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Maturadio

Greco | Apollonio Rodio

Greco | Apollonio Rodio
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Podcast di greco per l'esame di maturità letto da Valentina Carnelutti
Il podcast è stato scritto da Kathrine Budani
Maturadio è un progetto di podcast didattici per la maturità promosso dal Ministero dell'Istruzione con la collaborazione di Radio 3 e Treccani
Supervisione didattica a cura di Laudes
Ideazione di Christian Raimo
La sigla di Maturadio è di Teho Teardo

Apollonio Rodio
(di Kathrine Budani)
Intro musicale The passenger, Iggy pop >>
Conosciamo la letteratura greca soprattutto per l’epica di Omero, per l’Iliade e l’Odissea. Ma i greci hanno scritto molti altri poemi epici. Alcuni di questi non ci sono arrivati, sono stati distrutti dal tempo, di altri ce ne sono arrivati dei frammenti. 
Quello di cui parleremo nel podcast di oggi è il poema chiamato Le Argonautiche, e l’autore di chiama Apollonio Rodio. Sentiamo l’inizio:

Da te sia l’inizio, Febo Apollo… Ché io ricordi le gesta
degli eroi antichi che attraverso le bocche del mar Ponto
e le rupi Cianee, obbedendo ai comandi di Pelìa, 
guidarono al vello d’oro Argo, la solida nave.
Il re Pelìa aveva appreso un oracolo: l’aspettava
una sorte atroce in futuro: chi tra i suoi sudditi
avesse visto venire calzato di un solo sandalo,
quello, con le sue trame, gli avrebbe dato la morte. 
[...]
Appena vide Giasòne, con un sandalo solo,
 Pelìa capì e pensò per lui la fatica
di un duro e lungo viaggio, sperando che in mare 
o tra genti straniere perdesse la via del ritorno.

Come costruì la sua nave Argo, con il consiglio di Atena,
lo cantano i poeti di un tempo: io, invece, voglio qui dire 
la stirpe degli eroi e il nome, e i lunghi viaggi per mare,
e tutte quante le imprese che essi compirono
nel loro errare. Siano le Muse ministre del canto.

Bello quest’inizio, eh? Il tono elevato, raffinato, pomposo?

