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Maturadio

Filosofia | Positivismo e progresso sociale

Filosofia | Positivismo e progresso sociale
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Podcast di filosofia per l'esame di maturità letto da Valentina Carnelutti
Il podcast è stato scritto da Simona Menicocci
Maturadio è un progetto di podcast didattici per la maturità promosso dal Ministero dell'Istruzione con la collaborazione di Radio 3 e Treccani
Supervisione didattica a cura di Laudes
Ideazione di Christian Raimo
La sigla di Maturadio è di Teho Teardo

IL POSITIVISMO
 Oggi parliamo di un movimento filosofico e culturale, il “positivismo”.
Già dal nome, si potrebbe pensare che i positivisti fossero gente allegra, ottimista... E, in un certo senso, è proprio così. Solo che la parola “positivo” deriva dalla parola latina pòsitum, che vuol dire “stabilito”, “certo”. Auguste Comte, scritto C-o-m-t-e è lo studioso francese considerato da molti come il fondatore del positivismo. In un testo che si intitola Opuscoli di filosofia sociale, Comte dice che “positivo” vuol dire reale, utile e certo. E queste cose, secondo lui, devono essere il fondamento della nuova filosofia.
 
Ma prima di vedere nel dettaglio chi è Auguste Comte e chi sono i pensatori più importanti del positivismo, sarà meglio parlare un attimo del contesto storico in cui il positivismo e il pensiero di Comte si sono sviluppati, perché l’ottimismo dei positivisti deriva soprattutto dalla fiducia nella scienza e nella tecnica. 
 
Il positivismo, infatti, nasce in Francia nella prima metà dell'Ottocento e s'impone, a livello europeo e mondiale, nella seconda metà dello stesso secolo: un periodo storico pieno di cambiamenti epocali, in cui la tecnologia e la ricerca scientifica sono molto presenti nel discorso pubblico. 
 
Prima di tutto, un rapido inquadramento: dopo i moti del 1848, quello del positivismo è più o meno un periodo di pace, in Europa. Nel senso che c’è solo una breve guerra in questo periodo, tra il 1870 e il 1871, ed è la guerra tra Francia e Prussia. Poi, nella seconda metà dell’Ottocento, si passa attraverso la cosiddetta seconda rivoluzione industriale, con moltissime scoperte scientifiche e invenzioni in tutti gli ambiti; queste scoperte e queste invenzioni cambiano la vita dell’occidente. C’è un podcast di storia che racconta bene tutto questo. Noi riassumiamo…
Si sviluppa l’industria meccanica, e quindi si trasforma l’intero modo di produrre le merci; le grandi città si moltiplicano, cresce la rete dei traffici e dei commerci; la produzione e la ricchezza aumentano, la medicina fa passi da gigante. Per esempio, è tra la seconda metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento che si conducono studi medici fondamentali per tentare di sconfiggere malattie infettive come la tubercolosi, la peste e la malaria, oppure per sviluppare strumenti come l’anestesia, per le operazioni chirurgiche. Tutto ciò conduce a un forte aumento demografico, cioè porta la popolazione europea, il numero degli abitanti, ad aumentare tantissimo. 
 
Vengono introdotti la corrente elettrica, il motore a benzina per le automobili, il telegrafo e poi il telefono. Tante delle tecniche e degli strumenti che oggi usiamo sono stati inventati proprio in questo periodo. 
 
A questo periodo risale anche un momento importante dell’espansione coloniale europea in Africa e Asia, espansione che aiuta a superare le crisi economiche e che permette agli stati occidentali di espandere i mercati per vendere le merci che venivano prodotte. 
 
Questa esplosione di invenzioni, scoperte e ricchezza è all’origine dell’enorme fede nel progresso tecnico-scientifico tipica del positivismo: la scienza viene esaltata come l’unico mezzo in grado di risolvere i problemi dell’uomo. Proprio in questo periodo viene inventato il termine “scienziato”, per distinguere la ricerca scientifica basata sui fatti e sugli esperimenti dal pensiero filosofico.
 
Il positivismo si diffonde soprattutto in Francia e in Inghilterra, paesi che sono protagonisti della nuova rivoluzione industriale. Il positivismo assume caratteri diversi a seconda delle tradizioni filosofiche in cui si inserisce, a seconda dei pensatori che lo abbracciano in modo diverso nei vari contesti. In Francia, il positivismo sembra proseguire la tradizione di pensiero portata avanti dal razionalismo di Cartesio e dall’Illuminismo; mentre in Inghilterra si intreccia con la tradizione dell’empirismo e del liberalismo, vi ricordate quei filosofi del Seicento e del Settecento: Locke, Hume... Ma concediamoci qualche piccolo promemoria per spiegare tutti questi -ismi...
 
