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Maturadio

Filosofia | Schopenhauer

Filosofia | Schopenhauer
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Podcast di filosofia per l'esame di maturità letto da Gioia Salvatori
Il podcast è stato scritto da Simona Menicocci
Maturadio è un progetto di podcast didattici per la maturità promosso dal Ministero dell'Istruzione con la collaborazione di Radio 3 e Treccani
Supervisione didattica a cura di Laudes
Ideazione di Christian Raimo
La sigla di Maturadio è di Teho Teardo

ARTHUR SCHOPENHAUER
(di SIMONA MENICOCCI)

Arthur Schopenhauer era la tipica persona che non viene mai invitata alle feste. Non per cattiveria; ma è difficile relazionarsi a chi pensa a qualcuno che pensa la vita sia solo noia e dolore e che sarebbe meglio non essere mai nati.

Innanzitutto come si scrive questo Schopenhauer, fateci attenzione, ogni volta, è facile sbagliare. S-c-h-o-p-e-n-h-a-e-u-r. 
Schopenhauer nasce nel 1788, l’anno prima della rivoluzione francese, a Danzica, una città del Sacro Romano Impero Germanico. Oggi è una città polacca. Il padre è un ricco commerciante, repubblicano e illuminista e la madre è una borghese che si è sposata a 19 anni con lui solo per i soldi. Nelle lettere che ci sono rimaste, la madre si sfoga per il suo matrimonio infelice e per aver buttato via la giovinezza. Oltre all’infelicità della madre, anche la nonna, il padre e due zii di Schopenhauer soffrivano di depressione. Una famiglia allegra, insomma! Schopenhauer cresce in questa atmosfera pesante e anche lui inizia a soffrire di attacchi di panico e ogni tanto anche di allucinazioni. 

A 16 anni il padre gli impone un ultimatum: o segue le sue orme e diventa commerciante come lui o si iscrive al ginnasio e si mette sotto a studiare. Per invogliare il figlio, il padre gli dice che se accetta di occuparsi dell’impresa di famiglia, partiranno per un grand tour in giro per l’Europa per due anni. Il grand tour era un viaggio per ricchi attraverso l’Europa. Schopenhauer aveva 16 anni: secondo voi cosa ha scelto? Così partono e Schopenhauer studia le letterature europee, impara il francese, l’inglese, un po’ di italiano e spagnolo e inizia a studiare latino e greco. Il viaggio però non deve essere andato benissimo, perché quando tornano il padre si suicida... Schopenhauer aveva 17 anni. 

La madre e la sorella decidono di trasferirsi in una città chiamata Weimar, mentre lui resta ad Amburgo; sia perché ha un pessimo rapporto con la madre, sia per mantenere la promessa che aveva fatto al padre e occuparsi dell’impresa di famiglia. Capisce subito, però, che odia quel mondo. Schopenhauer non voleva restare ad Amburgo a fare quel lavoro triste, né raggiungere la madre. 

All’inizio Schopenhauer va in una città che si chiama Gotha, poi si trasferisce a Weimar ma, per non stare con la madre, si fa ospitare dal suo insegnante di greco. Nelle lettere della madre emerge il carattere del giovane Schopenhauer. Un tipino dal carattere un po’ difficile: era arrogante, si arrabbiava facilmente, era un misantropo, cioè uno che odia le persone a prescindere, ed era intollerante verso chi la pensava in modo diverso da lui. 

A Weimar, la madre aveva colto l’occasione per rifarsi una vita e avere delle soddisfazioni personali. Aveva infatti organizzato un salotto letterario, frequentato da importanti scrittori e pensatori tedeschi romantici come Goethe e i fratelli Schlegel, e inizia anche a scrivere romanzi e racconti di viaggio che avranno molto successo. Proprio in questi salotti, Schopenhauer fa amicizia con lo scrittore Goethe.
Influenzato dalle letture dei filosofi materialisti francesi, si iscrive alla facoltà di medicina di Gottingen, poi cambia idea e passa a filosofia e inizia a studiare Platone e Kant, che resteranno i suoi filosofi di riferimento. 