La storia forse la conoscete: ricordate la Medea di Euripide (ne abbiamo parlato nella puntata dedicata a lui)? 
Giasòne che vuole sposare la figlia del re di Corinto e abbandonare la sua donna Medea che si arrabbia non poco e stermina per vendetta i suoi figli, il re di Corinto e la figlia del re eccetera eccetera? 
Ecco, è quel Giasòne. 
Ma qui, in questo poema di cui parliamo adesso, è un Giasòne molto più giovane, prima di conoscere Medea.
Si parla anche di un certo Pelìa, ma chi è questo Pelìa? Ascoltatemi un minuto, che vi racconto una storia. 
C’era una volta, nella città di Iolco, in Tessaglia, un re. Il re di questa città si chiamava Esone, il papà di Giasòne. Ma Esone aveva un fratellastro, Pelìa, assetato di potere. Il padre di Pelìa non era un tipo qualunque: si trattava di un potente dio: il dio del mare Poseidone. Pelìa riesce a prendere il potere; scaccia Esone dal trono e uccide tutti i suoi discendenti. Tranne uno. Indovinate un po’ chi è l’unico figlio di Esone a essersi salvato? … Esaaatto: il nostro caro Giasòne! 
Complicati da ricordare i miti greci, vero?
Ma insomma, torniamo al nostro Giasòne, che scampa alla morte, e poco dopo la nascita, è affidato alle cure del centauro Chirone (famoso personal trainer di eroi superfamosi, tipo Achille) proprio per metterlo al sicuro. Pelìa diventa così il padrone di tutto, ma, essendo un paranoico, consulta l’oracolo di Apollo per avere rassicurazioni sul proprio futuro. 
Il dio Apollo, però, gli dice una cosa un po’ antipatica: Pelìa troverà la morte a causa di un uomo con una scarpa sola (all’epoca, andavano di moda i sandali).
Passano gli anni, e Giasòne, a un certo punto, decide di tornare a Iolco per rivendicare il trono di suo padre Esone. Durante il viaggio, per aiutare una vecchina ad attraversare il fiume (come un vero gentiluomo), perde una scarpa, e così entra nella città di Iolco con un piede calzato e l’altro no. La vecchina, in realtà, era la dea Era, incavolata con Pelìa perché l’aveva trascurata nei sacrifici (mai, e dico mai, dimenticare di fare sacrifici a qualche dio, perché poi sono cavoli!). 
Comunque, Giasòne si presenta a Pelìa, senza una scarpa, dicendo che è venuto a riprendersi il trono. Pelìa fa due più due e capisce che si trova nei guai… Ma ha un’idea brillante: ora mi invento una missione insensata e impossibile, così Giasòne si leva dai piedi una volta per tutte… 
Ovviamente Pelìa con il nipote Giasòne fa il simpatico, e gli dice soltanto: se vai a recuperare il vello d’oro (non vi lambiccate il cervello, il “vello” non è altro che una pelliccia di montone) nella Colchide, una terra lontana, e me lo riporti, allora sarai degno di questo trono! Pensa così di sbarazzarsene. 
E Giasòne ovviamente dice: ok zio, agli ordini, vado. 
Così viene costruita la nave Argo e Giasòne raccoglie una ciurma di compagni, uno più fico dell’altro. Tutti eroi strafamosi. In pratica, gli Avengers dell’epoca. Ci sta Eracle, c’è il cantore Orfeo, ci stanno i fratelli Castore e Polluce, conosciuti come i Dioscuri, che tirano un sacco di cazzotti superforti… Insomma, messo insieme il team, i marinai della nave Argo, i cosiddetti “argonauti”, salpano alla ricerca di questo benedetto vello. Ed eccoci così arrivati al punto di partenza del nostro misterioso poema di oggi.
Le Argonautiche di Apollonio Rodio, che sarà il protagonista di questa puntata. 
Se avete sentito le puntate precedenti sull’età ellenistica, su Callimaco e su Teocrito, potreste pensare: ma la poesia epica, in età ellenistica, non era detestata dai poeti “alessandrini”? 
Cioè quei poeti che ruotavano intorno alla corte dei Tolemei, ad Alessandria d’Egitto... Non criticavano la cultura classica e l’epica omerica? 
Non era meglio, secondo loro, comporre cose brevi e curatissime nella forma? Se la poesia epica era già noiosa per Callimaco, pensa che sbattimento sarà per noi! Ecco, non vi lasciate ingannare dalle apparenze, come hanno fatto molti studiosi fino a qualche decennio fa: Apollonio Rodio è un autore che rispecchia perfettamente gli ideali della sua epoca, come vedremo. 
C’è da dire che a lungo, purtroppo, molti studiosi lo hanno accusato di essere solo un erudito e addirittura c’è chi ha definito le Argonautiche come “non poesia”. Non è così.
Non solo le Argonautiche sono un’opera poetica elegante e colta, che può essere apprezzata tantissimo da chi ha un po’ di competenze letterarie, proprio come le poesie di Teocrito e Callimaco, ma è un’opera che è servita da ponte fra la poesia epica greca di Omero e quella latina, per esempio l’Eneide di Virgilio.
Per Virgilio, infatti, considerato da molti il massimo poeta in lingua latina, Apollonio Rodio è servito come modello: un modello di epica “moderna” (ovviamente “moderna” per lui) e di un nuovo modo (“nuovo” per lui) di costruire personaggi e psicologie… Ma non voglio spoilerarvi nulla. Saliamo anche noi sulla nave Argo e partiamo per questo viaggio!

