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Prima Pagina del 30 maggio 2020

Prima Pagina del 30 maggio 2020
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con Bruno Manfellotto

La valanga di sussidi e aiuti non potrà durare per sempre. Serve una svolta per la ripresa

Siamo abituati a etichettare i discorsi dei governatori della Banca d’Italia come «richiami» o «allarmi». Ma le considerazioni di ieri di Ignazio Visco, concluse con la parola «speranza», non erano né l’uno né l’altro. Quanto l’indicazione precisa del fatto che il nostro Paese è a un punto di svolta. Non basta tornare a cosa eravamo prima della pandemia. Troppe le tensioni sociali che si percepiscono tra i cittadini, le famiglie. Troppi i malumori e l’insoddisfazione che serpeggiano tra le imprese. Non basta avere reagito in maniera «appropriata» alla crisi sanitaria che ci ha gettato in una situazione drammatica. Il dramma per le vittime che oggi piangiamo; la recessione che purtroppo ci aspetta e ci ferirà. Quello che serve, e Visco lo ha detto chiaramente («possiamo anche non chiamarlo un nuovo contratto sociale»), è un dialogo costruttivo tra politica, mondo dell’economia reale, finanza, istituzioni, società civile tutta. Il primo passo spetta al governo. Dovrà fare quello scatto verso l’efficacia dei suoi provvedimenti e dei suoi propositi.

 «Efficacia» è una parola che è ricorsa spesso nella relazione annuale di Visco pronunciata davanti a un Salone dei rappresentanti mai così vuoto. Con una quarantina di persone sedute e distanziate tra loro che indossavano tutte una mascherina, dietro la quale c’erano i volti delle principali cariche dello Stato e dei maggiori protagonisti del mondo delle imprese e dell’economia, dalla presidente del Senato, Elisabetta Maria Casellati e a quello della Camera Roberto Fico, passando per Mario Draghi e Fabio Panetta della Banca centrale europea. È la mancanza di «efficacia» ed «esecuzione» di quanto si decide, il nodo scorsoio che sta soffocando la portata e l’ampiezza della reazione.

Le scelte non si scaricano a terra, a decreto succede decreto e a essi regolamenti attuativi. Per quanto roboanti possano apparire le cifre dei finanziamenti posti in essere, quello che conta per una famiglia e un’impresa è il poterci contare in tempi rapidi. E questo non è avvenuto nei mesi scorsi. Non deve essere necessario aspettare la relazione annuale del governatore della Banca d’Italia per rendersi conto che ci sono state difficoltà e ritardi nell’erogazione dei prestiti alle imprese. È in questo che si vede la capacità di governo profonda. Un governo che non si accontenta di deliberare misure ma che con costanza e cassetta degli attrezzi al proprio fianco è pronto a intervenire in caso di strozzature.
Certo deve essere chiara la direzione. La valanga di sussidi e aiuti non durerà per sempre. Vanno costruite solide basi per la ripresa e lo sviluppo. Elencare i titoli dei capitoli non è sufficiente. Essi sono sin troppo noti: dalla digitalizzazione alla formazione, dagli investimenti alla semplificazione, passando per quella riforma fiscale che a parole viene ogni volta invocata.
Visco aggiunge anche quelli troppo spesso sottaciuti. Come l’invecchiamento della popolazione. E il mancato impegno affinché le donne possano accedere al mondo del lavoro. Dobbiamo riuscire ad avvicinare le percentuali di occupazione femminile a quella della media europea. Uno sforzo che potrebbe in parte cospicua garantire gli aumenti della stagnante produttività nazionale; passo fondamentale per puntare a crescere, superata la crisi, di almeno l’1,5% annuo. Un livello che può garantirci la sostenibilità del rapporto tra debito e prodotto interno lordo che la crisi contribuirà a gonfiare. Purché alle decisioni seguano i fatti. E nella relazione di raro impegno civile e visione, i suggerimenti non mancano.
È evidente che questo non riguarda solo e soltanto la maggioranza di governo. Affinché si esca dalla crisi rafforzati e non debilitati più di quanto purtroppo siamo, diventa imprescindibile che lo sforzo politico, di tutti gli schieramenti, punti con decisione alla coesione nazionale. E non alla rincorsa di slogan a effetto la cui forza viene verificata nello spazio di un sondaggio. Si deve abbandonare la logica della propaganda che invece di essere preoccupata per la qualità del gioco in campo preferisce la facile polemica contro l’arbitro.

Il dibattito che si avvierà sulle decisioni dell’Europa in merito al Recovery plan e al bilancio 2021-2027 darà la misura della maturità della nostra politica. Così come sottolineato da Visco oltre che da autorevoli commentatori come Francesco Giavazzi, di quel piano è importante l’architettura. Il fatto di essere inscritto nei trattati e non, come il fondo salvastati, al di fuori di essi.
Un passaggio che indica quanto l’Europa sia pronta a fare un salto di qualità. L’ancoraggio dei fondi a impegni e a progetti non faccia da alibi. Quanto stonata suona in questo momento la polemica sulle «condizioni» presunte poste dall’Europa. Stiamo dicendo che all’Italia non serve investire in infrastrutture, in formazione, non serve superare la soffocante burocrazia? Non sono condizioni ma necessità per il nostro Paese. L’Italia e gli italiani hanno sempre pagato i propri debiti in questi anni duri. È la politica che ha paura degli impegni, non il Paese. È grazie ai sacrifici di famiglie e imprese che abbiamo superato la crisi del 2008 e del 2013. Purtroppo quella che ci prepariamo ad affrontare sarà peggiore della loro somma.

La narrativa di un’Italia sempre con il cappello in mano, incapace di stare al tavolo con i suoi partner, sempre in procinto di far saltare il tavolo, deve lasciare spazio al realismo. L’elenco delle nostre debolezze è lungo quanto noto. Ma non deve offuscare i pregi di quel Paese descritto ancora ieri da Visco.
La flessibilità delle imprese, la capacità di rispettare le regole dimostrata in questi mesi di chiusura. Al debito pubblico record corrisponde un debito delle famiglie a fine 2019 pari al 62% del reddito disponibile: in Europa la media è il 95%. E in quei Paesi Bassi definiti da alcuni «frugali» è addirittura del 200%. Il debito delle imprese era sempre a fine 2019 pari al 68% del Pil, contro la media europea del 108 e del 150 in Francia e Paesi Bassi.
Senza illusioni certo. L’argine costruito dalla Banca centrale europea e quindi dalla Banca d’Italia ha funzionato. Ma resta un argine. L’Europa che per la prima volta individua coerentemente una politica di bilancio comune a cominciare dagli strumenti di indebitamento è un fatto storico. Ma ci mette alla prova. La consapevolezza dei mesi duri che ci attendono, con debiti pubblici e privati in aumento, diseguaglianze crescenti, deve convincere cittadini, famiglie, imprese, tutti a sentire, ognuno per la propria parte, la responsabilità del proprio agire che determinerà il volto del Paese di domani.
Gli italiani lo sanno. E lo hanno dimostrato. Ma perché la svolta sia tale, dovranno esserne consapevoli anche le istituzioni pubbliche, a tutti i livelli, nazionali e locali, la politica di governo e di opposizione. O la «speranza» che Visco ieri ci ha invitato a non perdere verrà soffocata.

Daniele Manca – Corriere della Sera 
 

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