Abbiamo detto che in Francia il positivismo sembra seguire la tradizione di pensiero del razionalismo e dell'illuminismo. Cosa sono il razionalismo e l’illuminismo? Il razionalismo ci dice che l’uomo può conoscere il mondo e la verità grazie all’uso della ragione, mentre l’illuminismo è stato il movimento di pensiero che nel corso del Settecento ha più insistito sul valore della ragione umana e dell’esperienza come fonte di conoscenza, con l’obiettivo di trasmettere e insegnare questa conoscenza al maggior numero di persone. In Inghilterra, invece, abbiamo detto che il positivismo si innesta sul pensiero empirico e liberale. Ricordiamo brevemente anche in questo caso di cosa parliamo. L’empirismo dice che le nostre conoscenze si fondano sui sensi e sull’esperienza, quindi non è troppo distante dalle idee illuministiche; il liberalismo, invece, è un movimento filosofico-politico che crede nell’importanza delle libertà individuali, la libertà di pensiero, la libertà di parola, la libertà di associazione, di stampa, la importantissima libertà di voto… Le idee liberali hanno educato quelli che chiamiamo democratici in politica, quelli che per esempio vogliono le costituzioni, e limitare i poteri dei sovrani con i parlamenti, con l’allargamento delle persone che partecipano alla politica. In economia poi i liberali, in genere, credono nel liberismo, ossia nell’idea che il mercato, ossia le industrie e i commerci non hanno bisogno di grandi controllori, ma si regolano da soli.
 
Se non ricordi tutto quello che abbiamo detto non preoccuparti: ora vedremo nel dettaglio di quali idee stiamo parlando, visto che stiamo per riassumere le idee dei principali pensatori del positivismo. 
 
Tra gli studiosi più importanti che vengono considerati all’interno del pensiero positivista, abbiamo scelto di approfondire questi quattro: Auguste Comte, Jeremy Bentham, John Stuart Mill e Alexis de Tocqueville. Cerca di ricordare come si scrivono i cognomi di questi filosofi: Comte, l’abbiamo detto: C-o-m-t-e, Bentham ha una acca dopo la t, Mill è con due elle come la parola inglese che significa mulino, e Tocqueville si scrive T-o-c-q-u-e-v-i-l-l-e. Comte e Tocqueville sono francesi, Bentham e Mill sono inglesi. 
Ora cerchiamo di dire qualcosa su ciascuno di loro.
 
AUGUSTE COMTE è considerato non solo come il fondatore del positivismo, ma anche come l’inventore di un’intera area di studi, di un nuovo campo di ricerca, cioè la sociologia. 
Nasce a Montpellier nel 1798, da una famiglia cattolica e monarchica. Studia medicina, fisiologia e matematica e nel 1817 diventa il segretario di Saint-Simon, S-a-i-n-t staccato Simon, altro importante filosofo francese, di cui sarà collaboratore e amico sino al 1824. Dopo la fine dell’amicizia con Saint Simon, Comte inizia a soffrire di una grave depressione, anche per questioni amorose. Dopo aver tentato il suicidio buttandosi nella Senna, il fiume di Parigi, viene ricoverato in una clinica psichiatrica e si riprende. Sembra strano i filosofi che soffrono di pene amorose? Beh, però quest’anno ne incontriamo diversi: Kierkegaard e Regina Olsen, tutte le donne che hanno fatto perdere la testa a Nietzsche…
Comunque torniamo a noi. 
Nel 1830 Comte pubblica il suo Corso di filosofia positiva che ha un grande successo. Dopo il successo del suo testo, lui spera di avere una carriera accademica, ma non ci riuscirà. Sia per i fallimenti professionali, sia per le continue delusioni amorose. Rieccolo: ha un’altra crisi depressiva, che influenza molto la sua riflessione filosofica matura, portandolo verso teorie mistico-religiose. Nel 1848, proprio durante la rivoluzione, fonda la Società positivista, per poi morire nel 1857, dopo aver appoggiato il colpo di stato di Luigi Bonaparte. 
 
