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Maturadio

Greco | Polibio

Greco | Polibio
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Podcast di greco per l'esame di maturità letto da Valerio Mastandrea
Il podcast è stato scritto da Giovanni Ribuoli
Maturadio è un progetto di podcast didattici per la maturità promosso dal Ministero dell'Istruzione con la collaborazione di Radio 3 e Treccani
Supervisione didattica a cura di Laudes
Ideazione di Christian Raimo
La sigla di Maturadio è di Teho Teardo

POLIBIO
(di Giovanni Ribuoli)
Il racconto dei fatti storici è un modo per avvicinarci a voci del passato, a scrittori che ci hanno raccontato mondi che non esistono più, regni, imperi.... Scrittori che però ci hanno anche mostrato come l’essere umano - cambia la storia, nascono e muoiono le nazioni - rimane sempre lo stesso, cioè un grande mistero. 

Iniziamo questo podcast leggendo un brano di oltre duemila e cento anni fa, dello scrittore che si chiama Polibio, che è l’autore di cui parleremo oggi: 

Mentre camminavano insieme, Publio disse ad un tratto, arrossendo, con voce calma e tranquilla: «Polibio, perché chiacchieri sempre con mio fratello Fabio, gli fai domande e gli rispondi, ma ignori me? Evidentemente, pensi anche tu, su di me, quello che pensano gli altri miei concittadini: che sembro a tutti troppo pigro e tranquillo... diverso dal carattere e dall’abitudine dei romani, perché non mi piace discutere cause in tribunale. Dicono che la mia famiglia non ha bisogno di un rappresentante così, ma del contrario: che è la cosa che mi rende più triste.» Polibio, stupito dall’inizio del discorso del ragazzo, che non aveva più di diciott’anni, esclamò: «Per gli dei, Publio, non dire una cosa simile e non averla nemmeno in mente. Non faccio così perché ti disprezzo, e non ti tengo da parte; mi rivolgo a tuo fratello quando inizio e quando finisco i miei discorsi solo perché è il più grande...»

Questo brano, se non avesse come protagonisti dei personaggi dai nomi un po’ particolari, non sembrerebbe scritto più di duemila e cento anni fa. 

È una semplice conversazione tra amici, uno di nome Publio e uno di nome Polibio, raccontata da uno dei due. 

I personaggi, però, sono figure di primo piano nella storia antica e nel racconto storico dell’antichità. In questo breve brano tratto dalle sue Storie, lo storico greco Polibio descrive l’inizio della sua intensa amicizia con Scipione: perché il Publio che parla è proprio un appartenente alla potentissima famiglia degli Scipioni. 
Publio Scipione, quindi... ma quale?
Perché di Scipioni ce ne sono parecchi, come ci spiega un vecchio film di Luigi Magni.
(Scipione detto anche l'africano - 1971 >> )

Come si dice in questo film del 1971, Scipione detto anche l’Africano, di Scipioni davvero famosi ce ne sono due soltanto: l’Africano, appunto, che sconfisse Annibale nella battaglia di Zama, nel 202 avanti Cristo, e l’Emiliano, che nel 146 distrusse Cartagine. L’amico di Polibio nel brano che abbiamo appena letto è… il secondo! Uno dei più grandi generali della storia di Roma. 

Ma questo cos’ha a che fare con la letteratura greca? Il Polibio di cui parliamo oggi, l’amico di Scipione l’emiliano, è Polibio di Megalopoli, uno dei più importanti scrittori di storia dell’età ellenistica, che scrisse un’opera storica in 40 libri nella sua lingua natale, il greco, a cui diede un titolo molto semplice. Lo chiamò Storie.
(Scipione anche detto l'africano - 1971 >> )

Queste parole di un Catone più romanesco che romano (sempre dal film Scipione detto anche l’Africano di Luigi Magni) spiegano ironicamente una questione molto interessante: cioè il rapporto tra la letteratura a Roma e la letteratura greca. 