Prima di seguire gli Argonauti alla ricerca del vello d’oro, però, parliamo un po’ di Apollonio Rodio. Su di lui possediamo poche informazioni che abbiamo grazie a due brevi biografie antiche e alla Suda, quel librone bizantino tipo-enciclopedia di cui abbiamo nella puntata su Callimaco. La Wikipedia dei tempi antichi, in pratica.
Apollonio nasce ad Alessandria d’Egitto intorno al 295 avanti Cristo. Entra presto nella corte dei sovrani Tolomei e intorno al 260, quando ha più o meno trentacinque anni, diventa il bibliotecario ufficiale della famosa Biblioteca di Alessandria. Quando diventavi bibliotecario, ti toccava anche un altro compito: educare il successore al trono di Egitto, e così lui si ritrova a istruire niente meno che il futuro Tolomeo III Evergete.
Più tardi, intorno al 267 avanti Cristo, Apollonio viene sostituito alla guida della Biblioteca da Eratostene di Cirene (il primo scienziato a calcolare le dimensioni della Terra), forse proprio per iniziativa del suo pupillo, Tolomeo III Evergete, che nel frattempo era salito al trono. 
Apollonio allora se ne va nell’isola di Rodi, un’altra delle capitali culturali del mondo ellenistico, e la tradizione vuole che lì abbia riscritto una seconda edizione delle Argonautiche, già pubblicate in una prima edizione che aveva avuto poco successo. 
Lì avrebbe riscosso un successo tale che gli abitanti di Rodi vollero dargli la cittadinanza. Così, si spiegherebbe il soprannome “Rodio”. Apollonio Rodio, cioè Apollonio di Rodi.
Apollonio, poi, sarebbe tornato ad Alessandria e con il suo poema risistemato avrebbe riscosso un successo enorme anche lì, tanto da essere sepolto accanto a Callimaco. Non sappiamo se quest’ultima parte della storia sia vera, ma ci piace immaginare che sia così. 
Apriamo una necessaria parentesi sulla vita social di Apollonio: visto che bazzicava gli stessi ambienti di Teocrito e della star dell’epoca, Callimaco. Questi tre si saranno trovati forse gomito a gomito, tra gli scaffali della Biblioteca, tra gli sfarzi della corte dei Tolomei, forse anche la sera, in qualche taverna, a brindare insieme. Ma dobbiamo un po’ lavorare di immaginazione, perché di informazioni sicure ne abbiamo abbastanza poche.
Sui rapporti di Apollonio con Teocrito non abbiamo testimonianze, ma abbiamo un indizio letterario: la rielaborazione, da parte di Teocrito, all’interno del suo tredicesimo Idillio (vi ricordate Teocrito scriveva delle poesie chiamate Idilli?) di un episodio delle Argonautiche. 
Abbiamo già accennato a questa relazione letteraria nel podcast su Teocrito, ma lo ridiciamo.
Avete presente quando in un film si fa riferimento alla scena di un altro film famoso? Ecco, una cosa del genere. Il pezzetto che viene ripreso da Teocrito è quello sulla scomparsa di Ila, il ragazzo amato da Eracle, rapito dalle ninfe di una fonte. Teocrito, insomma, riprendendone un pezzetto, dimostra chiaramente di aver letto le Argonautiche di Apollonio. E probabilmente è un modo per fargli un bel complimento...
Invece, sui rapporti di Apollonio con il poeta Callimaco abbiamo notizie contraddittorie: le biografie antiche dicono che Apollonio fu un allievo di Callimaco, mentre altre fonti parlano di una contesa letteraria fra i due. 
Erano amici o non si potevano vedere?
Nella Antologia Palatina viene tramandato un epigramma attribuito ad Apollonio, in cui c’è una critica molto acida nei confronti di Callimaco… la maggior parte degli studiosi, però, pensa che non sia veramente di Apollonio. Abbiamo menzionato l’Antologia Palatina: al momento, vi basti sapere che è una enorme raccolta di epigrammi greci; ne riparleremo alla prossima puntata, dedicata proprio al genere poetico dell’epigramma. 
Ma torniamo ad Apollonio e al suo rapporto con Callimaco. 
Si dice anche che Callimaco abbia composto un’opera satirica di presa in giro nei confronti di Apollonio intitolata Ibis, che a noi però non è giunta, e nelle testimonianze che ci riportano l’elenco dei nomi degli avversari di Callimaco, il nome di Apollonio non compare. 
Insomma, delle due l’una: o Apollonio è stato un seguace della poetica di Callimaco basata sulla brevità, la cura ossessiva del testo, l’erudizione e l’eleganza, oppure i due poeti si sono scannati fra di loro perché avevano opinioni opposte in fatto di arte e composizione. 
Questa ambiguità della tradizione ha influenzato a lungo gli studiosi che, alla luce di questa incerta polemica letteraria con Callimaco, hanno considerato le Argonautiche una brutta e malriuscita imitazione dei poemi omerici. Leggendo l’opera di Apollonio in modo serio e approfondito, però, è chiaro che i due avevano una visione della poesia abbastanza simile e che Apollonio, in modo forse meno vistoso di Callimaco, si era impegnato anche lui a rinnovare la poesia tradizionale, in particolare quella epica.
È vero che Callimaco si scagliava contro le opere di grandi dimensioni, visto che ai suoi tempi ancora c’era chi componeva poemi lunghissimi e alla maniera antiquata di Omero. Ma questi poemi profondamente tradizionali erano destinati al pubblico di massa delle sfide sportive (gli “agoni”, da cui la parola “agonistico” per intendere una competizione sportiva ufficiale), che ancora si svolgevano, all’epoca, durante le feste religiose. 
Imitavano Omero, lo leggevano in queste feste, era la tradizione! Come nelle feste magari cantiamo canti popolari!
Il pubblico a cui si rivolgeva Apollonio, invece, era fatto di pochi lettori istruiti, in grado di comprendere le sue innovazioni rispetto al modello omerico, le sue allusioni dotte non solo all’epica ma anche alla tragedia greca e il suo amore per la conoscenza in generale.
Proprio come Callimaco, infatti, Apollonio amava l’eziologia, cioè la ricerca delle cause delle cose (vi ricordate gli Àitia di Callimaco?), amava approfondire le storie di popoli lontani e i racconti mitologici poco conosciuti. E di sicuro quest’amore per la conoscenza Apollonio ce la dimostra pienamente nelle Argonautiche. 
L’Iliade e l’Odissea sono costituite da ventiquattro libri ciascuna. Sapete da quanti libri sono composte invece le Argonautiche? Solo quattro libri, secondo un principio che risale alla Poetica di Aristotele. Aristotele, lo sapete, è un famoso filosofo che ha scritto anche la prima opera di critica letteraria che conosciamo, La Poetica. 
Per Aristotele infatti, la lunghezza giusta per un poema epico doveva essere uguale a quella di una tetralogia tragica. Vi state chiedendo che vuol dire tetralogia tragica? 
Vi ricordate che durante le feste in onore di Dioniso ad Atene c’era una gara fra tre tragediografi, ahem sembra uno scioglilingua… diciamo tre scrittori di tragedie, una gara tra tre autori di tragedie, e che ognuno di loro in una giornata metteva in scena tre tragedie e un dramma satiresco? 
Ecco, Aristotele diceva che un poema epico perfetto doveva essere diviso in quattro libri e che ogni libro doveva avere la lunghezza di una tragedia, perché fosse un’opera organica e unitaria tale che con la mente se ne potesse abbracciare il principio e la fine. 
Apollonio Rodio, perciò, non solo è stato un poeta alessandrino a tutti gli effetti, ma è stato anche aristotelico. Tutto questo per dirvi che pure gli studiosi sbagliano e che non bisogna fermarsi mai alle apparenze: le Argonautiche sono un tentativo felicemente riuscito di innovazione del vecchio genere epico.

