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Maturadio

Greco | Teocrito

Greco | Teocrito
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Podcast di greco per l'esame di maturità letto da Valentina Carnelutti
Il podcast è stato scritto da Kathrine Budani
Maturadio è un progetto di podcast didattici per la maturità promosso dal Ministero dell'Istruzione con la collaborazione di Radio 3 e Treccani
Supervisione didattica a cura di Laudes
Ideazione di Christian Raimo
La sigla di Maturadio è di Teho Teardo

Teocrito
(di Kathrine Budani)
[Intro musicale: I movimento pastorale di Ludwig van Beethoven ]
Buongiorno... chiudete gli occhi, magari mettete in sottofondo la Sinfonia Pastorale di Beethoven di cui avete appena sentito l’inizio e lasciatevi trasportare. 
Siete in un luogo pieno di sole. Intorno a voi i prati in fiore, i boschetti ombrosi, i cieli limpidi. 
In questo paesaggio idilliaco, belle ninfe fuggono sorridenti e giovani pastori cantano e suonano. Riuscite a sentire il profumo dei fiori? E il ronzio delle api? E la musica dei pastori?
Siamo in Sicilia, siamo nelle campagne intorno a Siracusa, fa caldo, è mezzogiorno e il cielo è uno specchio.
Un pastore e un capraio pascolano insieme le loro greggi e parlano fra loro. Si spronano a cantare l’un l’altro, facendosi i complimenti a vicenda.
Il pastore dice:  “Dolcemente, o capraio, quel pino, là, presso le fonti,
sussurra la sua canzone; dolcemente anche tu suoni
la zampogna; dopo Pan, il secondo premio è per te…”

Il capraio gli risponde:    “Più dolcemente, o pastore, sgorga il tuo canto
di quell’acqua risonante, che scende giù dalla roccia.
Se le Muse vorranno prendersi in dono la pecora, 
tu in premio avrai l’agnellino custodito nel recinto.”

Allora il pastore gli dice:    “Vuoi per le Ninfe, vuoi, o capraio, sederti qui
Sul declivio del colle, dove crescono le tamerici, 
e suonare la zampogna? Intanto io pascolerò le capre.

Ma il capraio, che sa che il dio Pan, protettore di pastori e boschetti, non ama sentire troppo baccano a mezzogiorno, perché dorme, gli risponde: 
“Non è lecito, o pastore, nel meriggio, non è lecito a noi
suonare la zampogna; Pan lo temiamo. A quest’ora
riposa, stanco dalla caccia. È collerico,
e sempre l’amara bile gli sta nelle narici.
Ma tu canti, o Tirsi, le pene di Dafni,
e sei divenuto un maestro della Musa bucolica:
e dunque sediamoci qui, sotto l’olmo, di fronte a Priapo
e alle Ninfe, dove c’è quel sedile 
di pastori, e le querce…

Insomma, il capraio, che non ha grande voglia, si gioca la carta vincente dell’ira del dio Pan e vince questa strana gara tra pastori cantori.
Lui non può suonare la zampogna, che è troppo rumorosa, ma il pastore può cantare! 
E per essere sicuro di convincerlo, il capraio promette a Tirsi, che è il pastore, molti doni, tra cui una bella coppa di legno tutta intagliata. 
Il capraio viene accontentato e Tirsi inizia a cantare una canzone sulla morte per amore di un altro pastore, di nome Dafni.
Pecore, capre, acque limpide che sgorgano, ninfe a passeggio. Stiamo per entrare nel cuore della poesia dei pastori… bùkolos in greco significa ‘pastore’ e questa è appunto poesia bucolica, poesia pastorale. 
Oggi parliamo dell’inventore della poesia bucolica, il greco Teocrito. Per essere proprio precisi, la poesia bucolica esisteva già prima di Teocrito, ma era soprattutto una poesia folcloristica, popolare, come tipo i canti che si fanno nei campi quando si fa la vendemmia o la mietitura. 
Teocrito la trasforma in una poesia popolare contadina in una poesia con piena dignità letteraria. 
Come se mettesse un po’ il bollino a un genere, praticamente. 
Sono di Teocrito i versi che abbiamo letto sopra, la storia del pastore Tirsi e del capraio. È l’inizio dell’Idillio 1. 
Bucolico. Questo aggettivo dovrebbe riportarvi alla memoria un’opera di Virgilio, vero? Certo, le Bucoliche! Probabilmente vi ricordate bene anche il primo verso delle Bucoliche, l’esametro iniziale, la sua cadenza inconfondibile
Tìtyre tù patulaè, recubàns sub tègmine fàgi
Ecco, senza Teocrito Virgilio le Bucoliche non le avrebbe mai scritte. Ma non c’è solo Virgilio. Il filone bucolico ha una storia lunghissima che, tra fortuna e disgrazia del genere, arriva fino al 1600. 
Oggi torniamo al principio di questa storia, in Sicilia, alla fine del IV secolo a.C...

