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Prima Pagina del 4 giugno 2020

Prima Pagina del 4 giugno 2020
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con Mario Sechi

Pressing su Conte perché chieda già altri finanziamenti

Avviso al navigante: il governo ha caricato di troppe aspettative il Paese, ha trasmesso il messaggio che l’Europa era pronta a coprire l’Italia di risorse, che i sovranisti erano in rotta. Ma la narrazione non coincide con la realtà, perché le risorse saranno inferiori a quelle ipotizzate e la parte più significativa non arriverà in tempo utile. Così adesso bisogna fronteggiare la crisi economica dopo la crisi sanitaria con una coperta corta, che espone ai rischi di una crisi sociale. Il navigante è Conte, l’avviso viene dal Pd, che teme un autunno drammatico e chiede al premier, per dirla con Bettini, «una strategia capace di affrontare mesi ancor più terribili di quelli che abbiamo alle spalle». E si capisce come il problema sia di tali dimensioni che non si supera con un cambio alla presidenza del Consiglio, nè si risolve con un rimpasto (come pure ha riproposto Sala in un’intervista al Corriere) o con un ipotetico allargamento della maggioranza. Il punto è che la coalizione di governo (e chi la guida) ha scommesso in proprio e una sua sconfitta potrebbe provocare sconquassi ben oltre il perimetro delle forze politiche. Per questo il Pd è preoccupato, perciò chiede che venga dismessa la dottrina degli annunci e — spiega un autorevole ministro dem — siano «affrontate subito tre questioni: la prima è far planare sul sistema economico le risorse già varate; la seconda è prepararsi senza remore ideologiche a chiedere ulteriori fondi al Parlamento e all’Europa; la terza è costruire un piano di interventi che chiuda la fase dell’assistenza e si concentri sugli investimenti. Basta con le manfrine».

Traduzione: per l’autunno servirà un ulteriore scostamento del bilancio pubblico nell’ordine dei trenta miliardi, a cui andranno aggiunti «senza se e senza ma» i soldi del Mes. Ché poi è quanto ha fatto capire ieri in conferenza stampa un Conte ormai senza più alibi: «Sul Recovery fund abbiamo in effetti un problema di immediata spendibilità e stiamo lavorando per avere delle anticipazioni». Cambia la narrazione come precipitano i sondaggi, e non solo quelli personali del premier: perché il presidente di Confindustria avrà potuto usare «espressioni infelici», ma un report di Euromedia research racconta che il 52,6% degli italiani è insoddisfatto dei provvedimenti di governo per le imprese. Ed è solo l’inizio. Non ci sono soldi e non ci sono appigli per Palazzo Chigi, a meno di scambiare l’apertura al dialogo di Berlusconi per un finanziamento (politico) a fondo perduto. Come anticipa il responsabile azzurro all’Economia Brunetta, sostenitore del confronto, «o la maggioranza condivide con l’opposizione un piano di riforme nazionali, oppure il prossimo scostamento di bilancio se lo vota da sola». Ecco la conseguenza dell’atteggiamento del governo denunciato dalla Meloni con il capo dello Stato: «Prima si sono presi in Parlamento i nostri voti, poi hanno usato le risorse senza nemmeno consultarci». E in effetti c’è stata finora a Palazzo Chigi una concezione unilaterale dell’unità nazionale sollecitata da Mattarella. Ma l’idea di privatizzare politicamente i profitti per la maggioranza, immaginando di statalizzare le perdite dividendole con l'opposizione, non convince più nemmeno il Pd. Così va interpretato l’appello di Franceschini, che evocando il secondo dopoguerra ha spiegato come «per ricostruire vanno messi da parte gli egoismi».

Mai come oggi gli equilibri politici dipendono dai fattori economici, e le preoccupazioni nella maggioranza — orientata a rafforzare il perimetro della coalizione — sono frutto delle proiezioni per quanto potrà accadere nei prossimi mesi. Nell’attesa anche il fronte opposto resta tatticamente inchiodato alla richiesta del voto anticipato, perché un cambiamento di copione dettato dal precipitare della crisi metterebbe a repentaglio gli equilibri e le leadership del centro-destra. Più che a un disarmo bilaterale, insomma, i due schieramenti mirano a una gestione controllata del conflitto: la maggioranza spera di resistere per arrivare a gestire l’elezione del prossimo capo dello Stato, l’opposizione conta di succedergli a Palazzo Chigi. «A meno che non salti tutto. E allora — si lascia sfuggire un ministro del Pd — a quel punto c’è Draghi».

Francesco Verderami - Corriere della Sera
 

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