Siamo finalmente arrivati al momento tanto atteso da molti di voi che avranno pensato fino ad ora: sì, bella la vita di Apollonio ma a noi interessano le Argonautiche; su, raccontaci di cosa parlano!
Come abbiamo visto proprio all’inizio di questa puntata, nel libro primo, il poema si apre con un proemio contenente l’invocazione ad Apollo e l’esposizione breve dell’antefatto dell’impresa. Vi ricordate? Il re Pelìa, per togliere di mezzo il nipote Giasòne, legittimo erede al trono della città di Iolco, gli assegna quella che ritiene essere una missione suicida: andare a prendere il celebre vello d’oro che si trova presso il re Eeta, nella selvaggia e lontana terra dei Colchi (la Colchide, appunto), sulle sponde del mar Nero. Apollonio se la cava in pochi versi e continua con un secondo proemio, questa volta, con la tradizionale invocazione alla Musa e il catalogo degli Argonauti, un elenco degli eroi organizzato geograficamente in senso orario, a partire dalla Grecia del nord. 
La prima tappa del viaggio è l’isola di Lemno, dove vive una comunità di sole donne, guidata dalla regina Issipile. 
Ci sono solo donne perché avevano ammazzato tutti gli uomini dell’isola per vendetta. Dopo un’assemblea, le donne decidono di accogliere gli Argonauti e di unirsi a loro per avere nuovi figli e ricominciare a vivere normalmente. Gli Argonauti passano giorni felici e Giasòne diventa l’amante della regina Issipile in persona, ma Eracle a un certo punto richiama tutti al dovere. Della serie: ok ragazzi, tutto bello, ma abbiamo una missione eroica da compiere! Partiamo! 
A Cizico, isola della Propontide, gli Argonauti aiutano i Dolioni a sconfiggere i giganti cattivi. Però scoppia un casino, ragazzi, un evento davvero terribile! 
Dopo essere partiti, durante la notte, gli Argonauti sbagliano rotta e ritornano senza saperlo nella stessa isola, non riconoscono più i loro amici Dolioni, scendono in battaglia e li uccidono tutti. Quando si renderanno conto di aver lottato e sterminato persone che fino al giorno prima erano amiche, gli Argonauti si addolorano immensamente e costruiscono un santuario dedicato alla dea Cibele. Poi con il cuore ancora infranto ripartono. 
In Misia, li attende un’altra tragedia: le ninfe di una fonte rapiscono il giovane Ila, il giovanetto amato dal superforzuto Eracle. Un amore omosessuale, sì, sappiamo che per i greci era normale. Per gli dei e gli eroi ancora di più. 
Insomma, in preda alla disperazione, Eracle abbandona la spedizione per cercare l’amato Ila, senza sapere che non lo rivedrà mai più. Sì, lo so cosa state pensando: ma non era stato proprio Eracle a spingere gli Argonauti a ripartire da Lemno, abbandonando i loro nuovi amori, e a ricordar loro della missione eroica e gloriosa? Sì, è stato proprio lui… Quando si dice l’incoerenza! 
Gli Argonauti, dopo qualche altra avventura, approdano in Bitinia. Qui aiutano l’indovino Fineo, vecchissimo e cieco, a liberarsi delle Arpie che gli rovinano la vita rubandogli e sporcandogli i cibi per un’antica colpa. In cambio di questo aiuto, gli Argonauti ottengono da lui profezie e consigli per proseguire nella loro impresa, soprattutto su come attraversare le spaventose Simplegadi, rupi nel mare che si scontrano fra di loro all’ingresso del Ponto. 
Il viaggio prosegue. I compagni subiscono la perdita di due membri della nave Argo: l’indovino Idmone, ucciso da un cinghiale, e il timoniere Tifi, morto per un’improvvisa malattia. 
Poi, approdano all’isola di Ares, infestata da uccelli particolarmente pericolosi e aggressivi - una sorta di film horror - ma riescono a metterli in fuga facendo molto rumore con i loro scudi. Sull’isola gli Argonauti incontrano i figli di Frisso e Calciope, la sorella di Medea (sì, stiamo per incontrarla, non vi preoccupate). Con l’occasione Apollonio racconta la storia del vello d’oro ai suoi lettori per mezzo dei figli di Frisso. 
Ecco la storia del vello d’oro. 
Ecco quello che raccontano i figli di Frisso: Frisso, loro padre, era giunto dalla Grecia a cavallo di un montone volante d’oro. Poi lo aveva sacrificato a Zeus protettore degli esuli. Ma perché Frisso era fuggito su un montone volante dalla sua città? Questo ve lo devo raccontare io. Cercherò di essere breve. Trenta secondi, poi ricominciamo con le avventure degli Argonauti, promesso. 