Polibio, uno degli ultimi autori che si studiano nel programma di letteratura greca, richiama la questione dei modelli greci in ogni genere letterario. 

La grande letteratura greca esisteva da ben prima che la letteratura latina giungesse a risultati altrettanto importanti. Infatti, fino a quell’epoca, non erano ancora state scritte opere storiche sulla storia di Roma in latino: e dire che, nel 202 a. C., Roma era riuscita a sconfiggere Cartagine, che era la più grande potenza dell’epoca nel mar Mediterraneo!

Gli unici scritti storici a Roma erano, fino a quel momento, i documenti ufficiali, tra cui gli annali dei sacerdoti più importanti, i “pontefici”, in cui venivano registrati in modo molto breve tutti gli eventi, giorno per giorno, anno per anno. 
Gli annali erano delle specie di cronache, che non si sono conservate, ma che probabilmente assomigliavano a questo: «Oggi è caduto un fulmine sul monte Albano, si è deciso di entrare in guerra contro la città di Taranto.»

C’era qualcuno che aveva raccolto questi scritti, aveva fatto delle vere e proprie raccolte, con lo stesso stile semplice di questi “annali” dei pontefici, ma non ci sono arrivate nemmeno le raccolte… sono sparite nel trascorrere del tempo...

Gli storici greci erano, da parecchio tempo, scrittori molto più raffinati, attenti alla forma e creatori di alcuni stili inimitabili, veri e propri autori letterari: Erodoto, Tucidide, Senofonte… ma non Polibio! 

Polibio evita alcuni passaggi tipici del genere storico, cerca di andare in controtendenza su molte cose. 
Per esempio, all’inizio di un’opera storica si usava piazzare un elogio della Storia. In pratica, si diceva: ascoltate la storia, che è importantissima! Si diceva quello che si stava per scrivere era importantissimo e serviva a un sacco di cose. 

Polibio invece non lo fa. Dice: visto che tanto lo hanno già fatto tanti altri storici, io vi risparmio il solito pistolotto iniziale.

Soprattutto, Polibio, a differenza di altri storici, ha esperienza politica e militare di prima mano: così, ci dà molte informazioni sul modo in cui si combatteva e sulle tecniche militari, molto spesso lo fa il polemica con altri scrittori di storia o di arte militare - facendo un po’ di dissing, insomma. 

Da dove veniva, però, questa esperienza militare e politica?
(Μίκης Θεωδοράκης, το γέλαστο παιδί >> )

Come dicevamo, Polibio era nato a Megalopoli, una città del Peloponneso, nella regione montuosa dell’Arcadia, probabilmente nel 206 avanti Cristo: era un “figlio d’arte”, per quanto riguarda la politica e l’arte militare, nel senso che suo padre, Licorta, era stato prima ambasciatore a Roma e in Egitto, e poi era diventato addirittura “stratego” della Lega Achea, in pratica il padre di Polibio era stato il comandante supremo, che veniva eletto una volta all’anno.

La Lega Achea era un organismo politico, un’alleanza tra città, che riuniva la maggior parte delle città greche del Peloponneso. Tra le più importanti dell’epoca, ricordiamo Megalopoli, Corinto, Sicione e Argo. La Lega Achea aveva combattuto varie volte per mantenersi indipendente dai sovrani d’Egitto e di Macedonia, nonché dai romani. 

Polibio percorse una carriera simile a quella del padre. Divenne “ipparco” della Lega Achea, cioè divenne il capo della cavalleria, una carica importante, nell’anno 170/69: e consigliava ai suoi concittadini di non legarsi troppo strettamente né al re di Macedonia, Perseo, né ai romani, che erano intervenuti già un’altra volta in Grecia.

