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Maturadio

Greco | Callimaco

Greco | Callimaco
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Podcast di greco per l'esame di maturità letto da Gioia Salvatore
Il podcast è stato scritto da Kathrine Budani
Maturadio è un progetto di podcast didattici per la maturità promosso dal Ministero dell'Istruzione con la collaborazione di Radio 3 e Treccani
Supervisione didattica a cura di Laudes
Ideazione di Christian Raimo
La sigla di Maturadio è di Teho Teardo

Callimaco
(di Kathrine Budani)
 Intro musicale Rebel rebel David Bowie >>
Odio il poema ciclico né mi piace una via che conduce molti qua e là; 
odio anche l’amante buono per tutti, 
non bevo alla fontana pubblica: disprezzo tutte le cose popolari.

Potreste domandarvi, “Ma chi è questo snob che parla?”. Non è altri che Callimaco, un autore dell’età Ellenistica, tra i più grandi autori della poesia greca, e protagonista della nostra puntata di oggi. 
Callimaco è uno tra gli uomini più colti del suo tempo; ma anche un vero ribelle, un innovatore che rivoluzionò la poesia greca, e non solo.  
Chi è mai questo Callimaco?
Callimaco è stato innanzitutto un poeta. Ma della sua poesia parleremo molto in seguito. Quello che intanto diciamo è che – per quanto ne sappiamo – è stato il primo poeta a essere anche editore di sé stesso. In che senso? 
Nel senso che le sue poesie Callimaco non le ha solo scritte, ma ha anche deciso in che ordine dovessero essere lette, con quale poesia iniziare, con quale finire, come sistemare quelle in mezzo. 
Sembrerà scontato ai nostri occhi di moderni, ma non è affatto così. 
Tutta la poesia prima di Callimaco veniva copiata in ordine casuale su rotoli di papiro (come sapete non esistevano né libri, né macchine da scrivere). 
Per esempio: una poesia di Saffo poteva stare accanto a una poesia di Alceo e l’unico motivo era che magari vicino ad Alceo c’era spazio giusto giusto nel papiro per quei versi di Saffo. 
Callimaco invece stabilisce che le poesie possono avere un senso che va oltre il solo testo, un senso in base al posto dove le si colloca: intuisce che in un certo ordine le poesie possono raccontare una storia. 
Oltre che poeta, Callimaco è stato anche uno dei primi filologi. 
Cos’è un filologo? Forse lo sapete… Il filologo è colui che si occupa di riordinare e ricostruire i testi antichi, perché magari nel corso dei secoli, copiati ora qua ora là, questi testi avevano perso dei pezzi, oppure frasi di altre opere ci erano state copiate dentro, qualcuno aveva pensato di aggiungerci qualcosa di suo...insomma, tipo la copiatura dei compiti in classe: il filologo è quello che cerca di capire come l’aveva scritto all’inizio quello da cui tutti hanno poi copiato. 
Callimaco, in qualità di filologo, ebbe a che fare con uno dei più grandi tesori dell’antichità: la biblioteca di Alessandria d’Egitto, con le sue centinaia di migliaia di papiri (se avete voglia di saperne di più potete sentire la puntata di introduzione all’età ellenistica). 
Tra una poesia e l’altra, Callimaco si è occupato di riordinare e catalogare tutti i rotoli della famosa biblioteca di Alessandria, la più grande biblioteca dell’antichità: nessuno prima di lui lo aveva fatto… Immaginate la mole di lavoro! Il frutto di questa fatica sono 120 libri con l’elenco di tutti i testi della biblioteca, i cosiddetti Pìnakes, cioè “Le tavole”. 
Cominciamo già a intravedere che Callimaco non è un poeta convenzionale, non è un poeta come gli altri. L’abbiamo definito ribelle, e ribelle – per quanto riguarda il modo di fare poesia – Callimaco lo fu davvero. 
Prima dell’età Ellenistica, ossia prima del quarto secolo avanti Cristi, prima di Callimaco, la letteratura greca era stata per secoli una “letteratura d’occasione”. 
Letteratura d’occasione significa che qualunque opera poetica veniva composta per essere resa pubblica in un momento specifico. Il momento specifico – l’occasione – potevano essere le feste religiose (pensate alla tragedia greca che veniva messa in scena alle feste in onore del dio Dioniso) oppure la festa che qualche privato cittadino dava in casa sua, tipo uno dei simposi per cui scrisse Alceo. 
O ancora, un’occasione erano i giochi pubblici per i cui vincitori il famoso poeta Pindaro aveva scritto i suoi epinici. Ma non è tutto. La poesia greca, oltre che all’occasione, è sempre stata legata a codici molto rigidi, considerati codici praticamente inviolabili. 
Tipo: Scrivi un inno a una divinità? Lo devi per forza fare in esametro e devi usare la lingua di Omero (che se vi ricordate era un mix di arcaismi, dialetto ionico e una spruzzata di dialetto eolico). Vuoi comporre un poema epico? Deve essere in esametri, lungo e pieno di eroismo ed epicità! Ma soprattutto: Non osare mescolare i dialetti e la metrica come ti pare! (il dialetto dorico, ad esempio, non si può usare con l’esametro). Ecco, tutte regole così. 
Per cui capirete che quella del poeta era una vita complicata. Callimaco però non ci sta. E non perché non sia in grado di attenersi alle vecchie regole, anzi. Anche grazie al suo lavoro di filologo, Callimaco è un super conoscitore della letteratura e delle forme letterarie. La sua scelta di non attenersi alle regole, di violarle, è estremamente consapevole. Le ribalta le regole, ci gioca con sapiente ironia, in barba alla tradizione. Insomma, fa continui esperimenti poetici.
Ma ecco che arriviamo a un altro punto. Come ci ha annunciato nei versi che abbiamo letto all’inizio, a Callimaco non interessa di comporre poesia per tutti. Non vuole educare il popolo, né tantomeno intrattenerlo. La poesia di Callimaco è una poesia scritta per pochi. Solo un gruppo ristretto di eruditi, cioè di colti studiosi, è in grado di leggerla e di apprezzarla. Ecco perché possiamo considerarlo il primo poeta d’élite del mondo greco. Insomma un po’ snob lo era, ma la sua era una precisa scelta di poetica.