Qual è secondo Comte il compito della filosofia? Il compito della filosofia è studiare la società applicando le stesse regole con cui gli scienziati studiano i fenomeni naturali, cioè basarsi sull’osservazione dei fatti. La filosofia deve evolvere e diventare un po’ come la chimica o la biologia. 
 
Per Comte la storia umana ha attraversato tre stadi, che corrispondono a quelli dello sviluppo psicologico del singolo individuo: uno lo stadio teologico o fittizio, due quello metafisico o astratto e tre quello positivo o scientifico. Allo stadio teologico corrisponde l’età antica e il medioevo con la supremazia del potere militare o religioso; allo stadio metafisico corrisponde l’epoca moderna; allo stadio positivo corrisponde la società industriale. A ognuno di questi stadi, cioè di queste fasi, corrisponde un certo tipo di sapere e di metodo conoscitivo.
 
Nel primo stadio, lo stadio teologico (o fittizio), gli esseri umani cercano di  spiegare l’origine del mondo usando l’immaginazione, e interpretano i fenomeni come prodotti da forze soprannaturali. In questa fase quindi predomina un atteggiamento di tipo mistico, si crede nella magia. 
Nel secondo stadio, lo stadio metafisico, invece, la causa dei fenomeni del mondo viene spiegata con astrazioni metafisiche come la Natura o lo Spirito, con la maiuscola. 
Nel terzo stadio scientifico (o positivo), che invece caratterizza i tempi moderni, l’individuo rinuncia a farsi domande sull’origine del mondo, non si chiede più il perché delle cose che lo circondano, studia solo come le cose avvengono, e al posto dell’immaginazione si mette a usare l’osservazione e il ragionamento. 
 
Questa fase inizia con filosofi e scienziati come Cartesio, Bacone e Galilei. 
Secondo Comte, mentre lo scopo della scienza della natura è quello di scoprire le leggi dei fenomeni naturali, per poterli dominare e controllare, lo scopo della filosofia è scoprire le leggi dei fenomeni sociali, per poter risolvere le crisi e portare equilibrio nella società. 
Perciò questo tipo di filosofia positiva viene chiamata sociologia. Lo studio della società. La sociologia viene divisa da Comte in due tipi: la statica sociale e la dinamica sociale. La statica sociale è quella che analizza le leggi della convivenza degli esseri umani in un preciso momento storico; mentre la dinamica sociale è quella che studia le regole dello sviluppo, del progresso della società, secondo lo schema dei tre stadi di cui abbiamo parlato. Tutto chiaro?
 
A questo punto, Comte sostiene che le scienze vanno ordinate secondo una gerarchia ascendente, cioè dalla meno importante alla più importante: c’è prima l’astronomia, poi la fisica, poi la chimica, poi la biologia e alla fine, al vertice di tutte le scienze, la sua preferita, la sociologia. 
La sociologia, secondo Comte, deve studiare il fenomeno più complesso per la conoscenza umana, quello più difficile, cioè: la società, le relazioni sociali degli esseri umani. Con quale scopo? Quello di fare un’analisi scientifica del comportamento umano e delle società. 
Se ci avete fatto caso, nello schema di Comte, mancano la teologia e la metafisica, tra le scienze. Dove sono finite? Non ci sono più. Teologia e metafisica, che altri consideravano ancora la forma prima della filosofia, per Comte sono da escludere dal campo della conoscenza, perché non sono scienze positive. Del resto ricordate cosa aveva già detto Kant nella Critica della ragion pura?, sul fatto che le conoscenze metafisiche non possono essere fondate con certezza perché non si basano su fatti osservabili ma solo su ragionamenti? Ecco, Comte segue un pensiero del genere. 
Manca anche la morale, l’etica, nell’elenco di Comte, perché viene inclusa nella sociologia come “studio del comportamento umano”; manca la psicologia, perché secondo lui non è una scienza (la rivoluzione psicanalitica di Freud, di cui parleremo nel suo podcast, non era ancora avvenuta); e infine manca la matematica, perché è la base di tutte le scienze. 
Negli ultimi anni della sua vita, la fede di Comte per la scienza diventa quasi un’esaltazione. Si fissa che la scienza, e il positivismo devono diventare una religione. Gli studiosi sono incerti su come giudicare questa seconda fase del suo pensiero. E anche noi sorvoliamo, anche se una cosa vorremmo ricordarla. Comte difende il maschilismo e il sessismo: pensa che l’uomo sia superiore alla donna, e che la donna non ha e non deve avere alcun ruolo al di fuori della famiglia. Deve essere esclusa dal lavoro, deve fare la casalinga e badare ai figli. Insomma, non proprio un pensatore moderno in questo! Vedremo come tra lui e Mill su questo ci saranno proprio scintille. 
Passiamo ora al secondo autore che ci interessa, che è l’inglese JEREMY BENTHAM. Bentham è il fondatore del cosiddetto positivismo utilitaristico inglese. Utilitarismo. È una parola che forse avrete sentito. E qui ne spieghiamo le origini e il suo significato filosofico che è un po’ diverso da quello comune. 
Bentham nacque a Londra nel 1748. A quanto pare, era un bambino prodigio, intelligentissimo. Studiò giurisprudenza e nel 1823 fondò una rivista insieme a John Stuart Mill, di cui parleremo tra poco. Era la rivista del movimento “radicale”, cioè degli estremisti del liberalismo, quelli che proponevano la libertà di stampa, il voto alle donne, la separazione tra Stato e Chiesa e altre misure molto forti per assicurare diversi tipi di libertà individuale. Volevano cambiare la società in modo profondo. 
 