Allora: il re della città di Orcomeno, Atamante, aveva sposato la dea delle nuvole, Nefèle. Insieme, avevano avuto due figli: Frisso ed Elle. Il re, però, in seguito si era innamorato di un’altra donna. Così aveva ripudiato Nefèle, che era tornata in cielo, e si era risposato. La nuova moglie, però, che si chiamava Ino, era proprio la matrigna cattiva delle favole, perché odiava a morte Frisso ed Elle, i figli non suoi, i figli che il re aveva avuto con la sua precedente moglie. 
Approfittando di una terribile carestia, la donna convince Atamante a sacrificarli agli dei. I due bimbi stanno per essere uccisi, ma... proprio nel momento del sacrificio, arriva la loro madre, la dea delle nuvole Nefèle a salvarli. Avvolge i suoi figli in una nuvola e li fa salire su un montone volante con il manto d’oro. Durante la traversata, però, la bambina, Elle, perde l’equilibrio e casca in mare, in quel tratto che ancora oggi è chiamato Ellesponto, cioè “il mare di Elle”. 
Appena Frisso mette piede a terra, sacrifica il montone agli dei. Gli resta però la pelliccia dorata del montone, che decide di regalare a Eeta, re dei Colchi. Siccome nel mito greco non succede mai che nessuno è figlio di nessuno o che non abbia almeno qualche parente strafamoso, si dà il caso che Eeta re dei Colchi fosse figlio di Elios, dio sole, e pure fratello di Circe, la maga. 
Grato per il dono del vello, Eeta accoglie Frisso nelle sue terre e gli dà in moglie una delle sue figlie (quindi una sorella di Medea, che pure lei era figlia di Eeta). 
Scusate la digressione mitologica, ma questa cosa è importante da capire: Apollonio Rodio dava per scontato che i suoi lettori conoscessero queste antiche storie. Per loro erano cose sentite e risentite, come se noi ora facessimo riferimento a Cappuccetto Rosso, per fare un esempio. Sono passati centinaia e centinaia di anni, quindi era importante farvi capire cosa era questo benedetto “vello d’oro” che sta al centro di questa storia.
E rieccoci con le avventure degli Argonauti, Le Argonautiche. 
Siamo al terzo libro che si apre con un altro proemio, dove viene invocata la musa della poesia d’amore Eratò, affinché aiuti il poeta a cantare come Giasòne riuscì a conquistare il vello d’oro grazie all’amore di Medea, giovane figlia di Eeta! 
L’invocazione alle Muse è sempre un momento importante, dal punto di vista di chi racconta: serve a far capire al lettore (o all’ascoltatore) che si sta per arrivare a un momento decisivo del racconto.
Ecco il momento decisivo del racconto dunque. La scena si sposta sul monte Olimpo, la sede degli dei. Era e Atena, che vogliono aiutare Giasòne, chiedono ad Afrodite di far intervenire suo figlio, Eros, affinché con le sue frecce colpisca Medea. Giasòne arriva alla corte di Eeta e la figlia di Eeta, Medea, lo vede. 
Apollonio descrive con straordinario approfondimento psicologico la nascita del sentimento d’amore in Medea: i suoi dubbi, le sue contraddizioni. Nel frattempo, Giasòne discute con il re Eeta le condizioni per avere il vello d’oro. Ancora una volta, come all’inizio della nostra avventura, Giasòne deve affrontare una prova dettata da un re, per ottenere ciò che vuole.
Nello specifico, Giasòne dovrà superare queste prove: mettere il giogo, ossia un collare, al collo di due tori che sputano fuoco, usarli per arare un campo, dove dovrà seminare dei denti di serpente. Da questi denti nasceranno subito dei guerrieri enormi armati di tutto punto e Giasòne dovrà ucciderli. Una cosetta facile facile, no?
Ah no, scusate, avevo dimenticato l’ultima cosa. Poi dovrà prendere il vello. Il vello ha un guardiano. Questo guardiano, come ogni storia “fiabesca” che si rispetti, indovinate chi è? Esatto. Un drago. Un drago che soffre di insonnia e non si addormenta mai.
Eeta sa benissimo che Giasòne non ce la farà mai. Purtroppo per lui, non si rende conto dell’amore che sta consumando sua figlia Medea. Ve l’avevo detto che Medea è una potente maga? No? Beh, lo è. 
Dopo una notte di grande incertezza dolorosa, che costituisce una delle più splendide pagine della letteratura greca, Medea, lacerata tra il desiderio di seguire l’amore per Giasòne e il dovere di restare dalla parte di suo padre e della patria, sceglie Giasòne e decide di dargli un filtro magico che gli permetterà di affrontare la prova e di far addormentare il drago. Sentiamo come ce lo racconta Apollonio Rodio nei suoi versi:

Ma il sonno soave non prese Medea: molte ansie
la tenevano sveglia nel desiderio di Giasòne.
Temeva la forza brutale dei tori, a cui doveva soccombere, 
di morte crudele, lottando sul campo di Ares.
Il cuore batteva fitto dentro il suo petto.
E ancora: 
Versava dagli occhi lacrime di compassione
e dentro la pena la rodeva senza riposo, 
insinuandosi sotto la pelle, fino ai nervi sottili,
fino all’estremità della nuca…

E in un momento si diceva di dargli il rimedio fatato,
e poi di non darglielo; anzi, morire anche lei,
e ancora poi di non darglielo, ma neppure morire:
restare ferma, e affrontare la propria sventura.

Medea le pensa tutte: lasciarlo morire, aiutarlo e poi suicidarsi incorrendo nell’odio di tutti, suicidarsi subito, senza aiutarlo… Sì questa le sembra la soluzione ideale, ma:

D’improvviso le venne nel cuore ,
una cupa paura del regno dei morti.
Restò a lungo muta, sgomenta. Davanti a lei 
passavano tutte le dolcezze dell’esistenza: 
ricordava i piaceri che toccano ai vivi, 
le gioiose compagnie della sua giovinezza, 
e il sole apparve più dolce di prima ai suoi occhi, 
quando passò ogni cosa al vaglio della ragione.
Depose dalle ginocchia il cofanetto, mutando pensiero,
secondo il volere di Era, e non dubitava 
più tra diversi progetti: ma desiderava 
che venisse subito l’alba, per dargli il filtro
che aveva promesso e poterlo vedere nel volto.

Questo forse è il momento più decisivo di tutto il poema, perché senza l’aiuto di Medea, la spedizione per ottenere il vello d’oro sarebbe stata un clamoroso buco nell’acqua. È in questo momento che si decidono le sorti degli Argonauti. Così, Medea dà il filtro incantato a Giasòne, che supera tutte le prove e prende il vello.
Vittoria!
Vittoria?
Beh, non ancora. 
Nel quarto libro, Medea, avendo paura della vendetta di suo padre, fugge dal palazzo e parte insieme agli Argonauti per sposare Giasòne. Nel frattempo, il re Eeta, il padre di Medea, giustamente in collera per essere stato ingannato dallo straniero e tradito dalla figlia, fa inseguire la nave Argo da suo figlio Apsirto. Medea, però, attira in una trappola suo fratello Apsirto e lo fa uccidere da Giasòne. L’amore folle fa fare cose proprio brutte, vero? 
Dopo varie peripezie gli Argonauti approdano nell’isola di Circe, che è una strega ed era anche la zia di Medea, a Eea, nel mar Tirreno. Circe purifica Giasòne e Medea per l’assassinio del ragazzo. I nostri eroi poi sfuggiranno alle sirene, a Scilla e Cariddi e approderanno nell’isola dei Feaci, dove verrà celebrato il loro matrimonio. Finalmente!
Ma questi nomi… Scilla e Cariddi… e la maga Circe… forse, non vi ricordano il viaggio di Ulisse nell’Odissea? Già! Ovviamente non si tratta di un caso, è una scelta voluta di Apollonio.