Della vita di Callimaco sappiamo poco, molto poco. Oltre ai riferimenti che troviamo sparsi qua e là fra i suoi versi, la fonte principale per la sua biografia è la voce di un lessico bizantino, la Suda. 
Qualcuno di voi forse lo sa: la Suda è una monumentale enciclopedia composta a partire dal medioevo, in particolare dal X secolo dopo Cristo, con circa 30.000 voci ordinate alfabeticamente… Insomma una specie di Wikipedia antica.
Ma a parte la Suda, possono anche tornarci utili, per iniziare a entrare nella vita dell’autore, le parole con cui si presenta lo stesso Callimaco. Nel suo Epigramma numero XXI, Callimaco immagina che il padre parli dalla propria tomba…. beh se volete approfondire l’argomento un po’ creepy degli epigrammi tombali detti “epitaffi” potete ascoltare la puntata sulla poesia epigrammatica greca….
Dicevamo: nell’epigramma XXI, il papà di Callimaco, che si chiamava Batto, dice con orgoglio:
Tu che passi accanto alla mia tomba, sappi
che sono figlio e padre di un Callimaco di Cirene.
Entrambi famosi: il primo comandò l’esercito 
della patria, l’altro fu un poeta più forte dell’invidia.
Niente di strano: se le muse hanno protetto uno da piccolo, 
gli rimangono amiche anche quando gli vengono i capelli bianchi.