Come della maggior parte degli autori antichi, anche di Teocrito sappiamo poco.
Sappiamo che nasce a Siracusa, in Sicilia, intorno al 310 a.C. e che suo padre si chiama Prassagora. Qualcosa la veniamo a sapere anche dalle sue opere.
Ad esempio che nel 275, quando ha circa 35 anni, Teocrito cerca protezione (che è un modo più raffinato per dire che cerca qualcuno che lo paghi per scrivere), cerca protezione presso Ierone, un generale che ha appena preso il potere a Siracusa. (In onore di Ierone Teocrito scrive un canto di lode (è l’Idillio sedicesimo, “le Grazie o Ierone”), un genere diffuso della letteratura greca e che chiamiamo “encomio”). 
Ma Ierone è un generale: ama più le armi che la poesia. E probabilmente non raccoglie le richieste di Teocrito. 
Così Teocrito deve lasciare la Sicilia e cercare un protettore che lo accolga nella propria corte, qualcuno insomma che gli permetta di vivere facendo il poeta.
Sappiamo che vive per un periodo nell’isola di Cos, in Grecia, per approdare – alla fine – in Egitto. 
Alessandria d’Egitto, che tanto ricorre nelle nostre lezioni e che sembra essere l’ombelico del mondo in questo momento. Qui regna Tolomeo II Filadelfo; e Teocrito, di nuovo, prova con la tattica dello scrivere un poesia in sua lode, l’encomio. 
È l’idillio diciassettessimo, “Encomio a Tolomeo”. 
Questa volta però per fortuna non ha di fronte un tiranno guerraiolo come Ierone, ma un sovrano colto, raffinato: Tolomeo. Tolomeo è un re che ama le arti e finanzia senza badare a spese la famosa Biblioteca di Alessandria. 
Paga uno stipendio anche a tutti gli studiosi che ci lavorano! (se sei interessato ad approfondire questo argomento, puoi ascoltare la puntata di introduzione all’età Ellenistica).
Così, finalmente, poco prima del 270 avanti Cristo, un Teocrito ormai quarantenne trova finalmente il suo protettore che lo stipendia. 
Stando ad Alessandria, inoltre, Teocrito ha la possibilità di conoscere altri due grandissimi poeti dell’epoca, ossia Callimaco e Apollonio Rodio. 
Teocrito, Callimaco, Apollonio Rodio. Questo è praticamente un terzetto, una triade fondamentale dell’età ellenistica. Se vuoi goderti il quadro completo, puoi ascoltare anche le puntate dedicate agli altri due autori.
Ma torniamo a Teocrito. Non sappiamo esattamente quando muore, ma grazie ai riferimenti e alle notizie che si possono trovare nei suoi Idilli, gli studiosi escludono che fosse ancora vivo dopo il 260 a.C.
Ora vi starete chiedendo: cosa ci è rimasto di scritto di Teocrito? 
Sotto il suo nome, vengono tramandati trenta componimenti, trenta poemi in esametro, il metro tradizionale della poesia epica. Questi trenta componimenti in esametri sono chiamati Idilli e insieme formano quello che gli studiosi chiamano “corpus teocriteo”. Corpus in latino potremmo tradurre con opera. L’opera teocritea. 
Non sappiamo né chi né quando ha raccolto vari Idilli e ha creato una antologia, un corpus appunto. Non sappiamo chi ha deciso che tutti questi Idilli li ha scritti Teocrito. Di certo sappiamo che non è stato lui a dircelo.
Ma quindi sono stati scritti tutti e trenta da Teocrito? Gli studiosi dicono di no. Con una certa sicurezza hanno affermato che 7 di questi idilli sono spurii, cioè non sono sicuramente suoi, su due idilli - pensate - si discute ancora .
Gli altri venti idilli sembrano essere proprio di Teocrito.
Sempre a Teocrito la tradizione attribuisce anche una ventina di epigrammi, il frammento di una elegia e un carme figurato chiamato “la zampogna”. 
Quindi: idilli, epigrammi, un’elegia e un carme figurato. 
Questo carme figurato è una cosa curiosa: si tratta di una poesia in cui il testo, sulla pagina, viene disposto in modo tale da avere una forma particolare. In questo caso... in forma di una zampogna! 
Fino a questo momento, abbiamo detto tante volte la parola idillio. Ma non abbiamo ancora spiegato cosa vuol dire e da dove viene. Dunque, vediamolo subito.
I commentatori antichi, cioè quelli che copiavano, studiavano e commentavano le poesie di Teocrito, usavano comunemente il termine greco eidýllia [per gli attori: eidùllia, con la ü].
Questo termine, idillio, è usato sia per indicare le poesie di Teocrito, sia altre poesie sempre ambientate tra i pastori, ma anche componimenti ambientati in situazioni diverse, anche più cittadine. Ad ogni modo, eidýllia è un termine dal significato oscuro.
Ci sono studiosi che credono che voglia dire “bozzetto” nel senso di scenetta, sketch. Altri studiosi invece credono che  eidýllia voglia semplicemente dire “piccoli componimenti”. 
In italiano, invece, la parola “idillio” sta ad indicare un componimento di carattere agreste, o comunque che ha a che fare con la vita dei campi, concepita come una vita lieta; lontana dalle ansie e fatta di contemplazione, fra fiorellini e ruscelletti. 
E se questo termine, idillio, che in greco aveva un significato tanto generico, ha assunto questa connotazione bucolica, lo dobbiamo alla fortuna che avrà la poesia pastorale di Teocrito nella letteratura Europea.
Gli argomenti affrontati negli Idilli sono vari, non ci sono solo poesie bucoliche: ci sono i due encomi, due canti di lode, di cui abbiamo accennato prima (quello a Ierone e quello a Tolomeo), ci sono dei mimi (non vi turbate, più avanti diremo cosa sono), ci sono degli epilli, cioè brevi componimenti epici, ci sono gli epitalami, i canti per le nozze, ci sono degli inni... 
Non avevate mai pensato che ci sono tante forme di poesia!
Questa varietà di argomenti ci fa già capire quanto Teocrito fosse versatile. Del resto, proprio la “varietà” – chiamata in greco poikilìa – è uno dei principi fondamentali della poesia dell’epoca di Teocrito.

