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Maturadio

Italiano | Giacomo Leopardi

Italiano | Giacomo Leopardi
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Podcast di italiano per l'esame di maturità letto da Fabrizio Gifuni
Il podcast è stato scritto da Antonio Marchese
Maturadio è un progetto di podcast didattici per la maturità promosso dal Ministero dell'Istruzione con la collaborazione di Radio 3 e Treccani
Supervisione didattica a cura di Laudes
Ideazione di Christian Raimo
La sigla di Maturadio è di Teho Teardo

Giacomo Leopardi
(di Antonio Marchese)
C’è un poeta di cui molti già alle elementari si innamorano oppure che da subito detestano: Giacomo Leopardi. Leopardi è un poeta che ci coinvolge o ci sconvolge perché è come se arrivasse con le sue parole a metterci a nudo. Nei suoi versi vediamo l’essere umano senza filtri, senza facili consolazioni, senza sentimentalismi. 
Sentiamo come lui stesso si presenta:

«Calpesto la vigliacchieria degli uomini, rifiuto ogni consolazione ogni inganno puerile, ed ho il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nessuna parte dell’infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera»

Eccolo, immaginiamo ora che queste parole le ha scritte un uomo che è seduto su una terrazza alle pendici del Vesuvio. Osserva l’arido versante del vulcano e la sterminata volta del cielo, tutta punteggiata di minuscole stelle. Sono tantissime. È un uomo ancora giovane, anche se non lo sembra. È debole e malato e sta per morire, ma la sua immaginazione, con la forza della disperazione, riesce ancora ad innalzarsi fino all’universo e a guardare da lassù il nostro pianeta. Da quell’altezza è piccolissimo. Da lì giudica le ambizioni degli uomini che ci vivono sopra per quello che sono realmente: delle sciocchezze. 
Giacomo Leopardi è l’autore di cui ci occupiamo in questo podcast.
(Musica David Bowie – Starman)

Giacomo Leopardi nasce nel 1798 a Recanati, nove anni dopo la rivoluzione francese. Recanati è un piccolo borgo delle Marche che allora faceva parte dello Stato della Chiesa. La modernità sembra non essere passata di qua. Le rivoluzioni culturali si stanno facendo altrove: a Milano, a Firenze, non qui. 
A Recanati sembra che non sia arrivato nemmeno l’Illuminismo, perché c’è un’idea di cultura arretrata, vecchia come la muffa sui libri delle biblioteche, fatta di erudizione e di accumulo di nozioni. 
Leopardi nasce in questo ambiente provinciale e soffocante. Fin da giovanissimo comincia a starci stretto e la sua un’intelligenza e curiosità formidabili non lo aiutano. 
I Leopardi sono una famiglia nobile. Il papà di Giacomo, Monaldo, è conte. È una nobiltà terriera decaduta. Sono benestanti ma non più così tanto. Anche se pur sempre di nobiltà si parla, e Giacomo e i suoi fratelli ricevono la migliore istruzione possibile. 
Ma il giovane Leopardi brucia le tappe. Quando è ancora un ragazzino di soli dieci anni – oggi frequenterebbe le medie – i suoi maestri si rendono conto che non hanno più nulla da insegnargli. Sa il greco, il latino, è bravissimo in qualunque materia. 
Continua da solo. 

Leopardi legge tutti i libri. La biblioteca del padre è una delle più fornite biblioteche che si potessero avere a suo tempo. Ancora oggi, se visitate villa Leopardi a Recanati, rimanete incantati dalla bellezza della biblioteca Leopardi. 
La sensibilità di Giacomo Leopardi è così diversa dall’ambiente che lo circonda e piuttosto che averci a che fare preferisce chiudersi nello studio. Sono questi gli anni che Leopardi stesso poi definirà con una formula rimasta proverbiale “sette anni di studio matto e disperatissimo”, dal 1809 al 1816; sette anni, tutta l’adolescenza, l’età più bella della vita, trascorsa curvo sui libri.
Pensate che a quindici anni scrive il suo primo saggio. Lo chiama Storia dell’astronomia, un argomento che lo affascina tantissimo. 
Il suo paese, Recanati, sembra a Leopardi un luogo così stretto; la sua anima è cresciuta troppo e ha bisogno di spazi enormi. Il padre Monaldo invece in quel mondo ci sguazza come fosse il suo stagno e vorrebbe che fosse così anche per Giacomo. Gli vuole un bene dell’anima, ci mancherebbe. Apprezza il grande talento del figlio, ne fa un vanto presso la società che conta, ma non capisce quanto Giacomo sia già lontano da lui; vorrebbe fare di lui un uomo di chiesa, costringerlo nella gabbia di quella società provinciale, renderlo una mummia tra le mummie, ma le passioni del figlio sono troppo forti. 

Nell’anima di Giacomo Leopardi comincia a farsi sentire un bisogno di grandezza, la sua voglia di evadere da quell’ambiente così povero di stimoli diventa ogni giorno più insopportabile. 
Ha letto così tanto. Ma ha letto soprattutto saggi di linguistica, di scienze, di religione. 
Il problema è che adesso comincia a leggere i poeti. E che poeti: Omero, Virgilio, Dante, degli antichi; Alfieri, Foscolo, dei moderni; mica gente qualunque.
E i poeti, si sa, mettono strane idee in testa. Deve scrivere anche lui, deve riversare questo bisogno di grandezza nella poesia.

È il 1817. Più tardi Leopardi definirà questo l’anno della “conversione letteraria”. Si è accesa una luce e non si spegnerà più, nemmeno nei momenti più bui della sua vita.
Tutto quello studio, quei libri letti, tutti quegli anni passati a sgobbare adesso cominciano a dare i loro frutti. Scrive tantissimi appunti. Sono riflessioni sulla lingua, sulla società, sulla politica, sulla poesia, ma anche riflessioni più intime sulla sua sensibilità e il suo modo di vedere il mondo. 
Tutti questi appunti Leopardi li raccoglie in un quaderno a cui più in là darà il nome con cui lo conosciamo oggi: lo Zibaldone di pensieri, che significa mescolanza di cose diverse tra loro, come gli appunti che Leopardi ci sta mettendo dentro. 
Quest’opera è l’impalcatura che regge tutto il cantiere del pensiero di Leopardi, tutto ciò che scriverà da questo momento in poi. È importante perché ci consente di analizzare in profondità lo sviluppo e la maturazione del suo percorso intellettuale.