Callimaco nasce, poco prima dell’anno 300, nella città di Cirene, sulle coste africane della Libia Occidentale. La sua è una famiglia nobile, che addirittura vantava di discendere dal mitico fondatore di Cirene, anche lui di nome Batto.
Cirene era tra il VI e il III secolo, cioè quando nasce Callimaco, una città ricca, sotto l’influenza del potente regno egiziano dei Tolomei. La capitale del Regno d’Egitto è Alessandria ed è là che troviamo Callimaco già in giovane età. 
Secondo una tradizione, Callimaco avrebbe inizialmente avuto alcune difficoltà economiche, tanto che, per tirare a campare, si sarebbe ritrovato a fare il maestro di scuola in un sobborgo proprio ad Alessandria. 
Questa tradizione sulla vita di Callimaco nasce principalmente da quello che Callimaco racconta nei suoi epigrammi giovanili, in cui parla di amore e di povertà. 
Non sappiamo se questa informazione sia davvero attendibile, perché Callimaco – lo abbiamo detto – veniva da una famiglia nobile. 
Un’altra notizia più verosimile ci dice che Callimaco fu introdotto alla corte egiziana come giovane paggio, cosa piuttosto normale per i discendenti delle famiglie nobili. 
Alla corte dei Tolemei del resto si svolge tutto il resto della vita di Callimaco. E a corte fa il lavoro di bibliotecario e quello di poeta: per oltre quarant’anni. Quando sale al trono Tolemeo II Filadelfo, nel 282 a.C., Callimaco ha circa trent’anni. Resta al servizio della corte fino alla morte, avvenuta (presumibilmente) nel 240 a.C. Callimaco ha circa settant’anni. 
Possiamo considerare a tutti gli effetti Callimaco un “poeta di corte”. I Tolemei, suoi protettori, compaiono trasfigurati negli inni, si fondono con le divinità. 
Callimaco scrive anche poesie per celebrarne i matrimoni, come nel caso delle nozze di Tolemeo III Evergete, successore del Filadelfo, con Berenice.
E proprio a Berenice, moglie di Tolemeo III, Callimaco dedica una famosa elegia, “La chioma di Berenice”. 
Il testo di questa elegia è andato perduto: ci restano solo pochi versi latini di una traduzione che ne fece Catullo due secoli dopo. 
La leggenda della chioma della regina Berenice resta però famosa. Tolemeo III è in procinto di partire per la guerra e la regina sua moglie – come voto per la salvezza per il marito – decide di tagliare la sua chioma e consacrarla ad Afrodite. Ma, sorprendentemente, la chioma sparisce dal tempio. Un matematico e astronomo di corte di nome Conone in quegli stessi giorni osserva una nuova costellazione. La conclusione più semplice? È la chioma della regina! È sparita perché gli dei l’hanno assunta in cielo. Ancora oggi, c’è una costellazione vicina al Leone che chiamiamo “chioma di Berenice”.