Bentham, dopo i suoi studi di giurisprudenza, non fece l’avvocato, ma si dedicò completamente alla filosofia. Il suo scopo era quello di trasformare una cosa vaga come la morale, cioè lo studio del comportamento, in una scienza esatta: trasformare la morale in una scienza avrebbe aiutato, per Bentham, i politici a fare finalmente leggi giuste. 
In pratica, si trattava di fondare un’etica, un’idea generale sul comportamento, diciamo, che giungesse a farci decidere come comportarci e quali azioni compiere attraverso dei ragionamenti, con la sicurezza di non sbagliare. Secondo Bentham, il principio da usare per fare la scelta giusta, in questo tipo di ragionamenti, è quello dell’utilità. Questo ci spiega come mai viene considerato l’iniziatore del positivismo “utilitaristico”: vuol dire che per lui il modo corretto di ragionare è quello di guardare all’utilità dei comportamenti e delle scelte che mettiamo in atto. 
 
Ma che cos’è l’utilità? Nella sua opera Introduzione ai principi della morale e della legislazione, pubblicata a Londra nel 1789 (lo stesso anno dello scoppio della rivoluzione francese, per intenderci) Bentham dice che è utile tutto ciò che produce beneficio, vantaggio, piacere, bene o felicità.  Oppure, ciò che evita danno, dolore, male o infelicità. Alla base di questo principio c’è l’idea che l’essere umano sia dominato dal dolore e dal piacere, e che ogni scelta che facciamo ha come obiettivo quello di raggiungere il piacere oppure evitare il dolore. Quindi il giudizio morale diventa, in pratica, un giudizio sulla felicità: è buono ciò che produce piacere o felicità, è cattivo ciò che produce dolore o infelicità. È il contrario di una morale basata sull’intenzione, per capirci. Non importa se qualcuno ha l’intenzione di fare qualcosa di buono, o se qualcuno si attiene interiormente a dei principi. La morale, per Bentham, si deve basare sulle conseguenze delle proprie azioni. E in base a quelle occorre fare un calcolo. 
 
Questa è la morale utilitaristica, e l’uomo capace di calcolare i pro e i contro, quello capace di rinunciare a un piacere immediato per un bene futuro più grande, è per Bentham l’uomo saggio. Quindi la morale utilitaristica è una morale matematica, una morale che ci spinge a fare i calcoli giusti sulle cose che ci daranno piacere e su quelle che ci daranno dolore, non solo sul momento, ma anche sul lungo periodo.
 
Facciamo un esempio: se qualcuno mi dà uno schiaffo, che faccio? glielo ridò?
Potrei ragionare in base alle mie convinzioni, che possono essere Porgi l’altra guancia, o Occhio per occhio, oppure Se te menano, dagliene il doppio. L’utilitarismo non ragiona così. Ma con un calcolo: se io adesso gli restituisco un pugno, questo quanto piacere e quanto dolore procurerà? quanta felicità e quanta ingiustizia? In base a questo calcolo decido come comportarmi. È una morale che quindi si basa poco sull’istinto individuale, e molto sul senso collettivo. 
 