Quindi, siamo nel 1817. Vi ricordate cos’era successo l’anno prima? 
C’era stato un grande trambusto nella scena letteraria italiana, perché una certa Madame de Staël - scritto De staccato Stael con la dieresi, i due puntini sulla e - una donna francese appassionata di letteratura, aveva pubblicato un articolo in cui accusava gli scrittori italiani di essere troppo legati alla tradizione classica; di essere rimasti per troppo tempo legati al culto dello stile degli scrittori greci e latini con il risultato di aver perduto la rivoluzione culturali degli altri grandi paesi europei. 
La letteratura italiana, secondo Madame de Staël, è prevalentemente classicista, è vecchia e non può parlare del mondo moderno. Cosa devono fare allora? Leggere gli scrittori, soprattutto quelli romantici, e tradurli.
Nella scena culturale italiana succede un putiferio. 

I classicisti insorgono e difendono l’identità della cultura italiana, che pesca a piene mani dal classicismo. I romantici italiani invece dicono che de Staël ha ragione è che arrivato il momento di svecchiare la cultura e la lingua italiana. E Leopardi?
Leopardi assume la posizione più originale di tutti, dice una cosa che è insieme classica e romantica, perché i grandi scrittori non hanno confini e non sopportano di essere chiusi in scuole di pensiero: prendono tutto ciò che c’è da prendere e lo fanno diventare il loro pensiero. 
E Leopardi fa così: prende il classicismo e il romanticismo e li fa diventare pensiero leopardiano.

Nel 1818, a vent’anni quindi, Leopardi scrive un Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica. In questo discorso dice che il vero classicismo non si deve limitare al recupero di una forma e di uno stile classicheggianti, ma deve recuperare la grande capacità dei poeti antichi di immaginare. Ma la poesia fantastica, d’immaginazione era proprio quella che volevano fare i romantici.
In un certo senso è una difesa del classicismo, ma da un punto di vista romantico!
Leopardi non pubblica questo discorso, ma in quello stesso anno, il 1818, pubblica due poesie che si chiamano All’Italia e Sopra il monumento di Dante che si preparava in Firenze in cui dice in poesia più o meno le stesse cose che aveva detto nel Discorso di un italiano.
E lo fa attraverso dei versi, attraverso lo stile della poesia e i contenuti della poesia.
Sono poesie scritte in uno stile classicheggiante, cioè con un sacco di subordinate e di inversioni nell’ordine normale delle parole. Sono scritte così per imitare la sintassi più libera del latino; con un lessico di registro elevato (ad esempio: dice “brando” invece di “spada”, “crine” invece di capigliatura; “luci” invece di “occhi”); insomma, sono poesie difficili da leggere. 
Dal punto di vista dei contenuti, sono poesie che trattano tematiche civili. Significa che parlano della situazione politica attuale dell’Italia. 
In entrambe è messo a confronto un passato glorioso di eroi della Grecia antica e di grandi gesta, la passata grandezza politica dell’Impero Romano con la decadenza attuale dell’Italia che è schiava sotto il dominio straniero. 

L’Italia in questi anni è sotto l’egemonia austriaca. Siamo in epoca di Restaurazione, ricordate? Nel 1815 si è chiuso il congresso di Vienna, e l’Austria è tornata al centro della politica europea. Leopardi non se la può prendere con il dominio degli austriaci e che cosa fa? 
Se la prende con Napoleone e con i francesi, ma il suo obiettivo è quello di esprimersi contro ogni oppressione straniera.
Insieme a queste tematiche che sono tipiche della poesia classica però Leopardi ci mette anche un desiderio individuale di eroismo, di compiere grandi imprese, di mettere il proprio io in contrasto con la corruzione della classe politica del suo tempo, che fa non nulla per riscattare il destino dell’Italia. Leopardi dice: se nessuno vuole combattere lo farò io, datemi le armi!
Questo invece è un atteggiamento tipico della poesia romantica e viene definito titanismo. Questo termine viene dalla mitologia greca: i titani erano dei giganti che si erano ribellati a Zeus; il romanticismo lo riprende per definire l’atteggiamento di ribellione a un potere oppressivo.

Il ragazzo Giacomo è cresciuto, si è formato un suo pensiero che è lontano anni luce dall’ideologia conservatrice e cattolica del padre Monaldo. Infatti, l’anno dopo prova a scappare di casa, senza riuscirci. Dovrà aspettare ancora un po’ prima di lasciare Recanati. 
Intanto, con questi componimenti è appena iniziata la straordinaria avventura della sua poesia.

Questo genere di poesia civile la continua a scrivere per altri quattro anni, fino al 1822. Ne scrive dieci in tutto di poesie con questo stile, tutte animate da una fortissima polemica contro l’età presente, e attraversate dalla nostalgia nei confronti dell’epoca classica. Le raccoglie sotto il nome di Canzoni. 

Ma non ha scritto solo questo nel frattempo, ha scritto anche un altro tipo di poesia, assai diversa da quella delle Canzoni. 
Si tratta di componimenti più brevi, scritti in un linguaggio più semplice e più colloquiale, senza tutte quelle inversioni nell’ordine normale delle parole. Questi altri testi Leopardi li raccoglie sotto il nome di idilli. In greco idillio significa “piccola immagine” e con questo termine nella lirica greca si indicavano i componimenti brevi. La poesia alessandrina, la poesia di età ellenistica ha prodotto molti idilli, potete ascoltare i podcast dedicati a Teocrito e Callimaco ad esempio. 

Anche per quanto riguarda la metrica gli idilli sono distanti dalle Canzoni, perché sono scritti in endecasillabi sciolti, cioè in versi di undici sillabe non legati tra loro da rime.
Infine, sono diversi i temi perché qui Leopardi non parla di politica e di eroismo individuale, ma tratta negli idilli argomenti più intimi e più affini alla sensibilità romantica: la malinconia dell’innamoramento, la paura che la gioventù passi via senza aver avuto possibilità di goderla, il desiderio di abbandonarsi alla vastità degli spazi infiniti, la bellezza della luna, così lontana. 
Queste riflessioni esistenziali, cioè che riguardano l’io del poeta, la sua sensibilità, si accompagnano al paesaggio del suo borgo, Recanati, sullo sfondo. Anzi spesso sono proprio immagini e suoni del paesaggio a smuovere in lui queste riflessioni.

