad alta salinità. 
Pensate che l’impatto antropico, ovvero umano, ha prodotto una riduzione della superficie del lago del 90% in soli 40 anni! E questo perché l’acqua viene intercettata è utilizzata massicciamente prima che raggiunga il lago. Inoltre, trovandosi in una zona molto arida, la diminuzione del flusso in entrata ha prodotto un forte aumento della salinità per cui siamo passati da condizioni salmastre con una salinità del 1.0% circa come quella del vicino Mar Caspio a valori fino a 100 volte superiori. Questo drammatica variazione della salinità e riduzione della superficie ha prodotto una completa distruzione dell’ecosistema originario. A questo si aggiunge l’alta concentrazione di fertilizzanti e pesticidi che i due immissari (l’Amu e il Syr Daria) hanno trasportato nella zona del Lago di Aral, e che vengono continuamente ridistribuiti dal vento. Questo fa sì che il Lago di Aral sia una delle zone più inquinate del mondo.
Una tragedia di queste dimensioni ha avuto ripercussioni socioeconomiche e politico-diplomatiche perché attualmente gli immissari del lago di Aral attraversano più stati o segnano i confini tra stati per cui l’accaparramento dell’acqua è di difficile regolamentazione.
Com’è possibile che in poco tempo sia avvenuto un danno così enorme?
I laghi sono ambienti delicati, in cui vige un precario equilibrio, che con il tempo sono destinati a scomparire Il loro destino, infatti, è quello di venire colmati dai materiali trasportati dagli immissari. Oppure, il destino del lago può essere minacciato da una riduzione dell’apporto idrico, che provocherà un arretramento della linea di costa, un significativo innalzamento delle salinità e una drastica riduzione degli ecosistemi. 
Questo processo può avvenire sia come conseguenza dei cambiamenti climatici che inducono aridificazione, sia in seguito ad una riduzione del flusso in entrata a causa del sovrasfruttamento dell’acqua per fini agricoli o industriali, come il lago di Aral.
L’UNESCO ha inserito il lago di ARAL nel PROGRAMMA MEMORIE DEL MONDO per meglio capire i processi che hanno portato a questa tragedia ambientale, con l’obbiettivo che non si ripeta mai più.

Ci stiamo pian piano abituando a fare attenzione all’inquinamento del mare, ma anche i laghi soffrono di forme di inquinamento. 
Per esempio, l’eutrofizzazione è un fenomeno connesso all’eccessiva proliferazione di alghe in presenza di fosfati e nitrati. Queste sostanze derivano dall’uso di fertilizzanti agricoli e dagli scarichi domestici. Per alcuni vegetali incluse le alghe, queste sostanze a base di azoto e fosforo rappresentano dei nutrienti, per cui possono proliferare dando luogo a vere e proprie fioriture. Alla loro morte le alghe si accumulano sul fondo del lago, e sono decomposte da microrganismi. Il processo di decomposizione richiede ossigeno. Gli organismi decompositori ne utilizzano una quantità tale da ridurre il contenuto di ossigeno disciolto nell’acqua fino al punto che gli altri organismi (come, per esempio, i pesci) non riescono più a sopravvivere.

L’ultimo elemento dell’idrosfera continentale che andremo ad analizzare è quello costituito dal ghiaccio.
Attualmente, circa l’11% delle terre emerse è ricoperto dai ghiacci. Il ghiaccio si trova nei ghiacciai montani come quelli alpini, nelle calotte glaciali come quella Antartica e quella Artica che al momento si trova solo sulla Groenlandia ma che in passato si estendeva su gran parte delle aree continentali delle alte latitudini, nella banchisa, ovvero sulla superficie dell’acqua dell’oceano in prossimità dei poli, e infine nel permafrost, cioè nel suolo perennemente ghiacciato, tipico per esempio della Siberia e dell’America settentrionale
I ghiacciai sono grandi masse di ghiaccio che si formano quando le precipitazioni cadono soprattutto sotto forma di neve e la temperatura estiva è sufficientemente bassa da permettere l’accumulo di ghiaccio e non lo scioglimento. 
I ghiacciai si muovono sotto la spinta del proprio peso. Nel loro spostamento verso valle, i ghiacciai inglobano frammenti di rocce e sedimenti su cui poggiano trasportandoli a valle. L’entità dei movimenti di un ghiacciaio dipende da vari fattori come la pendenza del fondo roccioso e la sua rugosità, la presenza di ostacoli, il clima del luogo e la stagione ed infine, dalle dimensioni e dalla forma del ghiacciaio stesso. 