La sua linea politica – per così dire – neutrale venne distrutta nella battaglia di Pidna del 168, quando l’esercito romano, guidato dal console Lucio Emilio Paolo, sconfisse l’esercito di Perseo, il re di Macedonia, più numeroso, decidendo così l’esito della cosiddetta “terza guerra macedonica”. Il 168 è un anno storico: la Grecia diventa romana. 

I romani avevano vinto, avevano finalmente - dal loro punto di vista - liberato la Grecia dai nemici.

In seguito alla vittoria, i Romani riorganizzano l’assetto della penisola greca: l’antico regno di Macedonia venne diviso in quattro diverse repubbliche, che potevano intrattenere rapporti internazionali soltanto con Roma e non tra di loro. Il famoso “dìvide et ìmpera”, cioè: dividi i tuoi nemici in modo da poterli controllare più facilmente. 

I romani, inoltre, chiesero alla Lega Achea di consegnare mille ostaggi provenienti da famiglie importanti che avevano sostenuto la linea politica anti-romana o neutrale, mille ostaggi da deportare a Roma. Una bella umiliazione! I romani erano fatti così quando vincevano, volevano stravincere!

Da un lato, questo momento segnò la fine della carriera politica di Polibio, che fu tra gli ostaggi deportati a Roma. 
Dall’altro lato, a Roma, nella città dei sette colli, lo aspettavano altre imprese, come per esempio l’incontro che gli cambiò la vita, che viene proprio raccontato nel primo testo che abbiamo letto: l’amicizia con Publio, il futuro Publio Scipione l’Emiliano. 

E soprattutto, l’incontro con il nascente impero di Roma.

Leggiamo un altro pezzo scritto da Polibio, tratto dalle sue Storie:

Certamente, qualcuno si chiederà come mai proprio a questo punto interrompiamo il racconto dei fatti per trattare dell’organizzazione dello stato romano: a me, in realtà, fin dall’inizio questo è sembrato uno degli argomenti più importanti di tutte le Storie, come credo di aver dimostrato in più punti e particolarmente nell’introduzione, quando ho detto che per i lettori delle Storie il risultato più piacevole e utile sarebbe stato quello di apprendere come e sotto qual forma di governo i Romani, in soli sessantatré anni, abbiano vinto e assoggettato quasi tutta la terra abitata, cosa mai accaduta prima.

Polibio viene deportato a Roma in un momento particolare. 

In poco più di cinquant’anni, la città era passata dal controllo dello “stivale” italiano a governare buona parte del mar Mediterraneo, ossia la Sicilia, la Sardegna, la Spagna, l’Illirico, cioè gli attuali Balcani, parte dell’Asia minore, cioè più o meno l’attuale Turchia, e la Grecia. 

Davvero, a pensarci si trattava di quasi tutto il mondo abitato conosciuto all’epoca! Dopo aver sconfitto Cartagine nel 202 e la Macedonia nel 168, Roma non aveva più veri rivali sul Mediterraneo.

Polibio, ispirandosi al suo storico di riferimento, Tucidide, cerca le cause (in greco “àitia”), i pretesti e le prime iniziative di questa enorme espansione. 

Se Roma sta effettivamente prendendo il controllo di tutto il Mediterraneo, dice Polibio, questo non si può spiegare soltanto con l’enorme potenza militare! 

Si tratta di un successo dovuto, almeno in parte, a cause più “profonde” - dice Polibio. Quali ragioni ci sono per la potenza di Roma? Per esempio, appunto, l’ordinamento, l’organizzazione stessa dello stato romano. 

Anche il caso, la fortuna (in greco “tiùche”), però, ci ricorda sempre Polibio, ha la sua importanza. 

Proprio nel momento in cui Polibio si trova a Roma, la storia diventa universale. 

Cioè, mentre prima era la storia di quello stato o di quell’altro stato, ora fare storia vuol dire fare storia di tutti, perché le varie storie sono state unificate in un’unica storia, sotto il dominio di Roma, grazie alle guerre con cui Roma ha conquistato, mano a mano, parti sempre più grandi del mondo abitato. 