Eccoci arrivati al momento di parlare nel dettaglio degli Idilli bucolici di Teocrito. Come dicevamo prima, Teocrito è stato l’inventore della poesia bucolica, ovvero della poesia ambientata nel mondo agreste dei pastori. 
Un mondo fatto di “agoni”, cioè di gare fra pastori con premio finale; un mondo fatto di canti eseguiti per passare piacevolmente il tempo nelle ore più calde, magari all’ombra di qualche albero.
Abbiamo iniziato questa lezione ascoltando i versi del primo Idillio, intitolato Tirsi o il canto, che, se vi ricordate, iniziava con il botta e risposta fra un capraio e un pastore per decidere chi dei due dovesse intrattenere l’altro. 
Alla fine è il pastore Tirsi a cantare una canzone sulla morte di Dafni. 
Questo pastore, Dafni, che tornerà protagonista in altri idilli, è una figura fondamentale nella tradizione pastorale. 
Già, perché secondo il mito, Dafni è proprio il fondatore di questo genere, la poesia bucolica. 
Esistono varie versioni sulla morte di Dafni, ma quello su cui tutti concordano è che la natura tutta – uomini, animali, divinità – si ritrova a piangere e onorare la prematura morte del pastore Dafni. E questo ce lo canta anche Teocrito nel primo idillio. 
Sugli idilli seguenti andiamo un po’ veloci: i nomi sono tanti, le scene tutte abbastanza simili. Ve li raccontiamo più per entrare nelle ambientazioni e nelle situazioni di Teocrito che non perché ce li dobbiamo ricordare davvero ricordare tutti. 
L’Idillio terzo, Il capraio, è la serenata disperata di un capraio davanti alla grotta dove riposa la bella Amarillide, che ovviamente non risponde ai lamenti del nostro eroe. 
La serenata davanti alla porta è una forma tipica della letteratura greca: ha un nome lungo e difficile, si chiama paraclausìthyron, che sta per “piangere davanti alla porta”, è un genere. 
Teocrito però trasporta questa scena classica in un mondo bucolico. Invece di una porta c’è una grotta! Abbiamo già detto della poikilìa, la versatilità, no? 
L’Idillio quarto, Pastori, è una conversazione tipica tra pastori, in un ambiente tipico da pastori, mentre fanno un’attività tipica dei pastori: pascolano. 
Uno dei due, alla fine, canta la sua bella Amarillide. E sono già due idilli con Amarillide (tre se vi ricordate che Amarillide è anche nelle Bucoliche di Virgilio). Questo perché anche Amarillide è un nome tipico della poesia bucolica, oltre che il nome di un fiore. 
Nell’Idillio quinto, Per via, Teocrito trasforma in opera letteraria un “agone” bucolico, cioè una gara di canto che si teneva comunemente tra pastori, una specie di freestyle, una gara di improvvisazione. 
Teocrito prende le mosse da una cosa reale, ce lo dice il tono dei versi che si scambiano i due protagonisti, il capraio Comata e il pastore Lacone: pesanti frecciatine, fino a veri e propri insulti. 
Un botta e risposta serratissimo. Che ci ricorda il giambo, ma soprattutto la commedia di Aristofane (c’è un podcast anche su Aristofane se vuoi ripassare!). Alla fine di questo agone, il giudice della gara, un taglialegna, assegna la vittoria a Comata. 
L’Idillio sesto, I cantori, è una gara di canto, un agone, come nell’idillio precedente. 
Solo che il tono qui cambia: non c’è lo scontro o l’invettiva. I pastori protagonisti, Dafni (Dafni, sempre lui!) e Dameta sono felici di cantare insieme. L’oggetto dei loro canti è Polifemo. Ve lo ricordate? Il mostruoso ciclope pastore con un occhio solo che viene accecato da Ulisse nell’Odissea. 
Ebbene, qui Polifemo è protagonista di un’avventura amorosa, altro che mostro sanguinario! Dafni infatti canta l’amore della ninfa del mare Galatea per Polifemo, che però la ignora. Dameta, invece, impersona Polifemo e rivela che in realtà ignorare Galatea è solo una tattica. 
Polifemo, come vedremo, sarà protagonista anche di un altro Idillio, l’undicesimo.
L’Idillio settimo, Licida o le Talisie, viene considerato dagli studiosi il vero manifesto poetico di Teocrito, ovvero l’idillio in cui dichiara perché e come scrive poesie. 
Ecco perché ci soffermeremo un pochino su questa poesia. I protagonisti si chiamano Simìchida e Lìcida.
Ad aprire è Simìchida (Teniamo subito a mente che questo Simìchida è in realtà Teocrito. Così sarà più facile capire il senso dell’idillio). Dicevamo, Simìchida comincia a raccontare di una cosa che gli è successa tempo addietro nell’isola di Cos. 