Nel 1811 si trasferisce a Berlino per seguire le lezioni dei filosofi Schleiermacher e di Fichte. Fichte, scritto F-i-c-h-t-e era un filosofo famosissimo a quel tempo, e abbiamo anche una puntata di Maturadio dedicata a lui. Ma Schopenhauer rimane disgustato dalle loro filosofie idealiste, troppo ottimistiche, patriottiche e religiose. 
Così se ne va a Jena, dove si laurea nel 1813. Poi torna a Weimar, dove conosce lo studioso di culture orientali Frederich Mayer, che gli fa conoscere la filosofia indiana che sarà importantissima per il suo pensiero. Decide di chiamare il suo cane Atman, che è una parola indiana presa dalle Upanishad che vuol dire “anima del mondo” o “soffio vitale”. Scriverà anche che la lettura delle Upanishad è stata la consolazione di tutta la sua vita. Le Upanishad sono dei testi filosofico-religiosi dell'India dai quali Schopenhauer riprende anche l’idea del velo di Maya. 

A Weimar, a parte un paio di persone, non lo sopportava nessuno. Era ateo, non era patriottico, era permaloso, megalomane e saccente. Insomma, una persona che pensa che gli altri siano stupidi e ignoranti e che adora correggerli. Alla fine litiga definitivamente con la madre e così si trasferisce a Dresda, dove inizia a scrivere la sua opera principale: Il mondo come volontà e rappresentazione che uscirà nel 1818 quando Schopenhauer ha 31 anni. Sarà un fiasco totale. Farà così fiasco, che l’editore dovrà bruciare le copie invendute per disfarsene. Pensate che la filosofia non contava poco: nello stesso anno Hegel prendeva la cattedra principale di filosofia all’università di Berlino, e diventava il più importante filosofo di tutta Europa. E Schopenhauer invece dimenticato, non riconosciuto!

Per consolarsi del fallimento del suo libro, Schopenhauer parte per un viaggio in Italia, ma è costretto a tornare perché l’impresa di famiglia va a rotoli. Risolti i problemi economici, nel 1820 riesce a diventare docente privato dell’Università di Berlino, dove abbiamo detto insegnava anche Hegel, praticamente la super-star della filosofia idealistica. Purtroppo, nessuno studente segue le lezioni di quel simpaticone di Schopenhauer e tutti preferiscono andare a lezione da Hegel, che ha le aule strapiene. In 10 anni di insegnamento, Schopenhauer riesce a fare lezione solo per qualche mese. Poverino! 

Questa competizione persa, questo fallimento professionale e personale, trasforma il disprezzo di Schopenhauer contro Hegel e l’idealismo in vero e proprio odio. Sentite cosa dice di lui: “Hegel, insediato dall’alto, dalle forze al potere, fu un ciarlatano ottuso, pesante e stucchevole, insipido, nauseabondo, illetterato” e la sua filosofia sembra “il delirio di un pazzo”, “una buffonata filosofica”, scritta in un linguaggio “ripugnante e senza senso”. Non ci andava leggero, il nostro Schopenhauer.

Erano soprattutto due i punti che Schopenhauer odiava di più della filosofia hegeliana: prima di tutto l’ottimismo (vi ricordate la celebre frase di Hegel: tutto ciò che è reale è razionale e tutto ciò che è razionale è reale?). Hegel infatti giustificava tutto ciò che esiste come necessario e razionale. Poi Schopenhauer odiava il fatto che Hegel avesse trasformato lo Stato in una specie di divinità; e odiava il fatto che l’individuo, nella filosofia di Hegel non aveva nessuna libertà perché doveva obbedire allo Stato come se fosse un’ape di un alveare. 

Nel 1831 arriva l’epidemia di colera a Berlino: Hegel muore, per la gioia di Schopenhauer, e lui riesce a salvarsi scappando a Francoforte. Nei suoi diari ci parla di come la gente di Francoforte fosse stupida e ignorante. Anche qui, quindi, come immaginerete, Schopenhauer non si fa tanti amici. Dopo anni di “mai una gioia”, finalmente arriva una soddisfazione per Schopenhauer: vince un premio di filosofia in Svezia. Tutto gasato, ci riprova pure l’anno dopo, ma non vince. E allora cosa fa, rosicone com’è? Pubblica entrambi i testi con una prefazione dove dice che quelli che non lo avevano premiato erano degli idioti incompetenti.  