Ma è arrivato per noi il momento di affrontare più nel dettaglio le opere di Callimaco. 
C’è una cosa che a noi sembra strana, ma a cui l’antichità ci ha abituato. Callimaco è stato uno degli autori più letti e citati dell’antichità. Da chi scriveva in greco e da chi scriveva in latino.
Ennio, poeta latino, quando scrive gli Annales copia il proemio degli Aitia. La satira latina si ispira moltissimo ai suoi Giambi. E i neoteroi (ossia Catullo e altri poeti, per intenderci) ne fanno un modello fondamentale, soprattutto per quanto riguarda lo stile. 
Nonostante Callimaco fosse superfamoso insomma, delle sue opere ci è arrivato ben poco. 
Delle sue opere maggiori, gli Aitia e i Giambi, non restano che frammenti e testimonianze tarde. Stessa cosa per l’Ecale, un breve poema epico. 
Ovviamente anche i Pìnakes, queste tavole in cui appuntava sistematicamente i libri della biblioteca di Alessandria di cui abbiamo parlato prima, sono andati perduti, così come le altre opere del Callimaco grammatico e critico letterario. 
Cosa resta allora? Restano una sessantina di Epigrammi di vario argomento, conservati in una antologia che è stata racconta tanto tempo dopo, nota come Antologia palatina … per gli epigrammi di Callimaco e dell’Antologia Palatina, vi consigliamo il podcast sulla poesia epigrammatica... E restano anche, per fortuna integri, i sei Inni in onore degli Dei.
Epigrammi e inni, insomma. 
Gli inni sono giunti fino a noi perché qualcuno ha deciso di inserirli e copiarli in una “antologia di inni”, una raccolta di testi dello stesso genere e tipo. Quasi a fare un dispetto a Callimaco, che ordinava le sue opere proprie, e poi a noi ci sono arrivate mischiate a opere di altre persone!
Negli Inni Callimaco si è divertito a violare le leggi della tradizione della poesia religiosa, destinata a celebrare le divinità durante le feste pubbliche. Facciamo un salto indietro e torniamo per un attimo agli Inni omerici, dove inizia questa tradizione. Gli Inni omerici erano scritti in esametri e in lingua omerica. 
Questi inni omerici raccontavano spesso la storia di un dio o di una dea, e probabilmente se ne servivano gli aedi – i cantori di poemi epici – per introdurre la narrazione dei poemi più lunghi. Erano delle specie di proemi ai poemi epici. 
Insomma, Callimaco si ispira a questi inni. Ma i suoi Inni non sono composti per essere recitati in pubblico durante una festa. Callimaco li scrive soprattutto perché siano letti. E letti da persone colte, persone che possano accorgersi delle allusioni e delle violazioni che mette in opera rispetto al modello. Insomma vuole che si veda il gioco letterario. È uno snob, esatto, l’abbiamo capito. 
Il primo Inno è dedicato a Zeus. Callimaco immagina di trovarsi in un simposio e di dover iniziare a intonare un inno. Vi ricordate cosa era un simposio? Era un momento di ritrovo fra uomini liberi (le donne per bene non erano ammesse) dove si beveva vino (rigorosamente annacquato) e si discuteva di politica, di filosofia, di letteratura. 
Durante questi simposi venivano cantate canzoni di vario genere e inni agli dei, magari sotto i fumi dell’alcol, magari stonando anche un pochino. Come nei canti del poeta Alceo. 
Callimaco mette in atto quella che noi chiamiamo “contaminazione fra generi”, ovvero un miscuglio fra generi letterari diversi. Perché inserisce un inno in esametri all’interno di un simposio, e quindi contamina il genere degli inni omerici con quello degli inni lirici, che erano scritti con un metro diverso? Perché mescola? È il suo stile!
Ma soprattutto di cosa parla questo inno a Zeus? Racconta della nascita di Zeus e di quando sua madre Rea, per salvarlo dal marito Crono che voleva mangiarlo, lo ha nascosto in una grotta. Sì, avete capito bene il padre di Zeus voleva papparsi il figlio. 
Già che c’è Callimaco ne approfitta per elencarci i fiumi dell’Arcadia, che sarebbero stati fatti sgorgare da Rea nel momento del parto. 
Farci vedere quanto sono dotti è infatti un elemento tipico dei poeti ellenistici. Come si conclude l’Inno a Zeus? Con un elogio al protettore di Callimaco, Tolemeo II Filadelfo, ovviamente. 
Il secondo Inno è invece dedicato ad Apollo: Callimaco lo presenta scritto per accompagnare un rito reale, come una canzone di quelle che si cantano in processione. In realtà non c’è nessun rito: si tratta solo di una finzione letteraria, come nel caso del simposio nel primo Inno. 
Lo stesso farà con gli inni V e VI: fingerà che ci sia una festa, mimerà la situazione di un culto. 
Perciò la critica chiama “mimetici” questi inni, perché mimano, fanno finta che ci sia una festa. 
Callimaco nell’Inno ad Apollo si sofferma sugli aspetti più famosi del dio, quelli ricorrenti nella mitologia e nella rappresentazione: l’arco di Apollo, il canto di Apollo, la medicina di Apollo… Ma anche il fatto che abbia fondato molte città. 
E allora non si lascia scappare l’occasione per celebrare la sua Cirene, raccontandone la fondazione ad opera del dio. Nel finale dell’Inno, Callimaco lancia ai suoi avversari una frecciatina. Ecco le parole conclusive di Callimaco:
L’Invidia furtiva disse nell’orecchio ad Apollo:
«Non apprezzo il poeta che non canta tanto quanto il mare»
Apollo col piede scacciò l’Invidia e disse così:
«Grande è il flutto del fiume di Assiria. Ma spesso
trascina sull’acqua detriti di terra e molto fango, 
ma a Demetra le api portano acqua non da ogni dove, 
ma quella che zampilla pura e incontaminata
da una sorgiva sacra, piccola goccia, è l’offerta migliore»
Nello specifico Callimaco, come fa spesso nelle sue opere, ribadisce la sua insofferenza verso l’epica. Che due scatole l’epica, Omero! È meglio una poesia breve, di cui si possa curare maniacalmente ogni dettaglio (un piccola goccia, come diceva nella metafora del testo), piuttosto che quei lunghissimi poemi epici (il mare, sempre per restare nella metafora del testo). 
Non è che Callimaco sia particolarmente più inviperito dei suoi contemporanei. La polemica è una cosa comune per i poeti di questo periodo. Soprattutto tra quelli che orbitano attorno alla Biblioteca di Alessandria: è tutto un bisticcio per questioni letterarie, frecciatine, punzecchiature, accuse di invidia. Cose così. 
Proprio l’Invidia personificata che cerca di insidiare Apollo alla fine dell’inno. E che però il dio respinge. 
Il terzo Inno è dedicato ad Artemide. L’Inno ad Artemide è la descrizione di un delizioso quadretto familiare. 
Una bambina sta seduta in braccio al suo papà, gli chiede dei doni mentre cerca di sfiorargli la barba. Il papà è intenerito, sorride, le risponde che le darà tutto ciò che desidera e anche molto altro. Si tratta di una scenetta quotidiana, molto realistica, ma i protagonisti sono nientemeno che la dea Artemide e suo padre Zeus! Anche in questo inno, dunque, possiamo notare quanto il nostro Callimaco si diverta a giocare con la tradizione!
Il quarto Inno non è dedicato a una divinità ma a un’isola, l’isola di Delo. Delo è l’isola dove sono nati i gemelli Artemide e Apollo e l’Inno a Delo è il racconto del vagabondaggio di Latona, incinta di Zeus, che cerca un luogo sicuro dove poter partorire. A perseguitarla è Era, moglie di Zeus. Era, non potendosela mai prendere del tutto con il marito (che è pur sempre il re degli dei), sfoga la frustrazione del tradimento perseguitando le donne mortali con cui il marito si accoppia di continuo. Questa è la volta di Latona!
Così Era inizia a perseguitare Latona; e nessuna paese, nessuna terra, proprio per non incappare nell’ira di Era, vuole accogliere questa povera donna incinta. 
Così, alla fine, Latona giunge in un’isola che come lei vaga senza sosta per il mare: l’isola di Delo. 
Qui riesce finalmente a dare alla luce Apollo e Artemide. Dopo il parto, l’isola di Delo smette di vagare e si ferma. Anche qui, come nell’Inno a Zeus, il nostro Callimaco non si lascia sfuggire l’occasione per celebrare il suo regale protettore, Tolemeo II Filadelfo, addirittura elogiato per bocca di Apollo.
Veniamo al quinto Inno è intitolato Per i lavacri di Pallade. 
Pallade è un altro nome della dea Atena. I lavacri sono invece i “lavaggi”. 
Infatti, ogni anno nella città di Argo, nel Peloponneso, gli abitanti portavano in processione fino al fiume la statua di Atena. E nel fiume la lavavano. Si tratta di un rito, ma come abbiamo già visto per l’Inno ad Apollo, Callimaco simula l’occasione del rito. 
E quindi anche questo è un inno mimetico, fa finta che ci sia un rito. All’interno di questa cornice del rito Callimaco approfitta per raccontarci di Tiresia, forse l’avete sentito nominare. Tiresia è il futuro indovino mitico. 
Tiresia si era trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, e ha visto per errore Atena farsi il bagno, nuda. Ovviamente la dea lo ha punito, rendendolo cieco per sempre, ma gli ha regalato al tempo stesso l’arte di predire il futuro. 
Le novità di questo inno sono due: la metrica e la lingua. Per quanto riguarda la metrica Callimaco abbandona l’esametro e gli preferisce il distico elegiaco (cioè un esametro che si alterna con un pentametro), un verso solitamente associato a un tono triste, malinconico, nostalgico. 
Anche la lingua è una scelta ardita: Callimaco non sceglie la lingua di Omero, ma il dialetto dorico. A noi oggi scegliere un dialetto anziché un altro, un metro anziché un altro, può sembrare ininfluente, ma per l’epoca di Callimaco e soprattutto per i quattro secoli di tradizione che l’avevano preceduto questa è una scelta stilistica coraggiosa, inaspettata. 
Ma non è una scelta fatta solo per stupire, ha una logica. Si lega infatti al tema, triste ed elegiaco, della sorte di Tiresia. 

