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Maturadio

Greco | Plutarco

Greco | Plutarco
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Podcast di Greco per l'esame di maturità letto da Veronica Cruciani
Il podcast è stato scritto da Giovanni Ribuoli
Maturadio è un progetto di podcast didattici per la maturità promosso dal Ministero dell'Istruzione con la collaborazione di Radio 3 e Treccani
Supervisione didattica a cura di Laudes
Ideazione di Christian Raimo
La sigla di Maturadio è di Teho Teardo

PLUTARCO
(di Giovanni Ribuoli)
Cominciamo, come spesso facciamo, con una piccola lettura. Un brano che racconta uno degli episodi più drammatici dell’antichità. Ascoltiamo

Lo stesso Cesare, mentre faceva un sacrificio, non trovò il cuore della vittima: questo era un segno di malaugurio, dato che in natura non potrebbe esistere un animale senza cuore. Ricordiamo anche la testimonianza di altri: raccontano che un indovino lo aveva precedentemente ammonito a guardarsi da un gran pericolo nel giorno di marzo che i Romani chiamano “Idi”. Venne quel giorno, Cesare entrò in senato, salutò l’indovino e disse scherzando: «Le idi di Marzo sono giunte»; e quello, calmo: «Sì, ma non sono ancora passate...» 

Chi l’ha scritto questo brano? Plutarco, che è l’autore di cui parliamo oggi, ha scritto praticamente di tutto, tranne poesia: eppure ha ispirato moltissimi poeti! Ed il brano che abbiamo appena letto è l’introduzione al racconto della morte di Cesare. Chi era quest’uomo? Plutarco, e non Cesare (che è molto più famoso)! Al giorno d’oggi, diremmo che si tratta di un intellettuale a tutto tondo: fu un uomo di cultura sconfinata, viaggiò a lungo, ricoprì incarichi politici, sembra che fu ammirato ed onorato dagli imperatori romani in persona. Ma andiamo con ordine.

Plutarco nacque a Cheronea, in Beozia (la regione della Grecia a nord di Atene), nel 50 dopo Cristo, e si recò ad Atene per studiare retorica e filosofia, soprattutto il pensiero di Platone, a cui Plutarco rimase sempre legato. Viaggiò in lungo e in largo: Alessandria d’Egitto, Grecia, Asia, Italia... Raggiunse anche quella che a quei tempi era la più grande metropoli del mondo: Roma, la capitale dell’impero.

Lì, Plutarco - che era greco, abbiamo detto - ottenne la cittadinanza romana e fu apprezzato dall’imperatore Traiano. Ottenne persino la dignità consolare, pare, cioè il trattamento riservato a chi era stato console (la veste, la scorta, gli onori ed i posti riservati nei teatri, nelle terme, nei bagni pubblici, come un vero VIP, insomma). Gliela diede l’imperatore Adriano, che più di ogni suo predecessore ammirava i greci.

Il principato di Adriano, difatti, cioè il periodo in cui governò l’imperatore Adriano, vide un rinnovato splendore nelle arti e soprattutto una ondata di “moda greca”: statue, case, edifici pubblici (ma soprattutto le opere letterarie) venivano modellate secondo gli stili classici greci, che ai Romani erano sempre piaciuti, ma che in quel momento erano ritornati alla grande, anche per via dei gusti personali dell’imperatore…

Plutarco imparerà il latino (anche se non perfettamente, sembra), ma soprattutto amerà la sua Grecia, e la sua piccola cittadina, Cheronea, dove tornerà e rimarrà per il resto della sua vita. Lì, del resto, Plutarco aveva raccolto tanti suoi ammiratori, estimatori, colleghi ed allievi: una sorta di accademia domestica, dovuta anche alla sua abilità di insegnante ed alla sua cultura sconfinata.