Nel 1844, Schopenhauer pubblica la seconda edizione della sua opera del 1819 Il mondo come volontà e rappresentazione che nel frattempo aveva allungato un po’, aggiungendo giusto 50 capitoli. Questa volta il libro va meglio e Schopenhauer inizia a diventare famoso. 
In una parte nuova del libro, Schopenhauer ci racconta che grazie a un suo conoscente aveva scoperto la scrittura e il pensiero di un poeta e filosofo italiano… Giacomo Leopardi; e ovviamente ne era rimasto molto colpito: non era il solo a pensarla così in Europa. 

Ecco cosa scrive di Leopardi, del suo fratello spirituale italiano:
"Il suo tema è ovunque la beffa e la miseria di quest’esistenza, da lui rappresentate, in ogni pagina delle sue opere, con una tale varietà di forme e di espressioni, con una tale ricchezza di immagini, che esso non viene mai a noia, ma è invece sempre interessante e commovente".
Quando esplodono i moti del 1848, lui ovviamente è contrario; è così contrario, che fa entrare in casa sua i soldati per sparare ai manifestanti dalle finestre del suo appartamento. 

Nel 1851 pubblica un’altra opera più semplice e più breve, però con un titolo assurdo: Parerga e paralipomena. Che vuol dire? Sono due parole greche. Parerga vuol dire aggiunta, appendice a un’opera. Paralipomena invece vuol dire cose tralasciate, cioè la continuazione, il completamento di un’altra opera. Quindi Parerga e paralipomena è un’opera in cui Schopenhauer scrive delle riflessioni aggiuntive sui suoi temi preferiti. È il momento della svolta; l’opera ha un successo enorme, per due motivi: prima di tutto è scritta in modo semplice e poi c’è un saggio dedicato al paranormale intitolato Saggio sulla visione degli spiriti. In questo saggio, Schopenhauer analizza la chiaroveggenza, la magia, le allucinazioni, il sonnambulismo e i sogni premonitori come conferma dell’esistenza della volontà irrazionale e inconscia.    

Nel 1856 l’Università di Lipsia dedica un corso alla sua filosofia, in Italia Francesco De Sanctis scrive un saggio su lui e Leopardi, dove dice che Schopenhauer ha creato la metafisica del dolore e Leopardi la poesia del dolore. Schopenhauer e Leopardi da quel momento saranno accomunati per sempre per gli studiosi. Nel 1858 l’Università di Berlino gli offre una cattedra, che lui però, permaloso com’era, rifiuta. Muore due anni dopo, nel 1860, finalmente famoso, e nel suo testamento, non avendo moglie o figli, lascia la maggior parte dei suoi averi ai soldati che avevano sparato sui manifestanti nel 1848. 

La filosofia di Schopenhauer ha influenzato molti filosofi, soprattutto Nietzsche e Freud. Vediamo un po’ cosa diceva. 

Il punto di partenza della filosofia di Schopenhauer è la distinzione di Kant tra fenomeno e noumeno. Per Kant il fenomeno è la realtà, il mondo intorno a noi, come appare, ed è l'unica cosa che possiamo conoscere, mentre il noumeno è il limite di questa conoscenza, è il promemoria che ci ricorda ciò che non possiamo conoscere e che non possiamo conoscere tutto. 

Schopenhauer non è molto fedele a questa distinzione di Kant e ci aggiunge un po’ di Platone e un po’ di filosofia indiana. Infatti per Schopenhauer il fenomeno, cioè il mondo, è apparenza, illusione, sogno, ciò che nella filosofia indiana è chiamato “velo di Maya”; e il noumeno è la realtà che si nasconde dietro il sogno e l'illusione e che il filosofo ha il compito di scoprire. Se per Kant il fenomeno è il mondo esterno a noi, per Schopenhauer il mondo è solo una rappresentazione interna alla nostra mente. 