Il sesto Inno è dedicato alla dea Demetra. Anche qui, come per l’Inno ad Apollo (il secondo) e quello Per i lavacri di Pallade (il quinto), possiamo parlare di una cornice mimetica. Il rito in questione è una processione, durante la quale si portava alla dea Demetra un canestro ricco di doni. 
Anche questo rito è l’occasione per raccontare un mito, il mito di Erisittone. Erisittone è un giovane principe che, per costruirsi una casa in cui ospitare gli amici e dare banchetti, ha osato fare legna nel bosco sacro a Demetra. 
Ovviamente anche lui, Erisittone, viene punito dalla dea, che gli fa venire una grandissima, infinita, intollerabile fame («subito in lui scagliò una voracità dura e feroce, bruciante, tenace»). 
Erisittone si mangia tutto ciò che può mangiare, dà fondo a tutto ciò che possiede la famiglia: non solo le mucche, ma anche i cavalli, gli asini e persino il gatto di casa. I genitori sono disperati: «E ai conviti e ai banchetti non lo mandavano, per vergogna, i genitori: si trovava ogni pretesto». 
E via con la lista di scuse: è fuori città, è a letto perché lo ha ferito un cinghiale, è all’estero, è stato colpito da un disco in testa, è caduto da cavallo, fino a “sta sul monte a contare le pecore”. Alla fine la famiglia di Erisittone finisce in malora e lui per strada ad elemosinare gli scarti altrui.
Anche in questo inno non manca l’innovazione linguistica. Callimaco mescola sempre, infatti unisce l’esametro e il dialetto dorico!