Sapete come avviene il passaggio da neve a ghiaccio?
Il processo che porta alla formazione del ghiaccio che costituisce un ghiacciaio è molto lento. Ci vogliono decine di anni affinché la neve caduta si trasformi in ghiaccio. I fiocchi di neve sono leggerissimi e, quando si depositano uno sull’altro, i piccoli cristalli di ghiaccio che li formano contengono una grande quantità di aria. Man a mano che i fiocchi si accumulano, l’aria viene espulsa per compressione e i fiocchi si rimpiccioliscono, assumendo una forma «granulare».
Esiste una linea immaginaria che congiunge le quote al di sopra delle quali almeno un po’ della neve caduta durante l’inverno rimane anche nel corso dell’estate. Questa linea si chiama limite delle nevi permanenti.
Ogni ghiacciaio è costituito da due parti principali: la zona di alimentazione e la zona di ablazione. La zona di alimentazione è la parte più alta del ghiacciaio, in cui prevale l’accumulo della neve, che col tempo si compatta e si trasforma in ghiaccio. 
Qui il ghiaccio si muove verso valle con velocità variabili, ma nell’ordine di pochi metri all’anno. La zona di ablazione, invece, è la parte del ghiacciaio che si trova al di sotto del limite delle nevi permanenti, in cui prevale la fusione.
La parte terminale del ghiacciaio, verso valle, è detta fronte e da qui abbiamo la fuoriuscita di un torrente glaciale. Via via che il ghiaccio si scioglie e il fronte glaciale arretra, si depositano i sedimenti che prima erano intrappolati nel ghiaccio, che si chiamano morene. Questi sedimenti possono formare degli sbarramenti e quindi favorire lo sviluppo di laghi glaciali.

Come abbiamo visto anche nella lezione dedicata all’atmosfera e ai cambiamenti climatici, negli ultimi 150 anni la temperatura media atmosferica globale è aumentata di 1.5°C. Questo aumento è distribuito su tutto l’anno, inclusi i mesi invernali in cui dovrebbe precipitare la neve e accumularsi il ghiaccio; questo ha chiaramente avuto conseguenze significative sulla stabilità della criosfera.
Negli ultimi 150 anni, infatti, i ghiacciai si sono ritirati a tassi sempre più sostenuti. Nell’Appennino e nelle Alpi, per esempio, alcuni ghiacciai sono definitivamente scomparsi, oppure si sono ritirati di alcuni chilometri. 
Il confronto di fotografie e quadri storici con la scena attuale parla da solo; provate a cercare sul web e resterete di ghiaccio.
Lo stesso meccanismo vale per i poli, dove la quantità di ghiaccio che si scioglie nei mesi estivi è di gran lunga superiore a quella che si accumula nei mesi invernali.

Se tutto il ghiaccio delle calotte polari si sciogliesse assisteremmo ad un innalzamento del livello del mare di circa 68 m. Attualmente il tasso di risalita del livello medio del mare è di circa 3 mm/anno. Sembra poco, ma è tantissimo! A questi tassi si stima per il 2100 una perdita in Italia di 5500 chilometri quadrati di coste, ovvero un‘area pari a quella della Liguria. Tra le zone maggiormente colpite avremmo l’Adriatico del Nord, il golfo di Taranto, quello di Cagliari e Oristano.
La situazione è ancora più drammatica nei paesi densamente popolati come il Bangladesh. In Bangladesh un metro di innalzamento del livello del mare colpirebbe 15 milioni di persone, con gravi ripercussioni sui flussi migratori su scala mondiale. Anche nei paesi più ricchi e più estesi, come negli Stati Uniti, l’impatto sarebbe drammatico; a queste velocità di risalita si stima che nel 2100 oltre 13 milioni di cittadini statunitensi sarebbero costretti a migrare dalle coste. Queste stime ci fanno capire come il riscaldamento globale abbia ripercussioni anche socioeconomiche sul medio termine (ovvero su una scala temporale di alcune decine di anni) a livello mondiale.
Un altro danno che preoccupa gli esperti è lo scioglimento del permafrost, che non solo produrrebbe un innalzamento del livello medio del mare fino a 10 cm, ma soprattutto libererebbe nell’atmosfera grosse quantità di CO2 e CH4 attualmente immagazzinate nel suolo congelato. Questo darebbe luogo a un ulteriore aumento della temperatura con conseguente impatto sui processi di desertificazione in atto.

L’idrosfera continentale si divide tra ghiacciai, laghi, fiumi e acque sotterranee e consiste nel 4% circa delle risorse idriche globali. L’idrosfera continentale rappresenta la risorsa di acqua dolce e pertanto è di vitale importanza per l’uomo e le sue attività, oltre che per la vita in generale.
L’aumento demografico, fa di questa risorsa un bene sempre più strategico. La sua gestione e razionalizzazione richiede quindi una conoscenza approfondita del concetto di bilancio idrico. Un uso improprio dell’acqua può portare conseguenze disastrose.
Un ulteriore grande pericolo per tutto il Sistema Terra associato all’idrosfera continentale è rappresentato dallo scioglimento dei ghiacci (ovvero della criosfera) dovuto al riscaldamento globale. Lo scioglimento dei ghiacci infatti, provoca l’innalzamento del livello medio del mare: le conseguenze socioeconomiche dirette e indirette come l’inondazione dei centri abitati costieri e l’aumento dei flussi migratori a scala globale sono già sotto i nostri occhi.

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