Come possiamo dire che Plutarco aveva cultura sconfinata? Perché la sua produzione letteraria, la mole di tutti i suoi scritti, occupa moltissimo spazio, ed è una delle più grandi in assoluto nella letteratura greca. Ha scritto MILIONI di cose, davvero.

Per comodità e per tradizione si dividono tutte le sue opere in due grandi parti: le Vite Parallele (βίοι παράλληλοι, bìoi paràlleloi in greco) da un lato, e tutti gli altri scritti dall’altro. Gli altri scritti vengono chiamati di solito con un nome latino, Moralia, cioè “opere morali”.

Non ha scritto poesie, è vero: ma, come dicevamo, ha ispirato tanti poeti, tra cui uno dei più grandi, l’inglese William Shakespeare.

Ecco un brano tratto dal Giulio Cesare di William Shakespeare Atto I.

CESARE: Si dia inizio, e non sia tralasciato alcun atto cerimoniale.
INDOVINO: Cesare!
CESARE: Eh? Chi chiama?
CASCA: Non fate alcun rumore; di nuovo, silenzio!
CESARE: Chi è che mi chiama nella calca? Sento una voce più acuta di qualsiasi musica che grida “Cesare!”. Parli. Cesare è pronto ad ascoltare.
INDOVINO: Guardati dalle Idi di marzo.
CESARE: Chi è quell’uomo?
BRUTO: Un indovino ti invita a guardarti dalle Idi di marzo.
CESARE: Portatemelo davanti, lasciatemelo guardare in faccia.
CASSIO: Uomo, esci dalla folla. Guarda Cesare.
CESARE: Che cosa mi dici ora? Parla di nuovo.
INDOVINO: Guardati dalle Idi di marzo.
CESARE: È un sognatore. Lasciamolo. Procediamo.

Notate qualche somiglianza con quello che abbiamo letto prima? Ma sono uguali! Shakespeare ha copiato Plutarco! Chiaramente non ha copiato. Ma si è ispirato. Nel “Giulio Cesare”, e in tante altre opere Shakespeare, il più importante drammaturgo inglese di tutti i tempi attingeva abitualmente all’opera biografica di Plutarco: le Vite Parallele. 

Cosa sono e quante sono queste Vite Parallele? 
Plutarco, in pratica, re-inventa il genere biografico: lo distingue dagli altri libri di storia, e rivendica, per queste opere sulla vita dei grandi personaggi storici, un posto a sé stante nella letteratura greca. Sì, certo, si tratta sempre di storia... Ma la vita dei grandi personaggi, ci dice Plutarco, va trattata come una cosa a parte, rispetto al resto dei racconti storici. Di conseguenza, grazie al successo strepitoso della sua opera, Plutarco ottenne per le biografie un posto a parte, nella letteratura mondiale. 

Leggiamo le prime righe delle vite parallele di Alessandro Magno e Giulio Cesare.

Nel momento di iniziare a scrivere in questo libro la vita di Alessandro il Grande e di Cesare, vincitore di Pompeo, considerata la quantità degli avvenimenti, non dirò nient’altro, come introduzione, se non questo: i lettori non se la prendano se non riferisco tutti gli avvenimenti per filo e per segno, e non racconto in maniera c o m p l e t a, ma in forma riassuntiva giusto i più famosi che prendo in esame. 

Il fatto è che non scrivo opere di storia, ma biografie; e non è che nei fatti più famosi sempre ci sia una manifestazione di virtù o di vizio... ma spesso un breve episodio, una parola, uno scherzo, mettono in luce il carattere di qualcuno molto meglio che battaglie da migliaia di morti, grandissimi spiegamenti di eserciti, assedi di città. Alla stessa maniera in cui i pittori trovano la somiglianza dei loro soggetti dal volto e dalle espressioni degli occhi, attraverso i quali si evidenzia il carattere, e si preoccupano pochissimo delle altre parti del corpo, così bisogna concedermi di occuparmi di più di quelli che sono i segni dell’anima, e tramite questi r a p p r e s e n t a r e la vita di ciascuno, lasciando agli altri la trattazione di grandi questioni.