Tra le opere che ci sono giunte frammentarie, alcune – come abbiamo già detto – sono state considerate fondamentali nell’antichità e hanno molto influenzato la letteratura latina.
L’opera più famosa e più apprezzata di Callimaco sono gli Aitia, ovvero le “Cause”, plurale del neutro aìtion. Si tratta di una raccolta di elegie, cioè di componimenti in distico elegiaco (come abbiamo già detto: un’alternanza di un esametro con un pentametro). Queste elegie sono ordinate da Callimaco in quattro libri. Ma a cosa fa riferimento il titolo, Aitia? 
Callimaco immagina di incontrare in sogno le Muse, le dee delle arti, figlie della dea della memoria, già invocate, se ben vi ricordate, da Omero ed Esiodo. 
Nel sogno, Callimaco interroga le Muse, le interroga per scoprire le cause di cose che suscitano la sua curiosità, cose del tipo: perché nell’isola di Paro i flauti non devono suonare durante i sacrifici? Oppure: perché invece a Lindo si scagliano maledizioni contro Ercole durante i riti? E così via, domande di questo tipo. 
Ovviamente a ogni domanda corrisponde lo “spiegone” delle Muse. Le varie cause, le risposte che danno le Muse sono costituite da componimenti poetici autonomi, in cui Callimaco si lascia andare a dissertazioni:
papiri e papiri di natura erudita, di tipo antiquario. 
Insomma, argomenti un po’ noiosi, se vogliamo. Una roba da secchioni o da pedanti che vogliono sapere tutto di tutto. 
In questo senso possiamo parlare degli Aitia come del primo esempio di poesia “eziologica”. Che vuol dire eziologico in italiano? Vuol dire che si occupa delle cause. E anche questa è un genere di poesia eziologica, cioè di tipo di poesia che si sforza di far riemergere da un tempo mitico la causa, l’aition di un rito o di una tradizione.
Quando utilizza l’espediente narrativo dell’incontro con le Muse, Callimaco si rifà a un antico modello, quello usato dal poeta Esiodo nella Teogonia.
 L’incontro con le muse, l’iniziazione poetica, è un tema fisso che si ripete nella letteratura greca e che passa anche alla letteratura latina, e questo - l’abbiamo capito - soprattutto grazie al nostro. Callimaco, con l’invenzione del di quello che chiama il suo “sogno poetico”, influenza molto autori come i latini Ennio e Orazio.
Ma non è solo questo tema, questo topos dell’incontro con le Muse, ad essere così importante per la tradizione successiva. 
Più importante è che negli Aitia Callimaco inserisce il manifesto della propria poetica: una poetica destinata a fare scuola. 
Nel proemio degli Aitia troviamo infatti una famosa polemica, nota solitamente come “Polemica contro i telchini”, di cui però parleremo alla fine di tutto. Tipo il dessert. Per ora quindi ricordiamo questo strano nome: telchini.
Un’altra opera molto importante di Callimaco, anche per le influenze future, sono i Giambi. 
I Giambi sono tredici composizioni in cui Callimaco imita i giambografi arcaici, cioè gli antichi scrittori di giambi, come Archiloco e Ipponatte. 
Vi ricordate le caratteristiche di questo tipo di poesia? I giambi sono componimenti in cui il poeta attacca anche violentemente i propri nemici. 
Quale è il metro dei giambi? Il metro usato è, ovviamente, il trimetro giambico. Dei Giambi di Callimaco, come per gli Aitia, ci restano soltanto dei frammenti e un riassunto che ne ricostruisce la trama. 
Per capire meglio i Giambi di Callimaco prendiamo ad esempio il Giambo I, uno dei più integri. 
Nel Giambo I, Callimaco immagina che Ipponatte (un giambografo arcaico, quindi) torni dal regno dei morti. 
Questo Ipponatte convoca tutti gli studiosi di Alessandria e gli intima di smetterla di essere invidiosi gli uni degli altri e di insultarsi reciprocamente.
Poi, dopo il predicozzo, racconta loro una favola per rimarcare il concetto. 
Il ricco Baticle, in punto di morte, aveva affidato ai figli il compito di consegnare una coppa d’oro al più sapiente tra tutti i Greci. 
I figli si rivolgono ai sette sapienti, cioè gli uomini più sapienti della Grecia, ma nessuno di loro si ritiene degno di ricevere questo coppa. Quindi alla fine la coppa viene consacrata a chi? Al dio Apollo. 
Ipponatte è sicuramente il modello ispiratore di Callimaco, ma c’è una fondamentale differenza che distingue l’uno dall’altro, ossia la giambografia antica da quella moderna. 
I giambi di Ipponatte erano spesso aggressivi e violenti, destinati a deridere i propri avversari in occasione dei simposi. 
I giambi di Callimaco, invece, mantengono un tono più pacato, più moralistico potremmo dire, che aggressivo, sono destinati alla lettura e affrontano molti diversi argomenti, dall’attualità fino alla critica letteraria. 
Ultima opera degna di essere menzionata in questa puntata è l’Ecale, un “epillio”. 
Epillio vuol dire “piccolo epos”: è un breve componimento in esametri a tema mitologico, una forma molto usata dai poeti ellenistici, come vedremo con Teocrito. 
Ma non avevamo detto che Callimaco mal sopportava l’epica? Esatto! 
In effetti, i commentatori antichi ci raccontano che Callimaco abbia scritto l’Ecale per dimostrare alle malelingue che la sua insofferenza per l’epica non derivava dal suo non saperla scrivere. 
Comunque, di questo epillio di Callimaco, Ecale, ci sono rimasti un po’ di versi. 
Il mito racconta del giovane eroe Teseo, che deve catturare un toro che devasta la regione di Maratona. Nel corso di questa missione viene ospitato per una notte nell’umile dimora di Ecale, una dolce vecchina. 
I due condividono una misera cena, durante la quale Ecale racconta la sua vita. Il mattino seguente, Teseo va a catturare il toro e lo conduce ad Atene.
Ecale muore il giorno stesso di crepacuore, pensando che il giovane non sia riuscito nell’impresa. E Teseo, ora commosso, istituisce una festa in suo onore e chiama con il suo nome un villaggio dell’Attica. 
L’interesse di Callimaco non è suscitato dall’aspetto eroico del racconto (ovvero dalla prova eroica di Teseo che deve catturare un toro furioso), ma dall’incontro fra la vecchia contadina e il giovane eroe, che oltretutto serve a spiegare l’origine del nome Ecale di questo villaggio dell’Attica. 
Torna anche qui, come negli Aitia, la passione di Callimaco per la ricerca delle cause, per l’eziologia, vi ricordate questa parola?
Ma non c’era solo questa innovazione: il vero personaggio centrale, che nella poesia epica era sempre l’eroe, qui è Ecale: ossia una vecchietta con una vita umile. 
Callimaco, di nuovo, ci mostra come stravolgere e ribaltare la tradizione epico-eroica. Invece degli eroi muscolosi, una vecchina!