Qui, mentre andava con due amici a celebrare delle feste in onore della dea Demetra, le Talisie che danno il titolo all’idillio, aveva incontrato sulla strada il capraio Lìcida.
Lìcida il capraio, con una pelle di caprone sulle spalle e un bastone nella mano, è anche un cantore assai famoso e Simìchida non si lascia sfuggire l’occasione per una gara: una gara da “cantare alla maniera bucolica”. Simìchida è infatti convinto di poterlo eguagliare. 
Ma fa comunque un po’ il falso modesto, questo Simìchida:
Sono anche io una sonora bocca delle Muse; anche di me
dicono tutti che sono un cantore eccellente; 
per null’affatto; a parer mio non vinco ancora nel canto 
né il nobile Sicelida di Samo, né Filita, 
ma con loro contendo come una rana con i grilli.
Per la cronaca, Sicelida di Samo e Filita (che è Filita di Cos), sono due poeti famosi all’epoca di Teocrito.
Ma torniamo a Lìcida, che comincia a cantare. Poi canta Simìchida. Alla fine Lìcida dona a Simìchida il suo bastone.
Perché questo settimo idillio è così importante? Simìchida è Teocrito, l’abbiamo detto. Lìcida invece, nonostante il suo aspetto di capraio, ha un qualcosa di divino. Per questo l’idillio settimo è importante: perché Teocrito racconta qui la sua investitura poetica, come è diventato poeta. E lo fa recuperando un’immagine che tutti i lettori avevano ben chiaro in mente: l’investitura di Esiodo, che all’inizio della Teogonia riceve il ramo d’alloro dalle Muse. 
“Il mio bastone” disse “voglio donarti, perché sei 
un virgulto di Zeus tutto forgiato sulla verità. 
A me è fortemente odioso l’architetto che si sforzi di costruire
una casa alta come la cima dell’Oromedonte, 
e i pollastri delle Muse, quanti di fronte all’aedo di Chio
schiamazzando si affannano invano”.
In questa investitura poetica Teocrito ci dice anche qual è la poesia di cui viene riconosciuto protagonista. Non è una poesia alta come la cima del monte, né quella dei pollastri che corrono appresso all’aedo di Chio. L’aedo di Chio è Omero e la poesia che sicuramente non è il genere di Teocrito è l’epica, lunga, imponente ed eroica. Come l’altro poeta come si chiama Callimaco, quella di Teocrito è una poesia breve, minuziosa, cesellata come un’opera di finissimo artigianato. 
Teocrito-Simìchida sarebbe un «virgulto di Zeus tutto forgiato sulla verità». 
Anche le Muse sull’Elicona avevano parlato a Esiodo del vero. Ma il vero di Esiodo è un vero religioso: Esiodo deve scrivere la Teogonia, cioè la storia della nascita degli dei. Il vero di Teocrito è un vero che non ha a che fare con gli dei. Anzi.
Il vero di Teocrito è il realismo. 
Niente eroi inarrivabili, ma piccoli quadretti di vita umile, come quella dei pastori. 
Però stiamo attenti alla parola realismo: il realismo di Teocrito non è il realismo di Verga, l’autore dei Malavoglia (quel realismo lì lo spieghiamo bene nel podcast su Verga). 
Teocrito, è vero, rappresenta la realtà dei campi: dimostra di conoscere bene gli usi e i costumi dei pastori. 
Ma questa realtà che descrive è sempre molto idealizzata. Pare che non ci sia niente di meglio del vivere in campagna e fare i pastori! 
Leggendo Teocrito non troverete traccia della fatica e delle difficoltà oggettive (anche di sopravvivenza) che poteva avere un povero pastore del terzo secolo a.C.
Ci siamo soffermati un po’ su questo settimo idillio, Lìcida o Le Talisie, perché è il cuore della poesia e dell’idea poetica di Teocrito. 
Dobbiamo solo aggiungere un’ultima cosa. Quando Teocrito scrive Le Talisie non è un poeta in erba, un semisconociuto cantore siciliano. Teocrito è già noto e affermato nell’ambiente. Con questo idillio semplicemente se lo certifica. E si presenta come il migliore, il caposcuola della poesia bucolica che poi effettivamente è. 
Andiamo avanti con gli idilli: li abbiamo quasi raccontati tutti. 
Arriviamo all’Idillio decimo, I mietitori, che è leggermente diverso dagli altri Idilli bucolici, perché Teocrito qui non parla di pastori, per fortuna!
Ma entra nel mondo dei contadini. 
Si tratta, infatti, di un dialogo fra Bucèo, romanticamente innamorato, e l’ironico e insensibile Milone, durante la mietitura. 
A Milone che gli domanda come mai stia lavorando così male, il povero Bucèo risponde:
“O Milone infaticabile, frammento di dura roccia,
non ti è mai capitato di desiderare qualcuno lontano?”