Uno di questi componimenti si chiama La sera del dì di festa. È la sera di domenica e il poeta è triste perché il giorno festivo è finito e sta per ricominciare la settimana. Voi, avete mai provato niente del genere, la domenica sera, all’idea di ritornare a scuola?
Il poeta osserva il suo borgo rischiarato dalla luce della luna, pensa a una donna.
Forse l’ha vista durante il giorno, forse la sta solo immaginando. Non importa.
In mezzo a tutte quelle case, nel grande silenzio della sera, lui si sente solo e diverso dagli altri. Perché deve sentire in maniera così intensa questa tristezza per il giorno che è passato? Stanno tutti dormendo, non c’è un’anima in giro. 
Anzi, no: si sente qualcosa. Qualcuno sta fischiettando per la strada. 
E qui succede qualcosa, questo suono gli smuove qualcosa dentro. È un meccanismo ricorrente in questi testi. Un suono o un’immagine mettono in moto la macchina del pensiero.
Adesso lui non pensa più al giorno festivo passato, ma a un trascorrere del tempo più vasto, che travolge nel suo passaggio i secoli e le civiltà e non lascia nulla dietro di sé. 
Questo sentimento del tempo, questo sentire l’infinita vastità del tempo che passa è consolante, dà un senso di pace. Perché? Per quale motivo? 
Leopardi ce lo spiega meglio in un altro idillio.

Lo conoscete già: l’avete letto, forse lo avete sentito recitare, forse avete sentito solo qualche verso. 
Si chiama L’infinito. È un componimento scritto nel 1819 ed è una delle poesie più famose e più belle della letteratura italiana. Beh, ascoltiamolo insieme. 
Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s'annega il pensier mio:
E il naufragar m'è dolce in questo mare.     

È sempre un’emozione ascoltarla. 
Ma di cosa parla questo Infinito? Non è un testo complesso, ma analizziamolo insieme.
C’è un colle, poco lontano dalla casa del poeta: è luogo selvatico e solitario e Leopardi ci va spesso per stare un po’ da solo e immergersi nei suoi pensieri. Guarda davanti a sé ma non riesce a vedere granché perché il suo sguardo è interrotto da una siepe. Questa siepe può fermare il suo sguardo, ma non può fermare la sua immaginazione che la scavalca e… cosa vede? 
Spazi enormi, impossibili da delimitare: “interminati” li definisce Leopardi, privi di confini. Spazi avvolti in un silenzio profondissimo, come non è dato di sentirlo in nessun luogo sulla faccia della terra, tant’è che Leopardi questi silenzi li definisce “sovrumani”, al di là dell’umano, del terreno. 
C’è un’interferenza a certo punto, un suono lo richiama su questa terra, su questo colle, ai rumori di questo mondo, appena in tempo perché tutta questa immensità lo stava spaventando. 
Si tratta del vento che soffia tra i rami degli alberi. È un attimo, poi precipita di nuovo nell’immensità, ma questa volta Leopardi è pronto a perdercisi. E noi insieme a lui.
Ci perdiamo, ci smarriamo; Leopardi parla di naufragio e lo dice dolce perché, superato lo stupore e la paura, non c’è niente di più bello che abbandonarsi al potere dell’immaginazione.

Leopardi nello Zibaldone (ricordate? È il volume che raccoglie gli appunti e le riflessioni di Leopardi, il laboratorio del suo pensiero) parla più volte di questo potere dell’immaginazione. 
Dice che ci dà il dono di vedere e sentire il mondo e i suoi oggetti come sdoppiati, come sotto l’effetto di una sbornia, ma da sobri e senza mal di testa. 
Dice: io vedo un prato, un campanile con gli occhi, sento un cinguettio o una campana con gli orecchi, ma con l’immaginazione vedrò un altro prato, un altro campanile, sentirò altri suoni. 
Queste seconde immagini, quelle che si formano nella nostra mente sono quelle che contano per Leopardi. 
Io posso fermarmi a vedere le cose per come sono, dice Leopardi, per come le vedono tutti, o posso deciderle di riempirle con la mia immaginazione, di farle vivere e risuonare dentro di me con voci e immagini che sono solo miei. 
Con il potere dell’immaginazione io posso aprire il mondo e trasformarlo, posso fare in modo che ciò che vedo non debba essere una volta per tutte ciò che ho visto, ma possa essere altro. Così tanto altro che non riesco nemmeno a definirlo.
Queste immagini che io ho nella mia testa infatti non hanno limiti e confini, non saprei dire dove iniziano e finiscono. Sono vaghe e indefinite. Sono infinite. 
E anche i ricordi, quanto più sono lontani nel tempo, tanto più sono vaghi e indefiniti nella nostra mente. Com’è bello ricordare i tempi della fanciullezza! Queste immagini che non riesco bene a definire sono belle, mi fanno stare bene. Ecco una cosa che bisogna tenere a mente: il bello per Leopardi è vago e indefinito. Per questo naufragarci è dolce. Lui questo cerca di dirlo negli idilli. 
Gli idilli sono pieni di ricordi, di immagini vaghe, di spazi vasti, privi di confini attraverso cui cerca di comunicarci questa idea di bellezza.
Ma perché il bello è vago e indefinito?

Sempre nello Zibaldone, Leopardi scrive alcune riflessioni sulla felicità.
Comincia col dire una cosa banale in realtà: l’uomo ha dentro di sé il bisogno di sentirsi felice. Chi può dire che non sia così? 
Ce l’ha fin dalla nascita questo bisogno, e nella vita cerca in tutti modi di soddisfarlo. C’è un problema però: questo bisogno è infinito, non ha limiti e quindi non può essere colmato.
Tutti i piaceri, tutte le occasioni in cui posso provare il bisogno di essere felice hanno un punto di inizio e un punto di fine. Sono limitati. 
E guardate che Leopardi non parla di piaceri ultraterreni, mistici, trascendenti. Leopardi ha una formazione illuminista: il piacere deve essere provato con i sensi, il tatto, il gusto, la vista, per questo è limitato. Non esistono altri tipi di piacere. 
Quindi, ricapitolando: il bisogno di piacere con cui nasce l’uomo è infinito, ma i modi che ha per saziarlo sono finiti, quindi l’uomo è destinato a essere una creatura insoddisfatta. Un bel problema questo!
Queste riflessioni sulla natura del piacere prendono il nome di “teoria del piacere”. 