Da Kant riprende pure le forme a priori della conoscenza, ve le ricordate quali sono? Tempo e spazio. Le forme a priori sono il modo con cui percepiamo il mondo. Cioè non possiamo percepire le cose fuori dallo spazio e fuori dal tempo. Sono come degli occhiali interni alla nostra testa, che non possiamo toglierci. A tempo e spazio Schopenhauer aggiunge solo una delle 12 categorie di Kant e cioè la causalità, che secondo lui comprende tutte le altre categorie. La legge della causalità è la categoria più importante perché noi percepiamo il mondo usando sempre l’idea di causa-effetto. Se succede qualcosa, c’è qualcosa prima che l’ha provocato e succederà qualcosa dopo come conseguenza. Ogni cosa, ogni evento, ogni fenomeno ha una causa e una conseguenza.  

Ma al di là del sogno e del fenomeno per Schopenhauer esiste la realtà vera: il mondo come “noumeno”. Ma questo mondo che si nasconde dietro alla realtà, dietro al velo di Maya è veramente inaccessibile? Siamo per forza condannati a rimanere intrappolati nel mondo dei sogni e delle illusioni o c’è un modo per passare dall’altra parte? Schopenhauer è convinto di aver superato il maestro Kant, proprio perché lui ha scoperto il modo per accedere al noumeno, mentre Kant no.

Come si rompe il velo di maya? Schopenhauer dice: con l’esperienza del corpo. È attraverso il nostro corpo che noi sentiamo di vivere e che proviamo piacere e dolore e sentiamo che siamo fatti di volontà, cioè di un impulso prepotente e irresistibile che ci spinge a vivere. Quindi è l’esperienza del nostro corpo che rompe il velo di Maya e ci fa capire che tutto l’universo, che tutte le cose, sono fatte della stessa energia che vuole vivere. Per Schopenhauer il corpo è manifestazione della volontà: l'apparato digerente è la manifestazione della volontà di nutrirsi, gli occhi della volontà di vedere, e così via. Quindi il mondo che percepiamo, ogni animale, ogni pianta, è la manifestazione di una volontà invisibile, inconscia, irrazionale. Sottolineiamolo quest’ultimo aggettivo: irrazionale. 

Dovete pensare a questa “volontà” come a un’energia cosmica che esiste fuori dal tempo e fuori dallo spazio, ma che è in ogni cosa. È eterna e infinita, è irrazionale e cieca, non ha nessuno scopo e nessuna causa. È l’energia vitale che sta dentro ogni essere vivente,  vuole solo vivere e continuare a vivere. 
Per Schopenhauer questa verità è stata nascosta dagli uomini, che si sono inventati Dio per dare un senso alla vita, per consolarsi dal fatto che non siamo stati creati, che la vita non ha nessuno scopo se non la vita stessa. La cosa interessante è che la volontà di Schopenhauer ha le stesse caratteristiche che hanno sempre dato a Dio, cioè è unica, eterna, infinita e senza causa. Ma è irrazionale. Cosa che distingue, anzi potremmo dire proprio che oppone, quest’idea di assoluto a quella di Hegel, che era l’idea di una razionalità assoluta.

Come si manifesta questa volontà cosmica? Attraverso le idee e attraverso gli esseri viventi. 
E qui sentiamo l’eco di Platone: il filosofo greco credeva che le idee sono i modelli e gli individui sono copie delle idee. La natura è divisa per gradi in ordine ascendente, dal basso verso l’alto. Il grado più basso in cui la Volontà si manifesta e si rende visibile è costituito dalle forze della natura. Poi ci sono le piante e gli animali. Ovviamente in cima alla piramide c’è l’essere umano perché è l’unico a essere consapevole della volontà. 

Ma perché pensare tutto questo dovrebbe portare a essere pessimisti? Se vi ricordate la teoria del piacere di Leopardi sapete già perché. Sennò ve lo dico io adesso (ma comunque potete recuperare con il podcast su Leopardi!). 

Per Schopenhauer, volontà vuol dire volere e volere vuol dire desiderare e desiderare vuol dire soffrire la mancanza di qualcosa che non si ha e che si vorrebbe avere. Una filosofia del desiderio come mancanza, come assenza e vuoto, porta per forza al dolore. Quindi il mondo del noumeno, della vita vera, è dominato dalla volontà cioè dalla sofferenza. 