Perché se ogni essere umano agisce per i suoi interessi, in modo egoistico, pensando solo al proprio utile e al proprio piacere, perché gli esseri umani vivono insieme? E come fanno a convivere nella società? Non ci sarebbe un conflitto continuo? Come facciamo a fare stare insieme gli interessi personali e gli interessi collettivi? 
 
Allora, prima di tutto bisogna capire che cos’è la società per Bentham. Lui la vede come un corpo formato da tutte le persone che la compongono, perciò l’interesse della società è la somma degli interessi delle varie persone che la compongono. Un’azione si può definire utile per la società quando aumenta la felicità di tutti, praticamente. Ripetiamolo perché questo è importante: un’azione si può definire utile per la società quando aumenta la felicità di tutti. Il principio morale di Bentham è: dare il massimo di felicità al maggior numero di persone. Ecco la differenza tra il concetto di utilitarismo di Bentham e il significato di utilitarismo che ha oggi questa parola nel senso comune. Utilitaristico per Bentham vuol dire buono per tutta la società, mentre oggi utilitaristico vuol dire che serve a un singolo per il proprio tornaconto, contro il bene comune. 
 
Ma andiamo avanti con la nostra spiegazione dell’utilitarismo di Bentham. Come facciamo a aumentare la felicità di tutti? Secondo l’utilitarismo esistono due strumenti: prima di tutto l’educazione (cioè l’arte di governare e controllare se stessi), e poi la legislazione, il fare le leggi (cioè l’arte di governare e controllare la società). 
 
L’educazione aiuta gli individui ad avere due virtù: l’onestà e la benevolenza, che sono utili sia all’individuo sia alla società. Quindi secondo Bentham anche se l’essere umano, di base, è un egoista, viene educato all’altruismo, che è più utile alla società nel suo complesso.
 
Il secondo strumento, l’arte di governo, è quello invece che educa all’obbedienza delle leggi, perché l’obbedienza è più utile della disobbedienza. Secondo Bentham, la legge è quello che ci vuole per far coincidere gli interessi dell’individuo con quelli della comunità: si deve punire per prevenire i delitti, per evitare che ce ne siano troppi, non perché si odiano i criminali. 
 
A proposito di criminali: Bentham è famoso anche per aver progettato, nel 1791, un carcere chiamato Panopticon. Panopticon anche questa è una parola difficile che ha avuto una certa fortuna. Il panopticon, letteralmente “vista su tutti”, aveva una struttura particolare: in pratica, permetteva a un solo guardiano di controllare, senza essere visto, tutti i carcerati, che non potevano mai sapere se e quando venivano controllati. L’idea alla base del suo carcere era che i prigionieri, nel dubbio di non sapere quando fossero controllati e quando non lo fossero, si sarebbero comportati sempre bene, venendo così educati a comportamenti giusti e utili per la società. Questo modello di sistema carcerario, immaginato molto prima che esistessero le telecamere, diventerà nel Novecento la metafora del potere invisibile e repressivo dello stato, e ispirerà molti pensatori e romanzieri. Da 1984 a Black mirror. Senza Bentham la fantascienza sarebbe stata molto diversa!
 
L'utilitarismo inglese, insomma, in poche parole, è nel suo complesso un positivismo della morale. Cioè prova a trasformare la morale in una scienza fondata su fatti e su leggi, che vanno usati come strumento di azione sul mondo sociale, così come le scienze naturali servono ad agire sul mondo naturale.
 
Ma torniamo a Bentham. Se in morale era un utilitarista, in politica Bentham era un liberista riformatore, amico di alcuni illuministi. Che vuol dire? Che era a favore della libertà personale ed economica, della separazione tra stato e chiesa, della libertà di parola, della parità di diritti per le donne, della fine della schiavitù, del diritto al divorzio. Un sacco di cose molto moderne per i suoi tempi! 
Nonostante ciò, però, Bentham era contrario all’idea dei diritti naturali proclamata dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino nel 1789 durante la Rivoluzione francese. Bentham infatti non era d’accordo con i giusnaturalisti, cioè quelli che pensano che i diritti siano naturali e universali. Secondo Bentham i diritti non esistono in natura, ma è la legge che li crea. 
 
Ovviamente le idee di Bentham fecero molto discutere. Per esempio Alessandro Manzoni scrisse un saggio contro gli utilitaristi, dove dice che gli uomini non fondano sul calcolo dell’utilità il valore morale delle loro azioni.
 