Per Leopardi però non tutto è perduto: c’è il potere dell’immaginazione! 
La natura è stata una madre benevola perché ci ha dato questa enorme capacità. Possiamo immaginare che le cose siano diverse da come sono, possiamo illuderci e riempirci la testa di immagini vaghe e indefinite, come il nostro bisogno di essere felici.
Era quello che facevano gli antichi. Leopardi ce l’aveva detto nel suo discorso sulla poesia romantica, ricordate?
Gli antichi, questi fanciulli dell’umanità, erano pieni di immaginazione. Con l’immaginazione, per esempio, spiegavano i fenomeni naturali. Quelle storie noi oggi le chiamiamo miti.
Gli antichi erano più vicini alla natura, più capaci di illudersi, di compiere grandi azioni eroiche; insomma erano più felici di noi moderni, dice Leopardi. 
Noi moderni siamo schiavi del progresso. La nostra civiltà vuole che tutto sia chiuso da limiti precisi, vuole il dato: il dato scientifico, il dato statistico, il dato oggettivo, la modernità vuole tutto quantificabile con i numeri. 
Altro che immaginazione, noi ormai non riusciamo più a fare ad allontanarci nemmeno di un passo dalla tirannia della ragione.
Così facendo, dice Leopardi, abbiamo tolto la bellezza dal mondo, ci siamo privati delle illusioni e abbiamo scoperto che cos’è veramente l’infelicità. 
Quindi gli antichi erano felici perché capaci di illudersi e i moderni sono infelici perché hanno spogliato il mondo delle sue illusioni fissandolo alla sua manifestazione, la sua apparenza gretta e materiale. 
Nella Canzoni e negli Idilli che Leopardi scrive dal 1818 al 1822 dice queste cose. Ricordatelo, è un ragazzo: ha tra i 20 e i 24 anni.

Ma proprio nell’ultima canzone succede qualcosa che cozza un po’ con questo sistema di pensiero. Questa poesia si chiama Ultimo canto di Saffo. 
Ascoltiamo qualche verso, dell’ultima strofa. 

Morremo. Il velo indegno a terra sparto,
Rifuggirà l'ignudo animo a Dite,
E il crudo fallo emenderà del cieco
Dispensator de' casi. E tu cui lungo
Amore indarno, e lunga fede, e vano
D'implacato desio furor mi strinse,
Vivi felice, se felice in terra
Visse nato mortal. Me non asperse
Del soave licor del doglio avaro
Giove, poi che perìr gl'inganni e il sogno
Della mia fanciullezza. Ogni più lieto
Giorno di nostra età primo s'invola.
Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l'ombra
Della gelida morte. Ecco di tante
Sperate palme e dilettosi errori,
Il Tartaro m'avanza; e il prode ingegno
Han la tenaria Diva,
E l'atra notte, e la silente riva.      

Quanto raggelante dolore viene fuori da questi versi! Leopardi immagina che a parlare sia Saffo. 
Ma chi era questa Saffo che dà il titolo alla poesia?
Saffo è una grande poetessa greca vissuta in epoca antica, tra il settimo e il sesto secolo avanti Cristo. Innamorata di un giovane di nome Faone ma non corrisposta decide di gettarsi da una rupe di Leucade, una delle isole Ioniche. 
Leopardi - come abbiamo ascoltato nei versi - si riconosce in lei, come lei ha amato e non è stato corrisposto, come lei ha una grande sensibilità che gli altri sembrano non apprezzare. 
Leopardi le presta la voce nella sua poesia, si mette nei suoi panni per farle cantare un’ultima volta la sua infelicità alla luna. Un ultimo canto prima di lanciarsi nel vuoto.
Ma come! Una poetessa antica, infelice? Ma non s’era detto che gli antichi erano felici e i moderni infelici?
C’è qualcosa che non va: Leopardi sta cambiando idea.

Non passa molto tempo che decide di mettere in discussione il suo sistema di pensiero.
No, la natura non è una madre benevola. Niente affatto. Altro che illusioni. Non l’aveva capito. 
Chi è che ha messo in noi questo desiderio di felicità che non può essere mai soddisfatto? La natura. 
Chi ci costringe a questa ricerca affannosa ricerca del piacere? La natura. 
Chi è che c’ha messo al mondo e non c’ha dato possibilità di essere felici? Sempre lei, la natura. 
È una bella carognata questa, farci nascere col bisogno di essere felici e non darci i mezzi per soddisfarlo, dice Leopardi. E io che stavo lì a parlare di illusioni! Quali illusioni: non ci sono più illusioni!
L’uomo è stato sempre infelice e la natura sempre malvagia, indifferente, addirittura ostile alla vita dell’uomo!
Cadono le illusioni che riempivano il mondo di bellezza, svanisce il potere dell’immaginazione! E quindi viene meno per Leopardi lo slancio eroico dei versi delle Canzoni.
(Musica Apparat – Goodbye)

In Leopardi nasce un atteggiamento distaccato e ironico nei confronti delle illusioni, della possibilità dell’uomo di essere felice, delle sue manie di grandezza.
Praticamente smette di scrivere poesie. 
Dal 1823 al 1827 ne scrive solo tre e in una di queste dice che di illusioni e di poesia non ne vuole proprio che sapere
Come al solito, questo lo sappiamo perché è tutto scritto nello Zibaldone. I critici hanno parlato di una svolta nel pensiero leopardiano in questo periodo.
Da un pessimismo storico - cioè l’uomo è infelice soltanto adesso, nell’epoca moderna, ma in epoca antica sì che invece era felice - Leopardi arriva al pessimismo cosmico: non c’entra l’epoca storica, l’uomo è stato sempre infelice. 
Stiamo parlando di pensiero leopardiano, ma bisogna dire una cosa. Se è vero che Leopardi è stato anche un pensatore oltre che un poeta, se proprio bisogna chiamarlo filosofo, allora bisogna aggiungerci un aggettivo: questo aggettivo è “asistematico”, Leopardi è un filosofo asistematico. 
Non è un aggettivo difficile come sembra. 
Significa che il suo pensiero ammette la contraddizione. Ci sono degli scarti come quello di cui abbiamo appena parlato che non lo rendono un filosofo, un pensatore così coerente e unitario. Non sarebbe un poeta, sennò! 
Lo vedremo nel cammino che stiamo facendo nella sua opera. 