Siamo giunti alla fine di questa puntata e possiamo tirare un po’ le somme. Callimaco che spesso ci è stato presentato come un poeta freddo, cervellotico, fissato con la forma, è in realtà un poeta ironico, che ama giocare con la profonda conoscenza che ha della letteratura e delle sue forme. 
È vero, come molti altri della sua epoca ha un certo amore per le cose vecchie, per i miti sconosciuti, per le nozioni più marginali. È un po’ snob, l’abbiamo detto, è un erudito! Ma i suoi testi sono un po’ lo specchio della biblioteca in cui ha vissuto la maggior parte degli anni della sua vita! Quella biblioteca di Alessandria dove era racchiusa tutta la conoscenza degli uomini del mondo antico. Per questo chiamiamo Callimaco “poeta-filologo”. 
Callimaco, l’abbiamo detto molte volte, è stato un innovatore! Sia dei generi, sia delle forme, sia della lingua! Ma soprattutto è stato un maestro dello stile. Ha aperto la strada alla preferenza per le forme brevi e piene di cura. 
Questa poetica Callimaco la espone esplicitamente nel prologo degli Aitia. 
Qui Callimaco si difende dalle accuse che gli vengono rivolte dai suoi detrattori contemporanei, ossia da quelli che lo disprezzavano allora. Lui questi detrattori li chiama ironicamente con il nome “Telchini”. 
I Telchini sono i demoni invidiosi e maligni della tradizione mitologica. Callimaco però non si difende con astio, ma con ironia, e anche un certo senso di superiorità. 
Fortunatamente - al contrario della maggior parte dell’opera di Callimaco - questo proemio si è conservato, così che noi possiamo chiudere questa puntata gustandoci la poetica di Callimaco, spiegata da Callimaco stesso:
Da ogni parte i Telchini pigolano contro il mio canto 
– Stolti che non nacquero cari alle Muse –
perché non in un lungo poema i re 
ho celebrato in molte migliaia di versi, 
o gli eroi di un tempo, ma dipano un esile canto 
come un fanciullo, mentre non pochi sono i miei anni. 
E io ai Telchini questo rispondo: razza spinosa
capace solo di rodersi il fegato, 
è vero, io sono poeta di pochi versi