Stacco musicale The passenger
Le Argonautiche si presentano a prima vista come un poema tradizionale, costruito su un’antica saga mitica: l’impresa di Giasòne e degli Argonauti, già testimoniata nell’Odissea e raccontata da Pindaro nella sua Pitica quarta.
Apollonio Rodio impiega, a livello formale e narrativo, strumenti convenzionali, tipici dell’epica: la lingua è quella di Omero, le parole sono quelle di Omero, ci sono i concili degli dei, i cataloghi degli eroi, le peripezie, delle scene tipiche… Ma grazie a una serie di innovazioni, Apollonio arriva a un risultato nuovo e molto originale.
La prima differenza con i poemi omerici è che le Argonautiche sono composte per un pubblico di lettori istruiti e raffinati e non per il popolo, per il vasto uditorio presente ai festival dei rapsodi, dei poeti girovaghi. 
Ecco perché Apollonio fa un uso molto ambiguo del sistema formulare che caratterizzava la poesia epica, fatta di epiteti e formule fisse per aiutare la composizione improvvisata dei versi degli aedi di un tempo. Vi ricordate quelle espressioni, gli epiteti, che ritroviamo sempre nell’Iliade e nell’Odissea, tipo l’astuto Ulisse, Achille piè veloce, Agamennone signore di uomini, il mare color del vino? 
Apollonio spezzetta le formule, dà loro nuovi significati. Apollonio, infatti, evita sistematicamente tutto ciò che è fisso e ripetitivo e si sforza di variare in mille modi le formule fisse ricorrenti in Omero, in linea con il principio alessandrino di cui parliamo spesso: ossia la poikilìa, la varietà.
Un’altra grande innovazione di Apollonio rispetto ai poemi epici è l’influsso di altri generi letterari come la tragedia: vi ricordate? abbiamo detto poco fa che i libri dell’opera sono quattro, come le tetralogie tragiche messe in scena ad Atene nell’arco di un solo giorno. 
E dobbiamo ricordare un’altra innovazione molto moderna di Apollonio: il frequente intervento dell’io narrante del poeta nell’azione. Questo Omero non lo faceva assolutamente. Nell’Iliade e nell’Odissea il narratore è rigorosamente in terza persona singolare, non si vede e non si sente. Apollonio invece dà giudizi, invoca gli dei, esorta sé stesso a tornare alla vicenda principale dopo che si è allungato in una digressione troppo estesa… e lo fa sempre in prima persona, dice io! Una novità assoluta!
Un altro elemento di innovazione è sicuramente l’erudizione (questa certo tipicamente alessandrina) di Apollonio, cioè la sua enorme cultura e il suo gusto per le cose poco conosciute. 
Per esempio Apollonio è sempre interessato a indagare le cause delle cose e a raccontare ai suoi lettori gli usi e i costumi delle popolazioni con cui vengono in contatto gli Argonauti. Le Argonautiche, poi, sono ricchissime di excursus, cioè di digressioni, in cui il nostro Apollonio apre lunghe parentesi nella narrazione per raccontare al lettore cose che non c’entrano con la storia principale: e quindi se va per conto suo. E comincia a raccontare non solo gli aitia, cioè le cause di riti e usanze, ma anche miti poco conosciuti con l’interesse un po’ nerd che solo uno come lui che faceva anche il bibliotecario capo di Alessandria poteva avere. 
È proprio attraverso gli aitia, cioè i racconti sulle origini delle cose, che Apollonio crea una fusione temporale fra la missione degli Argonauti, il passato mitologico che è il presente del racconto, e con la contemporaneità storica del narratore che, abbiamo visto, interviene di tanto in tanto nella narrazione. Tre tempi diversi che si mischiano con tranquillità all’interno dell’opera.
Anche a una lettura veloce delle Argonautiche, una cosa risulta evidente:  sono volutamente divise in due parti, ogni parte ha tempi di narrazione diversi. 
Il viaggio di andata, narrato nei primi due libri ha una narrazione lenta e piena di digressioni. Nel terzo libro, con l’incontro di Giasòne e Medea, il tempo del racconto si fa ancora più lento e lineare: eccoci attenti a cogliere la dimensione psicologica dei personaggi. 
Ma poi, all’improvviso, il tempo subisce una accelerazione con la fuga dalla Colchide, dalla corte di Eeta. Questa discontinuità temporale è una delle più grandi innovazioni del poema. 
Occupiamoci infine delle tematiche principali delle Argonautiche, tematiche che ribaltano i valori della aretè, la virtù dei nobili eroi omerici. 
Innanzitutto, questa missione eroica non è veramente eroica. Voi direte, come è possibile? Semplice! Il progetto di andare a prendere il vello d’oro non è una scelta libera di Giasòne, ma è imposta dal re Pelìa che considera l’impresa come un qualcosa di impossibile da realizzare, una scusa per liberarsi del nipote scomodo. 