Milone: “Mai. Quale desiderio di persone può avere un bracciante?”

Bucèo: “Non ti è mai capitato di non chiudere occhio per amore?”

Milone: “E non mi capiti mai! Che guaio se il cane prova il gusto di budella”

Milone cerca di liquidare le lamentele amorose di Bucèo e lo invita a... indovinate a cosa? sì, lo invita  a cantare. 
Buceo, ovviamente, inizia un canto in onore della sua amata. 
Milone, invece, è meno sentimentale, e intona un canto di lavoro, un canto di lavoro tradizionale in onore della dea Demetra, la dea dei campi. 
E infine, eccoci arrivati a parlare dell’ultimo Idillio bucolico di Teocrito, l’undicesimo, Il Ciclope. 
Qui Teocrito sceglie la formula della lettera poetica, cioè una finta lettera in versi, che indirizza all’amico medico Nicia di Mileto. 
Il tema dell’undicesimo idillio sono le pene d’amore del ciclope Polifemo per la bella ninfa del mare Galatea. 
La lettera/idillio esordisce dicendo che l’unico rimedio alle pene d’amore è la poesia, prova ne è il fatto che persino il ciclope Polifemo ha cantato per avere sollievo dalle pene d’amore. Tutti soffrono per amore!
Polifemo, come già nell’Idillio sesto, non è il mostro che tradizionalmente viene raccontato: 
ricordatevi che nell’Odissea è un mostro che non solo vìola le regole dell’ospitalità tanto care ai Greci, ma si mangia addirittura i compagni di Ulisse! Un mostro terribile!
Teocrito, invece, qui ce lo presenta come un giovane, un ingenuo pastorello con un occhio solo che, per sentirsi meglio, canta in riva al mare con la speranza che la sua amata lo senta. Sentite come canta il giovane Polifemo innamorato:
Seducente ragazza, comprendo perché fuggi:
è perché un peloso sopracciglio sull’intera fronte 
da un orecchio all’altro si stende, unico e lungo,
e sotto c’è un solo occhio e largo è il mio naso sopra il labbro.
Brutto, Polifemo resta brutto – con questo monosopracciglio che va da orecchio a orecchio, un occhio solo, il naso un po’ spiaccicato. Ma sicuramente Teocrito gli ha restituito un po’ di umanità...e magari anche un po’ di ironia.