A metà degli anni venti dell’Ottocento Leopardi non scrive quasi più poesie, ma non smette di scrivere. Ha un’idea: vuole scrivere alcune prose di taglio breve che riflettano questo suo atteggiamento disilluso che ha sviluppato.
Queste prose per Leopardi devono prendere in giro i miti del secolo in cui lui vive. Ad esempio l’illusione che il progresso scientifico possa rendere l’uomo più felice, che il mondo sia stato creato per l’umanità e sia il palcoscenico del suo successo, un’idea che prende il nome di antropocentrismo. Leopardi si prende gioco dell’antropocentrismo.
Nel 1824 ne scrive venti di queste prose e le raccoglie sotto il titolo di Operette morali. 
Sono un capolavoro. 
Si chiamano Operette perché sono testi brevi e, anche se parlano di argomenti filosofici, cose pesanti, cose difficili da mandare giù, sono scritte con uno stile leggero, a volte ironico altre comico. Morali perché hanno un fine appunto morale: quello di istruire l’uomo sulla sua infelicità, sulla reale condizione dell’uomo su questa terra. 
Perché una volta che sono cadute le illusioni non resta che svelare all’uomo lo stato di infelicità a cui la natura lo ha condannato.
Quindi da un lato c’è l’ironia, l’irrisione, la satira dei miti e degli idoli del secolo in cui Leopardi vive. 
Da un altro lato però c’è anche un discorso serio e profondo sulla miserabile infelicità dell’uomo, del suo bisogno di illudersi e di provare piacere, sulla noia che ci affligge.
(Musica Teho Teardo & Blixa Bargeld - A Quiet Life

Tra le Operette morali Ci sono prose di genere narrativo e di genere lirico; ma la maggior parte di queste operette sono concepite in forma di dialogo tra due personaggi, due personaggi storici, o immaginari. Leopardi si rifà a un autore della Grecia antica, Luciano di Samosata. Anche lui aveva scritto dei dialoghi filosofici con lo scopo di prendere in giro i costumi della sua società.

I personaggi di questi dialoghi, abbiamo detto, possono essere storici, realmente esistiti, come Cristoforo Colombo, o mitici come Prometeo, Ercole e Atlante; personificazioni fantastiche della morte, della natura, e ancora mummie che cantano, uno spiritello, folletti e gnomi. È come un teatro composto da figure assai diverse tra loro, un palcoscenico pieno di personaggi che si fanno carico di dimostrare le tesi del loro scrittore.

Intanto, in una delle più celebri Operette morali, intitolata Dialogo della natura e di un islandese Leopardi fa i conti con la natura. Questo islandese, uomo delle terre selvagge, accusa la natura di perseguitare gli uomini in tutti i modi: calamità, cataclismi, malattie, come se l’uomo non avesse già i suoi problemi! 
Ma la natura nella forma di una donna gigantesca gli risponde che lei di tutto ciò non si cura. Non si cura degli uomini come delle altre creature che abitano il pianeta. È indifferente al loro destino. L’umanità potrebbe estinguersi, i fiumi continuerebbero a scorrere, l’erba a crescere. Lei continua nel suo moto di produzione e distruzione, indifferente a ciò che crea e a ciò che distrugge.
In questi dialoghi Leopardi dà pieno sfogo al suo atteggiamento materialista. Significa che per lui conta solo la materia, conta solo la vita terrena, fatta di carne e ossa e sofferenza e fatica. Non c’è nessun riscatto della vita terrena nell’aldilà perché non c’è nessun aldilà per Leopardi. Un bel risultato per uno che doveva diventare prete, se dava retta a suo padre Monaldo!

Un’altra operetta morale, il Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare è dedicato a uno dei poeti preferiti di Leopardi. Leopardi ha riempito le sue poesie con citazioni di Torquato Tasso e della sua Gerusalemme liberata, ha dedicato a Tasso due strofe nella canzone che s’intitola Ad Angelo Mai e ora Leopardi lo inserisce tra i personaggi delle operette.
Tasso era stato rinchiuso per nove anni in una cella dell’ospedale di Sant’Anna per ordine del duca di Ferrara Alfonso II d’Este a causa gli squilibri psichici che aveva manifestato durante la scrittura della Gerusalemme liberata. 
In questa cella Leopardi immagina il dialogo tra il poeta e il suo genio familiare, uno spiritello immaginario che di tanto in tanto va a visitarlo. E di che cosa parlano? 
Di donne, naturalmente! 
Di Leonora, la donna amata da Tasso, che il genio promette di fargli rivedere in sogno, ma ancora più bella perché immaginata come una presenza lontana. Parlano di questa felicità che è sempre così lontana da chi la vuole provare, indietro, nel ricordo, avanti, nella speranza, ma mai che si riesca a goderne appieno nel presente. Parlano della noia, la maledetta noia che fiacca l’animo dell’uomo molto più di qualsiasi dolore; anzi, il dolore è preferibile perché almeno quando si soffre non si deve sopportare il tremendo peso della noia.

La felicità è anche il tema dell’operetta morale intitolata Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie. Federico è uno scienziato che viene svegliato nel cuore della notte dal canto delle mummie che tiene imbalsamate nel suo studio. Gli prende quasi un colpo: chi non si spaventerebbe a sentire delle mummie che cantano insieme nell’altra stanza della casa. 
Ma lo scienziato si fa coraggio. Mica capita tutti i giorni di poter parlare con i morti!
Da loro scopre che la morte non è per niente un’esperienza dolorosa, anzi è un po’ come addormentarsi, è un languore. Ed è un languore bello, piacevole perché si affievoliscono i sensi e viene meno finalmente quell’assillo continuo di dover ricercare a tutti i costi un benessere irraggiungibile.

L’infelicità dell’uomo è il tema che attraversa tutte le operette. Così deve essere: lo scopo delle Operette morali per Leopardi è educare a questa verità. È il motivo per cui ha smesso di scrivere poesia.
Ma qualcosa di diverso ogni tanto fa capolino anche qui. Ci sono dei momenti un po’ più lirici, in cui la prosa diventa quasi poesia. Come alla fine dell’operetta che s’intitola Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez, quando il navigatore genovese descrive tutti i segnali del paesaggio che annunciano l’imminente arrivo in America e fanno rinascere in lui la speranza.
O come nell’operetta dal titolo Elogio degli uccelli, dedicata agli uccelli che hanno a disposizione ali per attraversare chilometri e chilometri di mondo e non si annoiano mai. Loro che hanno il dono del canto. È così bello sentirli cantare, pensa Leopardi. Fanno venire voglia di imitarli, di pensare a una poesia che somigli a un canto… 
Sta succedendo di nuovo qualcosa e, come sempre, noi lo sappiamo perché Leopardi scrive tutto nello Zibaldone.
Parla di un riflesso automatico e istintivo, che agisce prima ancora che la volontà lo comandi. Come quando si sbattono le palpebre perché sono state colpite da un raggio di luce. Così è rinata in lui la voglia di far poesia. Ancora una volta, uno scarto, una contraddizione ci porta avanti nel suo pensiero.