Polibio lo spiega chiaramente nel primo libro. Sentiamo le sue parole:

Il contenuto di questi libri dimostrerà ai lettori che i Romani formularono e attuarono il piano di conseguire il completo predominio sul mondo, partendo da princìpi più che ragionevoli. Il carattere particolare della nostra opera dipende da quello che è il fatto più straordinario dei nostri tempi: dato che la sorte ha piegato in un’unica direzione le vicende di quasi tutta la terra abitata, [...] bisogna che lo storico raccolga per i lettori, in un’unica visione d’insieme, il vario operato con cui la fortuna ha portato a compimento le cose del mondo. 

Ma quindi… cosa è successo? La fortuna ha messo Roma sulla buona strada, oppure Roma si è adoperata con un piano dettagliatissimo per conquistare il mondo intero? Possono essere vere tutte e due le cose? Questa, forse, è la domanda più difficile a cui cerca di rispondere Polibio.

Le conquiste sempre più grandi nel Mediterrano sono state portate avanti consapevolmente, come se fossero parte di un grande piano? 

Allora possiamo dire che Roma era una potenza «imperialista». Il termine imperialismo è moderno, ma spiega bene il desiderio di conquistare il mondo e imporre il proprio dominio, desiderio portato avanti dagli stati antichi come da quelli dei giorni nostri. 

Se quelle guerre continue, invece, sono state frutto del caso, di vecchie alleanze, di scelte politiche e militari prese sul momento, senza pensare troppo al futuro, allora si potrebbe anche dire che Roma ebbe fortuna, ebbe semplicemente l’esercito giusto al momento giusto... 

Problema difficile da risolvere. Forse più uno stimolo alla riflessione che non qualcosa che si possa DAVVERO risolvere. 

Molti studiosi moderni discutono questo problema, ma all’interno delle Storie si può notare come pure Polibio cambi idea sulla questione.

Le Storie di Polibio, però, non ci sono arrivate integralmente, tutte intere: interi, abbiamo soltanto i primi 5 libri, dal 6° al 18° abbiamo dei frammenti, anche di notevole dimensione, e dal 19° in poi si tratta di brevi riassunti, fatti molto dopo, da altri scrittori e storici, in età bizantina. 

Polibio, con le sue Storie, abbraccia tutto il periodo storico che va dal 264 a.C. al 146 a.C. 
Perché sceglie di concludere il suo racconto proprio nel 146? Perché è un anno importante. Nel 146, le armate romane distruggono due diverse città ribelli, e non due città qualsiasi: distruggono Cartagine - l’avversaria di sempre - e distruggono Corinto, una delle città più importanti della Lega Achea. Mentre succede tutto questo, Polibio si trova ancora a Roma.

La sorte dei Greci deportati a Roma, ve li ricordate…? Gli ostaggi… Ecco, la loro sorte viene discussa MOLTO tempo dopo la fine della guerra: precisamente, 17 anni più tardi!

Scipione Emiliano, il grande amico di Polibio, decise - come si dice - di prendere il toro per le corna e affrontare la questione in Senato. 

Catone il Censore, grande avversario degli Scipioni, liquidò la questione in Senato con una battuta; disse: «Come se non avessimo nulla da fare, impieghiamo un’intera giornata per decidere se dei vecchietti greci debbano essere sepolti dai nostri becchini o da quelli dell’Acaia!». Quindi fu deciso di liberarli questi ostaggi, senza stare troppo a discutere.

Polibio, quindi, era libero di rientrare in Grecia. 

Però, si ripresentò in Senato qualche giorno dopo, per chiedere di riavere indietro gli incarichi che aveva quando era stato deportato: Catone, sempre beffardo, gli rispose che voleva tornare indietro, come Ulisse, alla grotta del Ciclope, perché aveva lasciato lì il berretto e la cintura. Della serie: già ti è andata bene che ti abbiamo fatto andar via, non sfidare la sorte un’altra volta! Non provocarci! Abbassa la cresta!