Il pessimismo di Schopenhauer si scaglia contro tutte le forme di ottimismo che circolavano in filosofia dell'Ottocento: cosmico, sociale e storico.  
L'ottimismo cosmico del cristianesimo e dell’idealismo di Hegel, per esempio, vede il mondo come un organismo perfetto, provvidenzialmente governato da un Dio oppure da una Ragione. Per Schopenhauer il mondo è un caos dominato da una forza irrazionale. L’ottimismo sociale pensa che l’uomo sia naturalmente buono e socievole. Per Schopenhauer l’essere umano è un essere cattivo, egoista e aggressivo e le relazioni umane sono dominate dal conflitto. L’ottimismo storico dell’idealismo di Hegel, del positivismo di Comte, o del materialismo storico di Marx, credeva che la storia fosse un continuo progresso. Per Schopenhauer la storia è senza scopo, è solo ripetizione della stessa trama da sempre e per sempre: nascita, dolore e morte. 

E visto che noi siamo gli animali più consapevoli della natura, noi siamo anche quegli animali che soffrono di più e che sono destinati a non essere mai soddisfatti. Anche perché quando riusciamo a soddisfare un desiderio ce ne restano altri dieci insoddisfatti. Il desiderio dura per sempre, mentre l’appagamento dura pochissimo. Infatti per Schopenhaeur i piaceri e le gioie sono solo una pausa, una parentesi della continua sofferenza. Per provare piacere bisogna prima provare dolore o mancanza; se provo piacere a bere dell’acqua fresca è perché prima soffrivo la sete. Ma se il piacere è solo una pausa dal dolore, il dolore non è una pausa dal piacere ma la condizione di base perenne in cui viviamo noi e tutti gli altri esseri viventi. Abbiamo capito perché lo definiamo pessimista? E perché non possiamo non pensare alle parole di Leopardi?

Per non farsi mancare nulla, accanto al dolore, che è costante, e al piacere, che è qualcosa di passeggero, Schopenhauer aggiunge la noia. Dirà che la vita umana è come un pendolo che oscilla fra il dolore e la noia, passando attraverso il momento passeggero del piacere e della gioia. 

E l’amore? Anche l’amore è un momento passeggero di gioia e piacere? Sentite che definizione dà dell’amore il nostro Schopenhauer: “l’amore sono due infelicità che si incontrano, due infelicità che si scambiano ed una terza infelicità che si prepara”. L’amore è solo un inganno che serve alla specie per riprodursi. Quindi non esiste l’amore platonico o spirituale, ogni innamoramento si basa su un istinto sessuale che non controlliamo perché è la volontà a controllarlo, a volere accoppiarsi per continuare a vivere attraverso altri individui. Per Schopenhauer la riproduzione sessuale, il mettere al mondo dei figli è ovviamente un peccato mortale, perché vuol dire mettere al mondo qualcuno che è destinato a soffrire tutta la vita. Se la vita è dolore, fare figli vuol dire diventare complici di questa ripetizione cosmica di dolore.  

Allora ricapitolando: l’essere umano esce dal mondo delle apparenze e scopre che il mondo vero è fatto solo di dolore, sofferenza e noia. 
A questo punto, tutto lascerebbe pensare che Schopenhauer proponga il suicidio come soluzione a questa vita tragica. E invece no! Inaspettatamente, Schopenhauer rifiuta e condanna il suicidio! 
Per due motivi: prima di tutto, il suicidio non nega la volontà, perché chi si suicida, in realtà, ama la vita; chi si suicida, dice Schopenhauer, odia solo il fatto di dover soffrire. 
Il secondo motivo è che il suicidio uccide solo l’individuo, la persona fisica, che è solo una manifestazione della volontà di vivere. Il punto è che bisogna trovare un modo di uccidere la volontà cosmica, la volontà stessa di vivere; ma non si può uccidere la volontà, non ha un corpo! C’è un’unica soluzione, secondo Schopenhauer: liberarsi della volontà di vivere, rimanendo in vita. Avete capito bene. Liberarsi della volontà di vivere, rimanendo in vita. 
Ma come si fa a sopprimere questa energia irrazionale che abbiamo dentro di noi, che è dappertutto, e che determina, decide tutto quello che facciamo? Attraverso la nolùntas, la nolontà, che è una parola latina che vuol dire negazione della volùntas cioè della volontà. Eh… facile a dirsi! Ma come si fa?