Questo succede quando Leopardi si trova a Pisa. Lasciato il borgo soffocante di Recanati, in questi anni si è spostato parecchio: è stato a Milano, Bologna, Firenze e ora Pisa. Si è fatto un nome, ha frequentato gli ambienti letterari che contano, ma anche lì ha scoperto molta ipocrisia e conformismo.
Proprio a Pisa, nel 1828, scrive un componimento con cui inaugura la nuova stagione poetica. Si chiama, appunto Il risorgimento. 
Questa stagione dura fino al 1830. In questi due anni, dal 1828 al 1830, Leopardi scrive le sue poesie più famose. Sono chiamate “pisano-recanatesi”, perché sono scritte tra Pisa e Recanati in cui Leopardi è costretto a tornare per problemi di salute. Ma la critica li ha anche chiamati “grandi idilli”, perché Leopardi recupera i temi e il linguaggio dei primi idilli, quelli scritti tra il ‘18 e il ’22. 
Ricordate? Leopardi con un linguaggio semplice e quotidiano in quei testi parlava del suo animo, dei suoi sentimenti e della sua sensibilità. Anche qui fa lo stesso, solo che questi testi sono più lunghi dei precedenti. 
Ma c’è un’importante differenza. Sono passati un po’ di anni dai primi idilli, di cose ne sono successe nel pensiero di Leopardi, mica può fare finta di niente.
Una su tutte: ha scoperto quanto profonda e dolorosa è l’infelicità dell’uomo. Il passaggio dal pessimismo storico a quello cosmico. Leopardi non ritratta su questo.
Ha capito però che c’è spazio per l’illusione anche dopo la filosofia delle operette. Solo, sarà un’illusione più amara e disincantata.
I versi di questa nuova poesia si ripopolano delle vecchie immagini: i ricordi della fanciullezza, i giorni di festa, i notturni lunari, le donne amate, l’amore per il vago e l’indefinito.
Ma sono fantasmi che si agitano su quello che Leopardi chiama “l’acerbo vero”, l’amaro deserto della vita, la consapevolezza che per quanto ci si possa illudere, si resta sempre profondamente infelici.

C’è un'altra importante differenza che riguarda lo stile. I primi idilli erano scritti in versi sciolti, ricordate? Per questi invece Leopardi si inventa uno schema metrico nuovo che infatti prende il nome da lui: “la canzone libera leopardiana”. Si tratta di scrivere poesie in cui i versi, non più solo endecasillabi, ma anche settenari, si susseguono senza uno schema preciso, senza un ordine preciso di rime. 
Leopardi costruisce questa nuova struttura metrica perché così può dare pieno sfogo alla ricerca della musicalità, può disporre le rime un po’ come gli pare. 
Questa idea di una poesia che somiglia a un canto sta prendendo sempre più corpo nella sua testa. La musica gli piaceva da morire, possiamo immaginare che, se avesse avuto un abbonamento a un servizio di musica in streaming sarebbe stato sempre con le cuffie nelle orecchie.

Una di queste nuove poesie scritte in versi liberi si chiama Le ricordanze e parla del potere dei ricordi che si affollano nella mente del poeta nel rivedere la casa paterna. Sono ricordi amari se paragonati a un presente che ormai nega quelle illusioni di cui si nutrivano.
In un’altra poesia, A Silvia (questa la conoscete sicuramente!), scritta pochi giorni dopo Il risorgimento, Leopardi si concentra su un particolare ricordo, quello di una donna di cui è stato innamorato anni fa, prima che una malattia la portasse via ancora giovanissima. Ricorda il canto di questa ragazza che gli arrivava alle orecchie mentre lui ero chiuso sui suoi studi, ricorda le grandi speranze e illusioni di quel periodo in cui tutto era veramente possibile.
Ma forse Silvia non è mai esistita, forse è sempre stato un fantasma, una fantasia creata dalla mente del poeta. 
Negli ultimi versi Silvia diventa il fantasma della speranza, morta anche lei troppo presto, “all’apparir del vero” dice Leopardi, davanti alla consapevolezza della profonda infelicità dell’uomo. 
Per quanto il passato parli con una voce dolce e consolante e faccia muovere questi spiriti della gioventù, Leopardi non può fare finta di nulla. Vedete come pesa la consapevolezza di questo “acerbo vero”?
Come A Silvia anche altre due poesie famosissime di Leopardi La quiete dopo la tempesta e Il sabato del villaggio sono ambientate a Recanati e parlano del piacere. 
In entrambe le poesie Leopardi riempie il paese di figure caratteristiche: ragazze che tornano con mazzetti di fiori o vanno a prendere l’acqua, falegnami che si mettono al lavoro, contadini, vecchiette che parlano tra loro, ragazzi che si rincorrono, strillano e giocano in piazza. 
Sono immagini di una gioia leggera e condivisa, ma si tratta di una tregua momentanea, perché la felicità, dice Leopardi nella Quiete dopo la tempesta, è figlia della sofferenza e si prova in negativo, mai in positivo. 
Sentiamo cos’è la felicità quando ci manca.
Ci vuole la fine di una tempesta per essere un po’ felici, ci vuole l’attenuarsi di un dolore per provare un po’ di piacere. 
Oppure, nel Sabato del villaggio, la felicità appartiene al futuro mai al presente. Non la possiamo raggiungere. La vigilia del giorno di festa, il sabato, è il giorno dei preparativi, è un giorno spensierato e allegro, pieno di vita, ma poi arriva la festa e ci resta addosso la malinconia del tempo che è passato. Allo stesso modo passiamo tutta la nostra gioventù nell’attesa di diventare adulti e come vorremmo fare le cose degli adulti, nei nostri giochi immaginiamo di essere adulti. E quando poi lo diventiamo ci resta il rimpianto di non essere più giovani.
E così possiamo avere solo nostalgia per il passato - e Leopardi questo ce lo dice anche in un altro componimento di questo periodo che si chiama Il passero solitario. Oppure possiamo avere speranza per il futuro. Ma la natura ci ha condannato a non essere mai soddisfatti nel presente. 

Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia è la poesia più filosofica di questo periodo. 
Sentiamo qualche verso: 

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

C’è questo pastore che dalla mattina alla sera è sempre in giro con il suo gregge. Fa una vita da nomade, sempre su e giù per le valli, a guardare il cielo farsi chiaro e farsi scuro e la luna sorgere giorno dopo giorno e illuminare le valli. 
Sono proprio simili questi due, il pastore e luna. Soli in cielo e in terra e sempre in movimento. 
E allora, pensa il pastore, perché non rivolgergli qualche domanda. Ma non sono domande da poco, magari è un uomo semplice, ma non è uno sprovveduto. 
Chi sono io? Che ci faccio qui? Perché conduco questa vita, sempre avanti e indietro? 
E ancora, gli chiede della noia. Il mio gregge può riposare in tranquillità, ma se io mi fermo mi assale questa maledetta noia. E così va avanti la vita, tra momenti di noia e momenti di sofferenza, fino alla morte. 
E allora vale la pena viverla?  E tu, luna? A che servi tu, a che serve il movimento di tutti i pianeti?
Chi di noi sa rispondere a queste domande? Nessuno. Nemmeno la luna. E il pastore si trova costretto a pensare che se non si può essere felici, forse sarebbe meglio non nascere. Certo, a poter scegliere.

Si chiude questa fase della poesia di Leopardi, che abbiamo chiamato pisano-recanatese, 1828-1830, e che ci ha regalato tra le poesie più belle della letteratura italiana. 

Leopardi sembra dirci che è veramente orribile questo vero, questa infelicità, se così stanno le cose. Eppure sembra che Leopardi ci stia dicendo anche qualcosa in più: che a questa infelicità non bisogna proprio rassegnarsi. Non lo dice in maniera diretta. 
Dice: sì è vero, le cose stanno proprio così, ma io proprio non riesco a smettere di illudermi nonostante tutto. Il vero da una parte e le illusioni dall’altra. La sua poesia vive sempre in questo contrasto.
 (Musica Bob dylan- Mr. Tambourine man

Intanto ha finalmente trovato un titolo per la sua opera. Non è idilli, non è canzoni, ma è Canti. Era da tanto gli girava in testa questa parola: come il canto degli uccelli, come il canto di Silvia, come il canto del pastore, che dice cose terribili sì, ma le dice cantando! 
Sotto questo titolo raccoglie tutte le poesie che scritto finora e sono poesie molto diverse tra loro, legate a momenti diversi della sua riflessione, ma che hanno in comune la musicalità, il lirismo. La musica è dolce e potente, è vaga e può consolare.
Questo libro, I Canti, Leopardi lo fa uscire nel 1831. È un libro di una maturità impressionante, è forse il libro più importante della poesia moderna italiana. Leopardi lo pubblica a trentatré anni. E racconta in versi il cammino del suo pensiero.
Leopardi lascia Recanati e torna a Firenze, qui stringe amicizia con Antonio Ranieri, un giovane intellettuale napoletano. Nasce un legame fortissimo tra i due.
A Firenze conosce anche una donna che si chiama Fanny Targioni Tozzetti. È bellissima, è colta, è appassionata di letteratura. Ce le ha tutte; e Leopardi se ne innamora subito. E questa volta non è più un amore platonico. È un amore vero, vivido, fatto di persone reali, non più di proiezioni della mente. Tanto più intensa è la passione provata per questa donna tanto più forte sarà la delusione nel non essere ricambiato. 

La storia di questo innamoramento per Fanny Targioni Tozzetti e della successiva disillusione Leopardi ce la racconta in cinque componimenti che sono raccolti sotto il titolo di “ciclo di Aspasia”. 
Aspasia è lo pseudonimo che Leopardi utilizza per rivolgersi a Fanny nell’ultimo dei componimenti. Aspasia è un nome falso per nascondere l’identità della donna. Ma prima era stato il nome di una cortigiana, ossia una prostituta, una donna di corte, ateniese: non è proprio lusinghiero utilizzarlo come pseudonimo per una donna di cui si è innamorati!

La poesia con cui si apre il ciclo, Il pensiero dominante, ci presenta l’amore come possibile riscatto del senso della vita, come rinascita di una grande illusione.
Ma è la poesia della delusione amorosa quella più interessante del ciclo. Si chiama A se stesso. È un testo molto breve. 
La tradizione lirica ci ha abituato all’idea che nella poesia il poeta deve parlare in maniera appassionata del suo sentimento. 
Questa poesia è moderna perché parla dell’assenza di sentimento. Non c’è niente al mondo a cui valga la pena appassionarsi. La vita è uno sconfinato deserto di noia e dispiacere, l’unica consolazione è la morte. 
Leopardi questo lo scrive con uno stile secco, asciutto, opposto alla musicalità che aveva cercato nei canti pisano-recanatesi. È uno stile che, nel diventare poesia, sembra negare la possibilità della poesia. Ancora una volta una contraddizione, un contrasto.

Decide di interrompere di nuovo la scrittura poetica? No, questa volta no. C’è ancora qualcosa per cui vale la pena lottare. C’è sempre qualcosa per cui vale la pena lottare. C’è un’ultima illusione.

Il ciclo di Aspasia entra a far parte dei Canti, ma nel frattempo Leopardi aveva anche scritto qualche altra operetta morale.
In una di queste intanto, il Dialogo di Plotino e di Porfirio, due filosofi greci, Leopardi ha trovato la risposta a una delle domande che il pastore dell’Asia aveva posto alla luna. Questa vita, vale la pena viverla?
La risposta è sì. In definitiva vale la pena viverla. Ed ecco che Leopardi prende le distanze da uno dei temi più ricorrenti della letteratura romantica: il suicidio, l’estremo atto di volontà dell’eroe che scontra con il mondo avverso.
Di suicidi ce ne sono pure stati nella poesia di Leopardi. Una l’abbiamo incontra, ricordate? Saffo la poetessa greca che si uccide per amore. 
E sempre nelle Canzoni scritte tra il 1818 e il ’22 c’era anche Bruto, l’assassino di Giulio Cesare sconfitto nella battaglia di Filippi da Ottaviano e Antonio, che nella poesia a lui dedicata, il Bruto minore, decide di uccidersi in nome dei valori repubblicani (la Repubblica ha ormai i giorni contati, se ricordate un po’ la storia romana).
E anche nello Zibaldone più volte Leopardi aveva difeso il suicidio, morire per liberarsi dell’infelicità. Ma adesso ha cambiato idea. Un altro scarto.
Perché l’infelicità è la condizione di tutti gli uomini. Chi si uccide, buon per lui, ha risolto i suoi problemi; ma ha aggravato l’infelicità degli altri che soffriranno ancora di più per l’assenza di una persona cara.
Una volta presa coscienza della reale condizione dell’uomo è da irresponsabili uccidersi. Si comincia a formare nella testa del poeta l’idea del sollievo al dolore dato dalla comunità, della compagnia umana stretta nel dolore.