Ma ora dobbiamo abbandonare il mondo dei pastori, perché gli Idilli di Teocrito, come abbiamo detto all’inizio, hanno anche altre ambientazioni. 
Parliamo dei tre Idilli definiti dalla critica “mimi”. 
Sì, magari ci stiamo immaginando tutti l’attore che fa il mimo… questo tipo smilzo, con i calzoni neri, la maglietta a righe, la faccia bianca di cerone, le mani appoggiate contro un vetro che non c’è. No. Via questo mimo. Sradicatevelo dal cervello. 
Il mimo di Teocrito è il figlio anzi il pronipote di un antico genere letterario, una specie di forma popolare di teatro che si era sviluppata in Sicilia, quindi nella terra di origine di Teocrito, intorno al quinto secolo a.C. Il mimo è un genere vecchio. 
Il più famoso autore di mimi si chiamava Sofrone ed era stato contemporaneo di Euripide, quinto secolo avanti Cristo, età classica, non età ellenistica.
Nonostante di Sofrone non ci siano arrivati i testi, noi sappiamo cos’era un mimo per i greci. Un mimo, molto semplicemente è un dialogo, tra persone normali, in situazioni quotidiane. Avete capito bene. La normalità di una chiacchiera al mercato, uno scambio tra vicini di casa. Cose così. Ma perché, direte voi, si chiamano mimi? Semplice, perché mimeomai in greco vuol dire “imitare” e nei mimi si “imitavano” scene di vita reale, solitamente in contesti cittadini. 
Quindi basta con questi eroi, questi dei, questi oracoli drammatici della tradizione! Sì all’uomo medio e alle piccole banalità di ogni giorno!
Torniamo ai mimi di Teocrito. Se fino ad ora siete stati abbastanza attenti, potreste domandarvi: ma visto che si tratta di dialoghi che imitano la realtà, che differenza c’è fra un Idillio bucolico che parla di pastori e un Idillio mimetico? 
La differenza è nel contenuto: gli Idilli bucolici presentano una realtà molto idealizzata e fissa, quella dei pastori che cantano nei prati. I mimi hanno più possibilità di variazione: variano le ambientazioni all’interno della città, i protagonisti, gli argomenti di dialogo. Vediamo.
L’Idillio secondo, intitolato Le incantatrici, è ambientato nel cuore della notte. C’è una donna, Simeta, che con l’aiuto della sua schiava sta cercando di compiere un incantesimo. 
Ha scoperto che il suo amante si è innamorato di qualcun altro (che tra l’altro non si sa se è un uomo o una donna). Così Simeta cerca di compiere un sortilegio, come una strega, per farlo tornare da lei. 
Simeta descrive gli atti della magia, poi si rivolge alla Luna, ha nostalgia, rievoca i vari momenti della sua storia d’amore. Il primo incontro, l’innamoramento fulmineo: 

E io come lo sentii 
che oltrepassava la soglia della porta con passo leggero,

Tutta gelai più della neve, e dalla fronte
il sudore mi scorreva copioso, simile a molle rugiada, 
né riuscivo a proferir parola, nemmeno quanto balbettano
i bambini nel sonno, chiamando la mamma, 
ma mi irrigidii nel bel corpo come fossi una bambola.

Queste sono le sensazioni che Simeta ha provato nel suo primo appuntamento con l’amato. E voi? Vi siete mai sentiti così?
Piano piano Simeta si calma e la poesia si chiude con una triste rassegnazione.
Il peso della delusione amorosa, Simeta sa, non se ne andrà tanto facilmente. E rivolgendosi alla luna:
Ma tu volgi lieta i tuoi destrieri verso l’oceano, 
o veneranda, e io sopporterò la mia pena così come l’ebbi.
Addio, Luna dal trono lucente, addio, voi altre
Stelle, che fate corteggio al carro della silente notte.