Il terzo autore di cui parliamo è JOHN STUART MILL.
Mill era amico di Bentham, anche se era molto più giovane di lui. Nasce a Londra nel 1806, ed è uno dei rappresentanti più importanti del liberalismo. Suo padre James fu il più importante discepolo di Jeremy Bentham, e quindi educò suo figlio severamente, secondo i principi dell’utilitarismo e del radicalismo. Anche lui come Bentham è un bambino prodigio. 
A diciassette anni, Stuart Mill diventa un impiegato della Compagnia delle Indie e per alcuni anni fa il segretario di Bentham, finché si rende conto, pensate un po’, che lavorare per il bene dell’umanità non lo rende per niente felice. 
In pratica, si accorge sulla propria pelle che la teoria utilitaristica che abbiamo visto, quella secondo cui la felicità individuale coincide con la felicità dell’intero genere umano, insomma non funziona. 
Nella sua autobiografia, Mill racconta di aver vissuto una crisi depressiva tra il 1826 e il 1827 (quando aveva 20 anni), perché rifiutava l’educazione rigida e severa del padre e questo gli causò un periodo di grande turbamento interiore e di profonda trasformazione delle proprie convinzioni. Era un ragazzo prodigio, ma era anche un ragazzo infelice. 
Mill capisce che tutto quello che credeva vero e certo non lo era per niente, capisce che non era d’accordo con tutto quello che gli aveva insegnato suo padre. Così va in crisi, ma da questa crisi e da questo conflitto con il padre e le sue idee non si lascia sconfiggere. Mill riesce a emanciparsi e a elaborare una sua visione del mondo e della natura umana, una visione diversa, non dominata soltanto dalla ricerca del piacere e dalla fuga dal dolore. Mill, infatti, sostiene che l’individuo ha il potere di modificare le sue abitudini, i suoi desideri, il suo carattere, e può farlo anche da solo, attraverso l’autodisciplina. 
 
Nel 1833 Mill pubblica un saggio anonimo, Osservazioni sulla filosofia di Bentham, in cui la differenza tra i due diventa chiara. Nel saggio, Mill critica il criterio della massima utilità perché lo trova limitato e perché porta ad avere una visione parziale ed egoistica dell’uomo. La stessa critica si ritrova in un altro saggio del 1938, intitolato semplicemente Bentham, in cui Mill dice che l’etica utilitaristica può servire al massimo a guidare le azioni, ma non a educare gli individui.  
Ma Mill, non ci sbagliamo, è anche lui un utilitarista. Nel 1861 pubblicherà un saggio intitolato proprio Utilitarismo, dove Mill difende l'utilitarismo dall’accusa di essere una filosofia per animali e non per uomini: gli uomini non cercano solo piaceri sensibili.
Prima di tutto, nel fare il calcolo morale per decidere qual è l’azione giusta da compiere bisogna riconoscere che esistono piaceri qualitativamente migliori di altri: il piacere di un’amicizia è migliore di un piacere di una torta al cioccolato; almeno questo è quello che pensava Mill. 
Ci sono i piaceri sensibili e poi quelli spirituali. Secondo Mill ogni essere umano se ha potuto conoscere sia i piaceri sensibili sia i piaceri spirituali, e se poi ha anche la possibilità di poter scegliere tra i due, sceglie sempre i piaceri più elevati. In questo modo prende chiaramente le distanze da Bentham, secondo il quale i piaceri e i dolori possono essere misurati soltanto con criteri quantitativi. Per Mill i piaceri invece possono essere calcolati secondo la qualità: meglio un amico che la Nutella. 
 
Dopo la morte del padre nel 1836, Mill si sente più libero di esprimere la propria insoddisfazione nei confronti dell’utilitarismo. Si mette quindi a studiare il pensiero romantico inglese e il positivismo di Saint-Simon e di Auguste Comte. Ma dalle lettere che si scambia con Comte si capisce che la sua simpatia per quest’ultimo pian piano  diminuisce, perché su troppe cose la pensano in modo diverso. Infatti, nel saggio che pubblica nel 1865, intitolato Auguste Comte e il positivismo, Mill mette in luce senza pietà gli aspetti ridicoli o ripugnanti della sua filosofia. 
 