Le biografie, afferma qui Plutarco, nell’apertura delle Vite di Alessandro e Cesare, parlano della vita degli uomini in sé: non gli interessa descrivere tutti gli eventi… gli interessa soprattutto RAPPRESENTARE, cioè raffigurare, mostrare, il carattere degli uomini a cui sono dedicate. Se questo è chiaro, rimane da spiegare perché si chiamino «parallele» (παράλληλοι paràlleloi).

Qui sta il vero colpo di genio di Plutarco: Plutarco abbina, appaia a un uomo politico o un generale greco un grande uomo politico o generale romano. Dunque Cesare ed Alessandro (i due grandi conquistatori), Teseo e Romolo (i due re fondatori), Demostene e Cicerone (i due oratori e uomini politici per eccellenza), Pericle e Fabio Massimo (due uomini politici e condottieri, sempre prudenti nella politica e nella guerra): molti altri che diventano emblematici di un certo carattere (l’ambizione di Cesare ed Alessandro, la saggezza e quasi-divinità dei re fondatori, la prudenza di Pericle e di Fabio Massimo)... 

Per un totale di 22 copie e 4 biografie ”spaiate”.

Perché queste biografie «a coppie»? Solo una questione di marketing? C’è un unico motivo generale per mettere a confronto i due personaggi presi in considerazione o ci sono vari motivi? 

Difficile rispondere, gli studiosi di ogni  epoca hanno dato risposte diverse. Noi cerchiamo di rimanere appiccicati a quello che dice Plutarco stesso. Quello che sappiamo, infatti, è che ogni coppia di biografie è seguita da un confronto fra i due personaggi raccontati, un confronto che forse è la parte più importante. 
 
L’impostazione fondamentale di tutte le Vite è evidentemente etica, ossia morale, riguarda cioè il carattere dei personaggi: Plutarco studia dei caratteri, di cui vuole mostrare ai lettori i pregi ed i difetti. All’impostazione etica, però, si accosta sicuramente anche uno scopo politico: in un momento in cui la Grecia, la sua Grecia, sembrava per i romani al tempo dell’impero, una terra soltanto di artisti e poeti, Plutarco mostra chiaramente che la Grecia aveva avuto i suoi grandi condottieri ed uomini politici.

Plutarco non vuole scrivere un’opera di storia, abbiamo detto, o comunque non di “storia generale”: e infatti non cerca l’obiettività, come dice lui stesso, l’esattezza sicura al cento per cento... più che altro, dà consigli sul carattere da sviluppare e su come agire in vari casi politici e militari.

La biografia non era sempre stata usata in questo modo: genere letterario a sé stante, sempre un po’ diversa dalla storia, ha un’origine quasi misteriosa. 
Quello che sappiamo con sicurezza è che nel IV secolo esistono due tipi diversi di biografia. 
C’erano biografie schematiche, riassuntive, per descrivere la vita di qualche personaggio politico o di qualche poeta: un genere detto biografia “alessandrina”. Perché si chiamavano biografie alessandrine? Perché probabilmente il nome derivava delle schede che si scrivevano per gli autori di testi conservati nella biblioteca di Alessandria d’Egitto. Ce n’erano altre, invece, molto elaborate e concentrate sul carattere del personaggio descritto: ispirate da Aristotele e dalla sua scuola, il Peripato. Questo modello ispirato a Aristotele sarebbe la tipologia “peripatetica” della biografia. A quale dei due sotto-generi apparterrebbe Plutarco?
Con tutte le descrizioni dei personaggi, i pettegolezzi, i vizi e le virtù… Decisamente al secondo!

Plutarco però, dicevamo, non è soltanto un biografo: l’altra enorme parte dei suoi lavori viene chiamata con un termine latino, Moralia, che traduce il greco Ἠθικά (Ethikà). Si chiamano così per comodità: non sono, infatti, tutte opere morali. Nella collezione dei lavori che circolava nel Medioevo, i primi erano appunto lavori morali, poi ne seguivano di altri tipi: i primi hanno dato il nome a tutto il resto!

