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Maturadio

Greco | Epicuro

Greco | Epicuro
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Podcast di italiano per l'esame di maturità letto da Daniele Parisi
Il podcast è stato scritto da Laura Fantoni
Maturadio è un progetto di podcast didattici per la maturità promosso dal Ministero dell'Istruzione con la collaborazione di Radio 3 e Treccani
Supervisione didattica a cura di Laudes
Ideazione di Christian Raimo
La sigla di Maturadio è di Teho Teardo

Epicuro
Nel 341 a.C. due ateniesi che erano andati a vivere sull’isola di Samo, quindi due coloni, diedero alla luce un figlio cui misero nome Epíkouros, che in greco significa “alleato”. 
Tre anni dopo Filippo II di Macedonia stravinse la guerra con i Greci a Cheronea, e così il piccolo Epicuro perse la possibilità di vedere grande la potenza di Atene. 
Ormai la libertà della Grecia tutta era compromessa.

Epicuro è come se nascesse quando Atene muore.

E se vogliamo comprendere il messaggio filosofico di Epicuro, il suo ripiegarsi sui piaceri di una vita onesta e tranquilla in compagnia dei tre fratelli e degli amici (che erano schiavi, prostitute e filosofi), significa innanzitutto calarsi in un’atmosfera molto lontana dal mondo brillante dell’Atene classica. 
La flotta ateniese, la gloria ateniese giaceva in fondo al mare. 
E con lei era affondato anche l’impeto e lo sguardo a terre lontane. 

Di quelle terre ora giungevano notizie grazie alle imprese di Alessandro. Alessandro il Grande. Un Macedone. Quando Alessandro morì nel lusso di una Babilonia conquistata, i suoi generali iniziarono un’imponente guerra tra i nuovi regni che si erano creati, e si fecero guerra l’un l’altro nell’impero, un impero insanguinato che si estendeva dalla Macedonia all’Egitto, dall’Epiro all’India. 

La spaccatura provocata da questo evento fu enorme. 
Gli abitanti delle póleis greche, delle città stato, persero tutti i punti di riferimento. Il mondo greco si era retto sempre sull’equilibrio della polis, della città stato.

E ora i greci invece non riconoscevano il mondo che si stava prefigurando. Capirono subito di non poter più indirizzare il corso della propria vita (politica e personale). 

Il destino si era fatto più alto e lontano. Ne seguì una crisi, la perdita delle certezze e dell’identità. A queste incertezze tentarono di offrire un rimedio le scuole filosofiche dell’età chiamiamo ellenistica. Nel loro pensiero assumeva, quindi, un ruolo decisivo la morale, quella che chiamiamo anche etica. Come affrontare queste inquietudini? Come si raggiunge la felicità? La politica certo non ci può aiutare.

Saltiamo qualche anno, e arriviamo al 306 a.C. 
Nel 306 a.C., a 35 anni, Epicuro si trasferì definitivamente ad Atene, dove acquistò a poco prezzo un giardino appena fuori la cinta muraria della città: è il famoso képos, il Giardino da cui prenderà il nome il suo cenacolo e la sua filosofia. 

Epicuro non era un improvvisato. Negli anni aveva viaggiato e soggiornato in alcune città e isole della costa d’Asia, come Teo, Colofone, Mitilene, dove aveva fondato un primo cenacolo, e Lampsaco, dove ne aveva fondato un secondo. 

Erano state delle prove per capire come si dove immaginare una scuola, quella scuola che sarà il Giardino. Ed era anche entrato in contatto con le dottrine di varie scuole filosofiche, quella platonica e quella atomista di Leucippo e Democrito. L’atomismo di Leucippo e Democrito avrà una chiara infuenza nel suo pensiero.
 
Oltre alle idee di fondo della propria filosofia, portò ad Atene anche gli affetti che lo accompagneranno fino alla morte, specialmente l’amico e allievo Ermarco che Epicuro designerà nel proprio testamento come successore alla scuola ateniese.