Nel 146, quando Cartagine fu rasa al suolo, Polibio era al fianco del suo amico Scipione l’Emiliano. Sulla grande nemica di Roma, sulla città che un tempo era stata il terrore dell’Italia - o meglio, sulle sue macerie - si fece spargere il sale. E fu proibito di costruire una nuova città, su quelle macerie. 

Polibio, alla fine, ritorna in Grecia. Là, si mette a dare consigli ad alcune città greche rispetto alla trasformazione a cui andavano incontro a causa del dominio romano. Abbiamo ritrovato un’iscrizione in suo onore, per esempio, fatta dalla città di Elea.

Il nostro Polibio, insomma, ha avuto un’esistenza particolarmente movimentata: tra campi di battaglia, dibattiti politici e tante ore dedicate alla scrittura degli eventi storici più importanti dell’epoca. 

A questo proposito, vale la pena tornare un attimo sulle polemiche che ha sollevato contro i suoi “colleghi” storici, colpevoli di trascurare alcuni aspetti pratici, per esempio sull’organizzazione degli eserciti o degli stati, utili - secondo Polibio - a trasformare la storia in una lettura pratica per ogni uomo politico o aspirante politico. A Polibio piace scrivere i dettagli tecnici. 

Leggiamo insieme, per esempio, un piccolo brano di Polibio sulle innovazioni tecniche che potevano aiutare un generale a condurre una campagna militare: in questo passo del decimo libro si parla, addirittura, di comunicazioni a distanza. Ha qualcosa di divertente e moderno: sembra quasi una pubblicità...

Mi sembra giusto fermarmi a parlare delle segnalazioni luminose, molto utili in caso di guerra ma usate in passato senza approfondire la questione. Tutti sanno che nelle imprese, soprattutto in quelle militari, occorre saper approfittare delle occasioni buone: le segnalazioni contribuiscono ad avvisarci dei momenti opportuni.… Nell’antichità erano troppo elementari e perciò riuscivano perlopiù inutili: si usavano infatti dei segnali convenuti, ma dato che gli eventi possibili sono pressoché illimitati, non si poteva segnalarli coi fuochi… [...] Come si può decidere di accorrere in aiuto, senza sapere quanti nemici sono arrivati o dove si trovano? Come riprendere animo o scoraggiarsi del tutto o prendere qualche provvedimento, senza sapere quante navi o quanto frumento sono arrivati da parte degli alleati? Il metodo più recente di segnalazione, inventato da Cleosseno e da Democrito, e perfezionato da me, è preciso ed adattabile ad ogni circostanza, ma deve essere attuato con grande cura e diligenza.

Polibio, per fare un altro esempio, aveva perfezionato un metodo per trasmettere le informazioni a distanza - un codice segreto, diciamo -  conosciuto come “la scacchiera di Polibio”, che oggi non è molto sicuro, ma all’epoca era insuperabile: si costruiva un quadrato di cinque caselle per lato, e nei 25 spazi si inserivano tutte le lettere dell’alfabeto greco. 

Come nel nostro gioco della Battaglia Navale si usavano due lettere (che in greco esprimono anche i numeri) per indicare quale casella si intendeva indicare. Così il mittente trasformava un messaggio semplice in un messaggio cifrato, rendendolo difficile da capire per i nemici, e chi lo riceveva sapeva come de-cifrarlo.
( Μικης ΘΕΟΔΩΡΑΚΗΣ Ποιός δεν μιλά για τη Λαμπρή >> )

L’esperienza di Polibio, che lui racconta e trasmette ai futuri uomini politici, serve a chi nel futuro guiderà battaglie o sarà eletto per degli incarichi. 

La ricerca delle cause storiche, procede quindi concentrandosi principalmente su alcune questioni: la tecnica militare, la geografia, il metodo storico. 