Abbiamo opere di argomenti molto diversi, che solitamente si raggruppano così:

- Scritti di divulgazione filosofica: già, perché abbiamo detto che l’amico Plutarco aveva molti amici allievi e appassionati lettori. Non tutti erano degli specialisti, quindi avevano bisogno di essere guidati attraverso la materia. Plutarco si fa guida e spiega specialmente i problemi che riguardano la virtù, l’anima e i mali dell’anima, l’amicizia, l’amore fraterno e l’amore in senso generale, più il matrimonio. 

- Tutti quei testi che oggi chiameremmo di “esegesi filosofica”, o di “ermeneutica filosofica”, cioè di approfondimento, di analisi. In generale, tutti i testi in cui Plutarco interpreta, analizza (questo significano le parole “esegesi” ed “ermeneutica”) e approfondisce i suoi pensieri filosofici. Non proprio roba per principianti, a differenza dei testi dell’altro gruppo, insomma. Come orientamento generale, Plutarco è sempre-sempre ostile agli stoici e vicino a Platone. Infatti si concentra proprio sull’interpretazione di Platone, il che lo rende estremamente importante per chi si interessa al grande filosofo ateniese.
A proposito dello stile... Plutarco era un uomo moderato, equilibrato e pacato- a quanto pare - che scrisse con uno stile moderato, equilibrato e pacato. I periodi lunghi e ampi servono ovviamente a qualunque filosofo o studioso di filosofia: ma tutto torna sempre e non ci sono le durezze stilistiche di un altro importantissimo storico dell’antica Grecia che forse conoscete, Tucidide. Del resto, da Tucidide era passato moltissimo tempo, cinquecento anni!: eppure la maggior parte degli autori usava ancora molto spesso il greco attico, quello di Tucidide, il greco classico come del resto fa Plutarco. 
Il nostro Plutarco, però, mescola il greco attico alla koinè: che non è la lingua greca dei suoi tempi, ma la lingua comune (appunto, koinè vuol dire proprio “comune”) semplificata che veniva usata dai tempi della conquista di Alessandro Magno, e che si era mantenuta molto bene, anche se era ormai influenzata dal latino. 
Non per questo Plutarco esagera l’uso delle figure retoriche, come facevano invece molti che, avendo studiato ad Atene, tenevano a far presente i loro talenti retorici. Plutarco, l’abbiamo detto, era uomo moderato, equilibrato e pacato, nella filosofia e nel modo di scrivere.

- Ma tanti allievi e tanti ammiratori richiedono anche che si faccia un po’ di didattica: dunque
Plutarco scrisse non pochi trattati, specificamente educativi. Bisognava consigliare agli allievi cosa leggere e quando leggerlo, da cosa iniziare e cos’è moralmente raccomandabile e cosa no. Sembrerebbe una produzione letteraria già di riguardo, ma non per Plutarco! Difatti non si interessò soltanto di filosofia e pedagogia, ma

- Arrivò a scrivere parecchio di teologia, cioè testi di religione, sugli dei: gli dei antichi formavano un pàntheon complicato, e c’era grande curiosità, specialmente riguardo agli dei egizi. Ecco, Plutarco se ne occupa in Iside ed Osiride, e sul dàimon di Socrate (quella specie di “genio”, di “spirito”, di “demonietto” a cui spesso faceva riferimento Socrate stesso) scrive invece un altro trattato.

- Non contento, Plutarco arrivò anche a scrivere di etica e di politica: già, perché nella Grecia, conquistata dai Romani ormai da moltissimo tempo, non si erano placati gli spiriti, e molti greci ancora speravano di ottenere, riottenere o inventare un’autonomia, una indipendenza. Quanti di loro, però, conoscevano i Romani? E chi tra loro meglio di Plutarco, che aveva conosciuto gli imperatori? Ecco i Precetti politici, consigli validi e ben pesati su quali fossero gli spazi di libertà politica nella Grecia, provincia dell’Impero.