Per esempio Comte e Mill non sono d’accordo sul ruolo delle donne nella società. Comte, l’abbiamo ricordato, è un sessista, e pensa che le donne siano inferiori agli uomini e debbano stare a casa a fare le mamme. 
Mill invece ci tiene molto all’emancipazione delle donne. Nel 1869 scrive un libretto, che si intitola La schiavitù delle donne. Lo scrive in realtà insieme alla moglie Harriet Taylor, ma questo spesso non ce lo ricordiamo. In questo libretto scrive che non è possibile che le donne vivano in una condizione di schiavitù sociale. Che dovrebbero avere diritti come gli uomini, compreso quello di voto. È il 1869! E questo libro è davvero molto avanti! Pensate che in Italia il voto alle donne arriverà solo nel 1946! È per questo che questo libro diventerà un testo fondamentale per il movimento delle donne chiamato suffragette, ossia le donne che protestarono tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento per ottenere il suffragio universale. 
 
Passiamo al resto del pensiero di Mill. 
Nella sua opera Sistema di Logica, del 1843, Mill si occupa della conoscenza scientifica, e se la prende con la filosofia “intuizionista” o “apriorista”, cioè quella filosofia che pensa che il mondo può essere conosciuto attraverso delle intuizioni o concetti a priori, cioè concetti che non derivano dall’esperienza. Essendo un empirista, Mill pensa invece che ogni conoscenza del mondo si fondi sui sensi e sull’esperienza, anche le cose più complicate, tipo gli assiomi della geometria, della matematica e della meccanica. Sull’esperienza, secondo Mill, si fondano anche i due principi della scienza considerati universali: il principio di uniformità della natura e il principio di causalità. Il principio di uniformità della natura dice che i fenomeni e i processi naturali non cambiano di giorno in giorno ma sono sempre uguali, mentre il principio di causalità afferma che per ogni evento c’è sempre un altro evento che lo precede e che lo causa.
 
E veniamo all’ultimo autore importante di oggi: TOCQUEVILLE.
Tocqueville era un visconte e aveva uno di quei nomi lunghissimi dei nobili: Alexis Henri Charles de Clérel de Tocqueville. Nasce a Parigi, nel 1805, ed è uno dei più importanti pensatori del liberalismo. 
 
Tocqueville era cresciuto durante un periodo chiamato Restaurazione: la sua famiglia era molto legata ai Borboni, e quando nel luglio del 1830 furono travolti dai moti rivoluzionari, Tocqueville giurò fedeltà a Luigi Filippo, che era invece della famiglia d’Orleans. Fu una scelta assai difficile, che lo mise in contrasto con la famiglia. Nel 1831 viene inviato da Luigi Filippo negli Stati Uniti per osservare da lontano la situazione politica francese e al tempo stesso studiare la democrazia americana. 
Negli Stati Uniti scrive un libro intitolato La democrazia in America, che ebbe un enorme successo, tanto da essere considerato il suo capolavoro, letto dovunque anche poco tempo dopo la sua uscita, per esempio in Italia venne apprezzato da Cavour. Nel libro, Tocqueville analizzò le istituzioni amministrative e giudiziarie degli Stati Uniti, e cercò di capire come la democrazia influenzasse le idee e i costumi della società americana, il loro modo di vivere. Il primo volume del libro esce nel 1835, il secondo nel 1840. Nella prima parte, Tocqueville descrive con entusiasmo le novità che osserva, mentre nella seconda parte vengono fuori dubbi e critiche nei confronti del sistema democratico americano. 
 
Va detto che Tocqueville negli Stati Uniti si ritrova in un paese profondamente diverso dalla Francia della prima metà dell’Ottocento, dove il potere della nobiltà stava tramontando ma comandava ancora. 
Gli Stati Uniti rappresentano, per Tocqueville, sia un modello della società democratica, sia un’eccezione storica. Perché? Perché negli Stati Uniti la democrazia, ovvero il fatto che tutti i cittadini fossero considerati uguali davanti alla legge, non era stata una conquista o il punto d’arrivo di una sanguinosa rivoluzione, ma una condizione esistente fin dall’inizio. Come era potuto succedere? Come mai la democrazia, che in Europa aveva incontrato così tanti ostacoli, negli Stati Uniti si era sviluppata e diffusa così facilmente e da subito? 
 
Secondo Tocqueville, prima di tutto, questa cosa era dovuta alle caratteristiche dei coloni, dei migranti che era andati a vivere in America. I coloni europei, infatti, si trovavano tra di loro in una condizione di eguaglianza, visto l’arrivo in una terra dove potevano ricominciare da capo. E poi la maggior parte dei migranti era puritana, e i puritani avevano provato a fare la rivoluzione, in Inghilterra, contro l’assolutismo del re. In più, questi migranti erano scappati dalle guerre politico-religiose, e quindi avevano una formazione e un’educazione politica: erano abituati, in pratica, a reclamare, a combattere per i propri diritti di libertà, religiosa e non solo. Diciamo che sapevano il fatto loro. 
 