Insomma, siete stati traditi o vi hanno lasciato per qualcun altro? Questo è l’Idillio che fa per voi. Le pene di cuore non passano mai di moda...
Sempre di drammi del cuore parla nell’Idillio quattordicesimo, l’idillio Eschine e Tionico, in cui un innamorato, di nome Eschine, racconta a un amico incontrato per caso le sue pene d’amore. Anche qui!
La sua Cinisca, di cui è gelosissimo, probabilmente ama un altro. Si sono separati in malo modo, oramai da due mesi, dopo che lui l’ha schiaffeggiata in preda alla gelosia (che il mondo greco sa essere molto maschilista lo sappiamo bene!). 
Eschine, deluso, rifiutato sta pensando di farsi soldato, per dimenticare questa delusione. 
L’Idillio si conclude con un elogio di Tolomeo Filadelfo, il re che pagava Teocrito. In fondo, ogni tanto Teocrito doveva pur nominare il suo protettore, no? 
Arriviamo infine all’Idillio quindicesimo, Le Siracusane o le donne alla festa di Adone. Le protagoniste sono due amiche, due siracusane, Gorgò e Prassinoa, che però si sono trasferite ad Alessandria d’Egitto (proprio come Teocrito). 
La città di Alessandria è in fermento, la regina Arsinoe (moglie di Tolomeo II Filadelfo), come ogni anno, dà una grande festa a palazzo. 
Si tratta della festa in onore di Adone, il bel giovanotto morto prematuramente, dopo essere stato conteso addirittura da due dee...
In questo quindicesimo idillio, Le Siracusane, Teocrito ci porta alla scoperta della città vista con gli occhi delle due amiche. 
L’azione inizia a casa di Prassinoa, continua per la strada e termina nella reggia di Tolomeo, aperta al popolo per l’occasione. 
Nella reggia la popolazione può assistere al canto eseguito da una celebre cantante. Ovviamente un canto in onore di Adone, il bel giovanotto. 
Attraverso la conversazione scoppiettante di Gorgò e Prassinoa, gli episodi minimi che costellano la loro giornata, entriamo in contatto con la loro realtà quotidiana: il marito, i figli, la gestione della casa, i vestiti. 
Anche la festa ci appare strabiliante e colorata, perché la guardiamo con i loro occhi. Questo Idillio merita davvero di essere letto per intero, tanto è moderno e divertente. Anche a distanza di secoli, Gorgò e Prassinoa potrebbero essere le vostre mamme o le vostre zie quando escono con le amiche, a spasso per il paese nel giorno di festa. 

Ed eccoci quasi arrivati alla fine di questa carrellata sui più importanti Idilli del buon Teocrito, che amava variare e sperimentare, come avrete capito a questo punto. 
Abbiamo detto all’inizio che tra gli Idilli di Teocrito ce ne sono un paio che appartengono alla tipologia dell’epillio. 
L’epillio è, molto semplicemente, di una breve composizione epica. Ma, nelle Talisie, Teocrito non aveva detto per bocca di Lìcida di detestare l’epica? 
Sì, l’ha detto. Ma detesta solo quella lunga. L’epica breve si può fare. Con i protagonisti di sempre, gli dei e gli eroi, e con la lingua di Omero. Epica ma breve. 
L’Idillio tredicesimo, Ila, è per l’appunto un epillio inserito all’interno del celebre mito degli Argonauti che, comandati da Giasone, devono recuperare il vello d’oro.
Tra questi argonauti che devono fare l’impresa di recuperare il vello d’oro c’è il giovane Ila, amato da Eracle. È un amore omosessuale, certo! Questo Ila che è un fico, si allontana per andare a prendere dell’acqua a una fonte. Presso la fonte però abitano le ninfe, che si innamorano del bel ragazzo e lo trascinano giù nelle acque insieme a loro. 
Eracle è ignaro di tutto. Ila è sparito e lui lo vuole ritrovare a tutti i costi. 
In preda alla disperazione, abbandona gli altri Argonauti, che ripartono per il loro viaggio senza di lui. 
Questo Idillio racconta un episodio marginale del mito degli Argonauti (è tipico dei poeti ellenistici, fermarsi sui dettagli!). Ma è un epillio importante perché ci parla di una relazione tra i poeti, tra i letterati. 
No, non una relazione amorosa, ma una relazione poetica. Lo stesso mito di Ila, infatti, lo troviamo anche un altro poeta, che come Teocrito lavorava alla corte dei Tolomei. Si tratta di Apollonio Rodio, autore del famosissimo poema epico intitolato Le Argonautiche (ovviamente c’è un podcast anche su di lui). Messi a confronto i due testi hanno tante somiglianze, troppe. I critici credono che Teocrito l’abbia scritto dopo aver letto Apollonio Rodio. Teocrito probabilmente fa uno dei suoi giochi letterari: prende Apollonio Rodio, lo cita, ci dice che è il suo modello. Gli fa un omaggio, un complimento. 
Un altro idillio/epillio interessante per vedere il rapporto di Teocrito con la tradizione è il ventiquattresimo, l’Eracle bambino. Qui Teocrito si confronta con un mostro sacro della poesia arcaica, Pindaro, e in particolare con la sua Nemea prima.
Teocrito narra della nascita di Eracle che, in culla, strozza i serpenti mandati da Era per ucciderlo. Non ve lo ricordate il mito? Eracle era l’ennesimo figlio di Zeus nato fuori dal matrimonio e questo non andava proprio giù a Era, la sposa ufficiale di Zeus. 
Comunque, qui Teocrito elimina tutta l’atmosfera eroica descritta da Pindaro e la vicenda si colora di toni realistici e borghesi. Da un autore che scrive di pastori e casalinghe a zonzo per la città, cosa potevamo aspettarci?
Sarebbe bello poter continuare ad analizzare insieme a voi tutti gli altri Idilli di Teocrito, ma il tempo è tiranno e questi di cui abbiamo parlato sono gli Idilli che dovete cercare di tenere a mente - non sono pochi! - perché questi idilli di cui abbiamo parlato vi permettono di avere una visione chiara della poetica di Teocrito. 
___________________________