Un’altra operetta scritta in questo periodo è il Dialogo di Tristano e di un amico. 
Tristano è uno che la pensa come Leopardi sull’infelicità degli uomini, ma a questo suo amico dice che ha cambiato idea, che ritratta tutto. Che è d’accordo con l’ottimismo del secolo, l’ottocento lo ricordiamo è anche il secolo del Positivismo (potete sentire un podcast dedicato…), Tristano dice che per forza di cose il progredire della civiltà deve rendere l’uomo più felice, che il mondo è effettivamente il teatro della sua felicità. 
Questa ritrattazione che Leopardi mette in bocca a Tristano viene definita con un termine strano: palinodia. Viene dal greco, da “palin” che è un avverbio che significa di nuovo, nuovamente e “odè” che è un sostantivo che significa canto: “cantare di nuovo”.
Tristano dice: avevo quest’idea che gli uomini sono infelici, ma, ecco ho cambiato idea, in realtà sono felici. 
Ma nelle parole di Tristano l’amico ci sente un po’ di ironia, sembra quasi che stia fingendo, ed in effetti così.
La sua ritrattazione, la sua palinodia era finta, era solo un modo di prendersi gioco dei miti di questo sventurato secolo e dell’amico che se ne fa portavoce. C’eravate cascati? Leopardi non ha nessuna intenzione di abbandonare la sua filosofia del vero, di rinunciare a predicare con forza e ostinazione l’infelicità dell’uomo. Denuncia le previsioni degli uomini del suo tempo su un futuro ottimistico per quello che sono: delle presuntuose stupidaggini.
Ma c’è ancora un’ultima illusione che resiste.
(Musica Radiohead – Street Spirit

Nel 1833 si è trasferito a Napoli con Antonio Ranieri. Le sue condizioni di salute, sempre piuttosto precarie, si sono aggravate. 
Il vulcano, il Vesuvio gli ispira la poesia conclusiva dei Canti, La ginestra, il punto di arrivo del suo pensiero e l’ultimo testo che di cui parleremo.
L’arido versante del monte vulcanico, indurito dai flutti di lava, è un simbolo potente: il simbolo della condizione dell’uomo sulla terra, quella che di cui Leopardi ha parlato più volte nei Canti e nelle Operette: una desolazione priva di ogni speranza. È la perfetta, spietata, rappresentazione del vero. 
Eppure… eppure qualcosa ci cresce in questa terra arida e dura. È la ginestra che dà il titolo alla poesia, che colora col giallo dei suoi fiori la distese di grigia pietra vulcanica e dai suoi cespugli sparge il suo odore tutt’intorno.
La vita dell’uomo è un po’ come questo fiore, abbandonato dalla natura all’infelicità dalla nascita fino alla morte. Come questi cespugli saranno un giorno travolti dalla lava sterminatrice così anche l’uomo sarà travolto dalla morte che lo attende alla fine del suo cammino. 
Che cos’è un fiore davanti all’immensa forza della montagna? Nulla. Come l’uomo davanti all'inevitabilità del suo destino. Ma, come la ginestra, l’uomo questa vita deve viverla. Leopardi l’aveva già detto nel Dialogo di Plotino e Porfirio. 
Deve viverla senza abbandonarsi a false illusioni, all’ingenuo ottimismo dell’epoca, agli inganni del progresso tecnologico, alle facili consolazioni dello spiritualismo religioso. Su tutto questo c’abbiamo già riso sopra. 
Deve viverla fino in fondo questa vita, con il coraggio di guardare in faccia il destino avverso, resistendo con lucida consapevolezza. Questa forza, questa tenacia simboleggia il fiore della ginestra, che si ostina a crescere su questo terreno arido, nemico della vita. Buttami addosso tutta la lava che vuoi, Vesuvio, dice la ginestra, ma io continuerò a spargerti intorno i miei cespugli. La vita dell’uomo è un fiore nel deserto.
E l’uomo non è solo, dice Leopardi. È qui sta l’ultima svolta del suo pensiero. È possibile una forma di progresso. In che modo?
Se gli uomini davvero prendessero coscienza della loro tragica condizione, piuttosto che combattersi l’un l’altro come hanno sempre fatto e fanno, si unirebbero contro il nemico comune, la natura. Questa consapevolezza li spingerebbe non a sopraffarsi, ma ad aiutarsi, a sostenersi a vicenda, a costruire una società basata su una fraterna collaborazione; magari non felice, ma più giusta. E sarebbe una giustizia onesta, reale e umana.

Questo è l’ultimo messaggio che ci lascia Leopardi prima di morire, il 14 giugno 1837 a 39 anni. 
La luna, che ci ha accompagnato in questo percorso nel suo pensiero e nella sua poesia è tramontata.

Su Leopardi s’è espresso più o meno in questi termini uno dei critici più importanti della nostra letteratura, Francesco De Sanctis: per quanto si possa chiamarlo pessimista, per quanto sconsolante e impietoso il suo sguardo possa essere sulla nostra vita, Leopardi non si arrende mai alla negatività del suo pensiero. C’è sempre un resto, qualcosa che rimane fuori, un’ultima illusione che ci fa desiderare il contrario di quello che dice. 
Se parla di fine della speranza Leopardi ci fa sperare, più forte che mai, che non sia così. Se parla di infelicità ci fa sentire più che mai attaccati al bisogno di felicità. C’è una potenza enorme che si sprigiona dall’urto delle contraddizioni attraverso cui si muove il suo pensiero. 
È questo che rende la sua poesia così moderna, e per questo che la sua voce ci parla in maniera così chiara attraverso i secoli che ci separano da lui. 
Leopardi non chiude, non chiude mai. Mette sempre in discussione sempre tutto, e lo fa con grande onestà intellettuale. E che cos’è questo mettere in discussione, se non sperare che le cose possano essere diverse da come sono. Anche se ce lo dice negando la possibilità di sperare che saranno diverse.
Ma ce la lascia, la speranza. Alla fine, dopo che leggiamo le poesie, le operette di Leopardi, persino il suo Zibaldone, ci resta la speranza. Non possiamo dire che non è vero.
La sua voce ci rimane dentro, non possiamo fare finta di non averla ascoltata. Continua a girare nella nostra testa come il suo pastore per le immense pianure dell’Asia. E ci dice che un senso nella vita non lo troveremo mai probabilmente, ma vale la pena cercarlo.
(Musica The smiths – There’s a light that never goes out
 

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