- E ce n’è ancora: non sei un vero appassionato di Platone se… non scrivi qualcosa di scienze naturali! Ed ecco che, oltre al commento al Timeo (dialogo platonico tra i più famosi, che parla molto di cosmologia), Plutarco lascia – tra gli altri – un trattato sulla luna, che sarebbe, dice, la dimora dei giusti dopo la morte!

- Non mancano testi di “erudizione pura”: cioè? Testi in cui si parla di aspetti meno conosciuti o studiati dell’antichità: le Frasi famose spartane, le Origini greche e romane (in cui spiega come, e perché, sarebbero nati riti, culti, usanze, abitudini greche e romane), il Banchetto dei Sette Sapienti (i saggi che avevano inventato la filosofia, mischiati ad altri poeti della Grecia arcaica), ed i Temi Simposiali, in cui ad un banchetto si parla di ogni cosa ed in particolare delle usanze dei simposi, cioè delle bevute in comune.

- Finiranno mai gli scritti di Plutarco? Sì, ad un certo punto finiscono: ma pensate che la prima traduzione italiana completa di tutti i Moralia (che riempiono interi scaffali di libreria), è uscita… Nel 2017! Il volume fa più di 3200 pagine, per intenderci… 

- Nell’antichità – nei manoscritti di Plutarco – circolava il catalogo delle sue opere, che ci permette anche di essere sicuri sulle Vite che mancano e sul fatto che invece abbiamo tutti i Moralia. Questo catalogo era detto “Catalogo di Lampria” perché sembrerebbe che l’abbia scritto il figlio di Plutarco stesso, di nome Lampria…

- Ci sono degli scritti di letteratura: ricordiamo innanzitutto Omero, grande passione di tutti gli studiosi di tutti i tempi, nel trattato Sulla vita e la poesia di Omero. Poi le Vite dei dieci oratori: l’opera in realtà non è stata scritta da Plutarco, ma si tratta dei dieci oratori del canone alessandrino (cioè i migliori oratori secondo gli studiosi della biblioteca d’Alessandria). Tra gli scritti di letteratura, poi, c’è un testo molto particolare: Sulla Musica. Si tratta dell’UNICO testo dell’antichità che ci parla della musica che facevano i Greci: già, perché dall’antichità ci sono arrivati i resti architettonici, testi letterari, opere d’arte, persino le tombe e qualche volta papiri, ma la musica si è persa quasi completamente... 

- E finalmente concludiamo l’elenco degli scritti di Plutarco: Ci sono parecchi esercizi, testi e brevi trattati retorici. Ossia dissertazioni, discorsi da conferenziere, quindi monologhi, o anche qualcosa in forma di dialogo, sugli argomenti più vari: sul ruolo del caso, della sorte, su quanto la fortuna abbia aiutato i Romani nella conquista, sulla buona stella di Alessandro nelle conquiste, sull’autentica caratteristica del successo di Atene. Probabilmente alcuni di questi testi sono gli “esercizi” di un giovane Plutarco alle prime armi, ma questo possiamo soltanto immaginarlo...

Se finiscono le opere di Plutarco, o meglio il loro elenco, Plutarco non finisce così. Nell’opera di Plutarco, come dicevamo all’inizio, si sono immersi lo scrittore di teatro Shakespeare, il filosofo moderno Montaigne e gli illuministi, che ne presero il mito della libertà. Insomma Plutarco, con la sua geniale idea di unire nella ricerca dei caratteri degli uomini due culture diverse, quella greca e quella latina, ha creato miti eterni che vivono ancora oggi. Del resto, da un uomo che ha scritto così tanto c’è sempre da imparare qualcosa!

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