E più avanti: 
Crepate, sciagurata razza di menagrami! E poi, giudicate 
il bello sulla base dell’arte e non a chilometri. 
E ancora:
Sono tra quelli che amano il sottile
fremito delle cicale, non il raglio degli asini.
Qualcun altro ragli come l’orecchiuto animale: 
e sia io la piccola alata bestiola, ah sì, 
perché la vecchiaia, perché la rugiada io canti
La «musa sottile», la bestiola e non le molte migliaia di versi. La leptòtes, cioè la raffinatezza, il lungo lavorio sullo stile, un’ossessione quasi maniacale per le parole e la loro posizione nel verso. 
Callimaco è stato il primo poeta veramente “moderno”, con una concezione della poesia come arte raffinata e destinata a un pubblico ristretto di lettori colti, lontani dalla massa ignorante. L’arte per l’arte, libera dalle convenzioni della tradizione. Il modo di Callimaco di fare poetica sarà il modo di molti autori, antichi e moderni. Da Catullo e il suo libellum expolitum, cioè levigato, fino a Petrarca e al suo estenuante labor limae.

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Il podcast è stato scritto da Tiziana Scalabrin e Paolo Pecere

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25/05/2020

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25/05/2020

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25/05/2020

Podcast di filosofia per l'esame di maturità letto da Alessandra Chieli
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