Giasòne non è un eroe omerico, e non può conquistare con le sue forze il vello. Da solo non può farcela. Di suo non ha una forza fisica e militare rilevante e prima della spedizione non si è reso mai famoso con imprese eroiche. Il momento tipico delle “gesta eroiche”, in cui nei poemi omerici si narravano le prodezze di singoli eroi in battaglia, qui Giasòne ce l’ha solo a Cizico, quando gli Argonauti, spinti da una tempesta di notte di nuovo sulla terra che avevano appena lasciato, uccidono i loro amici Dolioni senza riconoscerli: Giasòne ucciderà il loro capo, il capo dei loro amici, di quelli che li avevano ospitati. Non proprio un eroe, a uccidere degli amici per sbaglio!
Ucciderà anche Apsirto, il fratello di Medea, che li stava inseguendo, ma lo farà grazie all’inganno magico di lei. Ed è proprio la dipendenza di Giasòne da Medea una delle forme più evidenti della sua impotenza, della sua mancanza di risorse, perché è un eroe inadeguato, non è sostenuto da motivazioni ideali né da una vera passione per l’azione. Sembra incapace di agire e decidere da solo. Questo tipo di eroe così poco eroico ispirerà un giorno l’Enea di Virgilio, anche lui un eroe molto umanizzato e spesso assalito da dubbi e incertezze.
Ma non si salvano neppure gli altri eroi, compagni di avventure di Giasòne: per loro, che viaggiano faticosamente verso il vello d’oro, è stata addirittura impiegata la definizione di “eroi negativi” o “anti-eroi”, a indicare il senso di vuoto che li caratterizza. Infatti, il voler manifestare il proprio valore con un’impresa eroica viene meno da subito, dal primo momento, sin da quando gli Argonauti fanno tappa a Lemno e lasciano le amanti che si sono fatti sull’isola solo dopo l’esortazione di Eracle. Eracle tra l’altro è l’unico eroe del gruppo che forse avrebbe potuto prendere il vello d’oro contando sulle sue sole forze ma che, purtroppo, resta in Misia per cercare il suo giovinetto, Ila.
La vera star delle Argonautiche è Medea. E l’affidare il successo della spedizione all’amore di una donna la dice lunga sulle distanze che Apollonio prende dall’epica tradizionale. Inoltre, il mondo omerico, tutto proiettato verso l’azione viene sostituito nelle Argonautiche dall’analisi psicologica dei personaggi. 
A differenza degli eroi omerici, sempre uguali a loro stessi, Medea è un personaggio che si evolve psicologicamente: prima nega l’amore, poi gradualmente lo accetta e infine lo porta alle estreme conseguenze con l’assassinio del fratello Apsirto. 
Non c’è contraddizione fra la Medea ragazza innamorata del terzo libro e la Medea maga e assassina del quarto libro. Semplicemente, Medea cambia, facendo delle scelte e affrontandone le conseguenze, capace di sondare nelle pieghe della propria anima come un tormentato personaggio romanzesco. Non è un’esagerazione dire che è uno dei personaggi più affascinanti e psicologicamente complessi della letteratura greca e anche della letteratura di sempre.
Anche gli dei, a differenza degli dei “dei tempi di Omero”, non intervengono quasi mai direttamente nelle vicende umane. Gli dei di Apollonio Rodio sono quasi soltanto spettatori, si divertono a chiacchierare amabilmente su quello che succede agli umani. Ciò che veramente domina su tutti è la tiùche, il caso, un potere imprevedibile e oscuro che rende incerti gli esiti delle azioni. Questo colora le Argonautiche di un inquieto pessimismo. 
Questo pessimismo di Apollonio è evidente anche nel significato del viaggio degli Argonauti confrontato con il viaggio per eccellenza, quello del ritorno a casa di Ulisse nell’Odissea. 
Mentre nell’Odissea il viaggio di ritorno ha un significato totalmente positivo e l’eroe impiega tutte le sue energie in esso perché è il suo scopo principale, nelle Argonautiche il viaggio è circolare. Una sorta di composizione ad anello: l’obiettivo finale coincide con la situazione iniziale. Giasòne voleva tornare a Iolco all’inizio e vuole tornare a Iolco alla fine. 
Ad accentuare il senso di inutilità di questo viaggio è proprio il pudore, la reticenza di Apollonio che si ferma con il racconto delle Argonautiche all’approdo della nave Argo nel porto da cui è partita, senza raccontarci cosa succederà: cosa dirà il re Pelìa, quando vedrà il vello dorato? Come andranno a finire le cose fra lui e Giasòne? Apollonio non ce lo racconta.
Apollonio Rodio, per concludere, ha composto un capolavoro innovativo della letteratura greca.
Le Argonautiche furono tradotte in latino da Varrone Atacino e ispirarono una famosa poesia di Catullo. Virgilio prese Giasòne come modello del suo Enea e si ispirò all’innamoramento di Medea per l’episodio d’amore fra Enea e Didone. Nel primo secolo dopo Cristo, Valerio Flacco, un altro poeta in lingua latina, ne fece una sua libera rielaborazione... 
Insomma, rispetto per Apollonio Rodio! 

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