Per fortuna, Schopenhauer ci dà anche delle indicazioni pratiche. Descrive il percorso di liberazione dalla volontà, diviso in 3 tappe: l’arte, la morale e l'ascesi.

L’arte dice Schopenhauer è conoscenza disinteressata e libera delle idee, cioè dei modelli universali delle cose (come diceva Platone, no?). Perciò, attraverso l’arte, l’uomo si eleva dalla realtà dei fenomeni, delle cose concrete di questo mondo, e contempla le idee. Come la natura, anche l’arte per Schopenhauer è divisa in gradi ascendenti, dal basso verso l’alto, come una scala. Prima c’è l’architettura, poi scultura, pittura, poesia, tragedia e in cima in cima la musica. La musica è l’arte più vicina alle idee, perché non le imita, perché è universale; per questo, ha il potere di metterci in contatto direttamente con la volontà. Comunque, ogni arte per Schopenhauer è liberatrice, perché procura un piacere e ci distacca per un po’ dal mondo e dal dolore. Ma è comunque un piacere temporaneo, quindi non è una via per uscire dalla vita, ma solo per avere un breve un conforto all’interno della vita. Sento una musica che mi coinvolge, mi distraggo, ma poi ripiombo tra dolore e noia.

La seconda tappa è la morale che implica un impegno a favore del prossimo. La morale, insomma, è un tentativo di superare l'egoismo e la competizione, che producono ingiustizia e dolore. Per Schopenhauer la morale non nasce da un imperativo, come per Kant, cioè da un obbligo; per Schopenhauer la morale nasce dalla pietà. La pietà, la compassione che ci fa sentire il dolore degli altri, ci fa uscire dall’egoismo e ci fa capire che la vita di tutto e di tutti è dolore. Provare pietà vuol dire sentire tutto il dolore dell’universo. E qui non ci ricorda anche Leopardi della Ginestra? Se ci sentiamo il podcast su Leopardi, ne parliamo alla fine della puntata. 

Per Schopenhauer, la morale si divide in due virtù fondamentali: la giustizia e la carità. La giustizia vuol dire non fare del male agli altri. La carità vuol dire fare del bene al prossimo. Diversamente dall'amore, che essendo egoistico e interessato, è un falso amore, solo la carità è vero amore perché è disinteressato. Ma la liberazione dall’egoismo non basta, bisogna liberarsi dalla volontà di vivere. 

Arriviamo, alla terza e ultima tappa. La terza e ultima tappa è l’ascesi. Con l’ascesi, per Schopenhauer l’uomo elimina il desiderio di esistere e di essere felice. Il primo passo dell’ascesi è la castità che libera dall'impulso all’accoppiamento e alla riproduzione della specie. Poi ci sono: la rinuncia a tutti i piaceri, l'umiltà, il digiuno, la povertà, il sacrificio. Nella cultura cristiana, l’ascesi porta alla grazia, all’unione con Dio. Per Schopenhauer, invece, influenzato dalle letture dei testi buddisti, l’ascesi porta al nirvana. Il nirvana, nella religione buddista, è l'esperienza del nulla. Sentire il nulla non vuol dire sentire il vuoto, cioè sentire qualcosa; vuol dire non sentire il mondo, che è dolore. Quindi il nirvana è un’esperienza di pace, in cui non si sente più il dolore del cosmo. Finalmente.

Schopenhauer è diventato il simbolo del pessimismo ed è stato spesso associato a Leopardi. Ma i due qualche differenza ce l’hanno. Infatti per Schopenhauer il mondo che ci circonda è solo un sogno, una nostra rappresentazione. Per Leopardi invece il mondo è reale ed è fatto di dolore, proprio per questo abbiamo bisogno delle illusioni, dell’arte e della poesia. Inoltre entrambi sono contrari al suicidio, solo che Leopardi nel Dialogo di Plotino e Porfirio delle Operette morali dice che il suicidio è un gesto vigliacco ed egoistico, mentre per Schopenhauer è solo un gesto inutile, che conferma la volontà di vivere ed essere felici. 
 

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