Secondo Tocqueville, l'unione di tutti questi coloni sul territorio americano portò alla nascita di una società dove non c’erano né nobili e né plebei, ma l’uguaglianza di tutti. Ovviamente non si trattava davvero dell’uguaglianza di tutti, visto che c’era ancora la schiavitù per le persone di colore, le donne non godevano nemmeno lontanamente degli stessi diritti degli uomini, per non parlare delle popolazioni che già vivevano in quei luoghi, i cosiddetti “indiani d’America” o “pellerossa”. In poche parole, l’uguaglianza c’era, ma riguardava soltanto i maschi bianchi.
 
Tocqueville nota poi altre differenze tra Francia e Stati Uniti, per esempio il modo di concepire la religione. Negli Stati Uniti c’era infatti una separazione tra la politica e la religione, erano insomma uno stato laico, come diremmo oggi. Mentre in Francia questa separazione non c’era: la religione si intrometteva volentieri nelle questioni politiche; e il clero, cioè l’insieme dei sacerdoti e degli uomini di chiesa, sembrava quasi un partito.
 
Abbiamo detto che nella seconda parte del libro Tocqueville parla dei difetti della democrazia, soprattutto di quella che definisce “la tirannia della maggioranza”. 
La tirannia della maggioranza si verifica quando gli interessi della maggioranza finiscono per opprimere quelli delle minoranze. 
La democrazia, secondo Tocqueville, porta a un pericolo: porta quasi inevitabilmente alla tirannia della maggioranza; ed è per questo che la società democratica è conformista e massificata, composta di cittadini che non si interessano della politica, che lasciano che siano altri a farlo per loro. 
 
A Tocqueville quindi sembra meglio la tirannia di un solo sovrano, di un re o un imperatore, e una società gerarchica fondata sulla disuguaglianza. 
Perché? Perché così i cittadini sono più abituati alle differenze e imparano a tollerarle, e soprattutto sono meno individualisti ed egoisti. In più, nella società democratica, la religione non ha un ruolo importante e quindi le persone dimenticano la dimensione spirituale e si concentrano solo sulla vita materiale. 
Questo libro di Tocqueville, La democrazia in America, viene considerato il primo libro moderno importante sui rischi della democrazia. Bella la democrazia eh, ma vediamo come per esempio anche nelle democrazie ci sono tanti problemi da affrontare, spesso causati dalla demagogia o dal populismo, e Mill l’aveva già capito a suo tempo!
 
Ma ritorniamo al contesto storico: nel 1851 Napoleone III Bonaparte prende il potere con un colpo di stato e inizia un periodo di governo autoritario. Se Comte aveva appoggiato Napoleone, Tocqueville invece si ritira definitivamente dalla vita politica e si dedica alla scrittura di un’altra sua opera, dal titolo L’antico regime e la Rivoluzione. 
La dittatura di Napoleone III Bonaparte si fondava su un plebiscito nazionale, cioè in pratica la popolazione aveva scelto di votare Luigi Bonaparte che poi si era dato il titolo di Napoleone: c’era stato un momento di voto, di decisione condivisa, più o meno. Quindi si trattava di una forma politica autoritaria diversa dall’assolutismo dell’antico regime, che invece si basava sul presupposto che il re governasse per volere divino. In quest’opera, Tocqueville cercava le ragioni storiche di questo fallimento francese... purtroppo quest’opera è rimasta incompiuta per la morte dell’autore, il 16 aprile 1859.
 
Con Tocqueville termina il nostro viaggio alla scoperta dei più importanti pensatori positivisti. Bisognerebbe ancora parlare di Darwin e dell’evoluzionismo, che hanno avuto una importanza enorme nell’epoca del positivismo: lo faremo in un altro podcast! Oggi ci siamo resi conto, ancora una volta, di come i movimenti filosofici siano sempre più complicati di quanto non appaiano a prima vista. Sono complessi, spesso si intrecciano tra loro e prendono forme diverse a seconda dello stato in cui si diffondono e a seconda del pensatore che li porta avanti. La filosofia, come l’arte, è legata sempre al contesto storico e alla vita delle persone che la praticano.

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