Tirando le somme, i valori principali di Teocrito, che vi dovete ricordare, sono stati: uno la sperimentazione, due la varietà, tre la brevità dei componimenti e l’interesse per le scene di vita quotidiana e per argomenti nuovi, come quelli agresti. 
Per noi come per gli antichi, Teocrito è stato, essenzialmente, l’inventore della poesia bucolica: un nuovo genere che tratteggia situazioni di vita dei campi in cui le tematiche privilegiate sono l’amore e le sfide di canto (gli agoni) e che hanno per protagonisti bovari, pecorai e caprai. 
Come abbiamo detto, già nella letteratura precedente c’era stato qualche riferimento a gare di canto fra pastori (il primo a parlarne è stato addirittura Omero, nell’Iliade), ma è Teocrito a prendere questo spunto e a trasformarlo in un genere letterario autonomo, a sé stante, creando dei veri e propri codici poetici, delle regole, che influenzeranno tutta la letteratura bucolica successiva.
All’epoca di Teocrito, l’ambientazione nei campi doveva essere sentita come estremamente originale. 
Infatti tutta la letteratura precedente aveva avuto come centro la cultura della città, la polis. La polis era il solo luogo in cui sembrava che avessero valore le azioni umane. 
Ma, come ci siamo detti nella puntata di introduzione all’età ellenistica, dopo la morte di Alessandro Magno e l’ascesa dei regni ellenistici, la città perde il suo primato. L’uomo è suddito di un re, non più cittadino di una città autonoma. E questo si ripercuote ovviamente sulla letteratura e sulle ambientazioni.
I personaggi che incontriamo nel mondo agreste di Teocrito, non sono veri pastori (sì, l’abbiamo già detto, ma è importante sottolinearlo a dovere). I pastori di Teocrito non sono dei buzzurri, ma sono idealizzati, abili nelle arti, di animo nobile, sensibili al bello e in totale unione con la natura che li circonda, che spesso partecipa attivamente alle gioie e ai dolori umani. 
La campagna di Teocrito è quella che poteva piacere a un pubblico di gente molto istruita di Alessandria. La campagna di un posto lontano, la Sicilia, popolata da popoli con costumi diversi e con un dialetto diverso: il dialetto dorico. 
Sì, perché gli Idilli bucolici di Teocrito sono in dialetto dorico e in esametri: un mix che avrà fatto storcere il naso a molti tradizionalisti. Perché l’esametro è il verso di Omero, ma il dialetto dorico non è la lingua di Omero. Insomma, non era una cosa che poeticamente stava bene fare. Un mezzo pastrocchio per alcuni! Come se cantassi in rap Carducci!
Ma, in barba a chi lo avrà criticato all’epoca, Teocrito ha suscitato uno straordinario successo con i suoi Idilli bucolici. Lo hanno imitato i poeti anonimi che hanno composto gli Idilli spurii (vi ricordate? sono quelli “non autentici”); lo hanno imitato Mosco e Bione, altri poeti greci; lo ha imitato in un romanzo Longo Sofista, di cui parleremo nella puntata sul romanzo greco; lo ha imitato Virgilio nelle sue Bucoliche, Torquato Tasso nell’Aminta... e tanti altri, nella storia della letteratura europea. 
Con Teocrito è nata l’immagine idealizzata del pastore poeta, in eterna contemplazione di una natura benigna, sempre innamorato. L’avrete visto pure in decine di dipinti.

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