Questi brani, che interrompono il racconto, vengono chiamati digressioni o, con parola latina, excursus.

La più grande di queste digressioni si trova nel 6° libro, ed è una delle ragioni per cui l’opera di Polibio è particolarmente famosa, a tutt’oggi, non solo tra gli studiosi di storia antica, ma per chi studia la storia in generale e il diritto: spiega il funzionamento del governo romano, che secondo Polibio è una delle cause del successo militare travolgente di Roma. 

A Roma, dice Polibio, si realizza una sintesi tra le tre forme di governo che erano state studiate da Aristotele: la monarchia, rappresentata dai due consoli, l’aristocrazia, rappresentata dal Senato, e la democrazia, rappresentata dalle assemblee popolari. 

Un insieme di tutte tre, monarchia, aristocrazia, democrazia, garantisce la stabilità e la forza della potenza romana.

Ciascuno dei tre organismi, diversi anche nelle competenze da quelli moderni, può limitare e controllare il potere degli altri.

Il potere dei consoli, in effetti, deriva da quello del re: comandano l’esercito, applicano le leggi... Il Senato – che gestisce le finanze e propone le leggi – ratifica, cioè approva, le proposte di legge e consiglia i consoli; il popolo, infine, vota le leggi, celebra i processi ed elegge consoli, pretori, questori... insomma, tutte le cariche politiche. 

Sentiamo ancora qualche parola dal nostro storico greco Polibio che, soprattutto in questo periodo, sembra davvero attuale:

I singoli organi del governo, allora, possono danneggiarsi a vicenda o collaborare fra loro; il rapporto fra le diverse autorità è così ben congegnato, che non è possibile trovare una costituzione migliore di quella romana. Quando infatti un pericolo comune sovrasta dall’esterno e costringe i romani a una concorde collaborazione, lo stato acquista tanto potere che nulla viene trascurato, anzi tutti compiono quanto è necessario e i provvedimenti non risultano mai presi in ritardo, poiché ogni cittadino singolarmente e collettivamente collabora alla loro attuazione. Ne segue che i Romani sono insuperabili e la loro Costituzione è perfetta sotto tutti i riguardi.

La cooperazione tra questi tre poteri, la loro organizzazione ottimale, soprattutto nei momenti di maggiore pericolo, stupisce Polibio. 

La sua descrizione, estremamente precisa, è l’unico resoconto dettagliato che ci sia giunto, prima di quelli fatti da Cicerone sulla politica a Roma. 

Cicerone, il grande avvocato e politico romano, infatti, guarderà con rimpianto proprio a Polibio, a Scipione l’Emiliano, all’Africano, a quel circolo di artisti ed intellettuali che attorno a loro si riuniva (vi ricordate il “circolo degli Scipioni”?), come se quell’epoca fosse stata la migliore nella storia della repubblica romana. 

Il miglior storico di quell’epoca “aurea” in cui Roma estese il suo dominio su tutto il Mediterraneo, rimarrà Polibio: rimarrà lo storico greco più letto e stampato fino alla Rivoluzione Francese, quando gli studiosi prima, e poi il pubblico, torneranno ad apprezzare Tucidide.

La vicenda di Polibio, oltre che la sua opera, può darci tanti stimoli di riflessione. 

Un uomo politico esule e sconfitto, che descrive la città dalla quale era stato preso in ostaggio e deportato, Roma, come una città vincitrice, ben funzionante, potente.

Strano che sia uno sconfitto da Roma a essere uno dei più importanti storici di Roma!

Non ha avuto sempre gli occhi di chi ha perduto la battaglia e la guerra, spesso ha avuto gli occhi dell’amico del vincitore. 

Sempre, con grande onestà intellettuale, ha mantenuto l’attenzione di chi osserva per la prima volta un grandissimo cambiamento nella storia del mondo.

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