Chi voglia farsi un’idea di che persona fosse Epicuro, deve leggersi il decimo libro delle Vite dei filosofi di Diogene Laerzio, che è interamente dedicato a lui (e questa è una cosa notevole, visto che l’unico altro esempio di una simile considerazione è nel libro terzo, dedicato alla figura di Platone!).

Nella vita di Epicuro come ce la racconta Diogene Laerzio si possono leggere numerosi aneddoti e citazioni da lettere che il filosofo inviò ai propri amici, oltre al suo testamento, e le tre famose lettere che sono la base della nostra conoscenza della sua filosofia. 

Scorrendo con gli occhi su quelle pagine si viene irrimediabilmente attratti da un sentimento più di tutti gli altri: l’attenzione alla vita umana. 
Leggiamo: “Personalmente non riesco a concepire cosa sia il bene, una volta che si siano esclusi i piaceri della tavola, del sesso, dell’ascolto e del bello”. 

È impossibile non cogliere la distanza dalla filosofia di Platone o dell’Aristotele della Metafisica. 

E in un’altra lettera: “Mandami una formina di cacio, così che io possa, quando lo voglia, pranzare sontuosamente”. 

Insomma la vita contemplativa, il mondo delle idee, che era il vertice della filosofia classica vengono messi al secondo posto dopo il benessere personale. 

Epicuro pare fosse un Filaide, ovvero un discendente di quell’antica e ricca stirpe che aveva dato i natali a Milziade, Cimone e Tucidide. Tuttavia il padre Neocle era un povero diavolo, ed Epicuro era cresciuto lontano dalle bambagie e dai banchetti. 

Quando nel 306 a.C. fonda questa scuola che era anche una comunità, una specie di collegio, e decide di chiamarla il Giardino decide che si vivrà in modo frugale. 

Scrive Diogene Laerzio, sempre nella biografia di Epicuro: “Si accontentavano, per esempio, di un quartino di vinello; per lo più, bevevano acqua”. 

Se il formaggio equivaleva per Epicuro alle lasagne della domenica, possiamo immaginare che la sua dieta fosse a base di pane e acqua. 

Subito dopo questa frase Diogene aggiunge: “Epicuro non credeva fosse opportuno che i beni degli amici fossero messi in comune, come invece aveva fatto Pitagora, il quale era solito dire che i beni degli amici sono comuni. Chi la pensa così vuol dire che non si fida, e se non si fida non è neppure un amico”. Evidentemente Epicuro non voleva trarre benefici materiali da chi gli era vicino. 

La vita ad Atene per Epicuro trascorreva lontano dall’impegno politico, piuttosto piacevolmente, fatta eccezione per una costitutiva debolezza fisica e alcuni acciacchi, che con l’età s’aggravarono. 

Epicuro era sempre stato malaticcio e deve aver conosciuto da vicino il dolore del corpo. Se dobbiamo credere a quello che racconta Diogene Laerzio, gli ultimi momenti della sua vita (intorno al 270 a.C., ormai settantenne) sarebbero stati più o meno così: dopo un paio di settimane di acuti dolori dovuti ai calcoli renali, avrebbe chiesto calamo e papiro per scrivere un’ultima lettera. 

La indirizzò a Idomeneo, uno dei suoi discepoli a Lampsaco: “Ti ho scritto queste parole mentre correva via il beato e ultimo giorno della mia vita. Le sofferenze dovute alla diuresi e alla dissenteria si sono susseguite con un’intensità tale che non potrebbe essere maggiore. Ma a combattere tutto questo s’è schierata la gioia che provo nell’anima per il ricordo delle conversazioni che abbiamo avute. Fin da ragazzo ti sei mostrato ben disposto nei miei confronti e verso coloro che praticano la filosofia: ora prenditi cura dei figli di Metrodoro”. 

Sollevato il calamo per l’ultima volta, si fece preparare un bagno caldo in una vasca di bronzo, entrò nella vasca, chiese una coppa di vino puro e la mandò giù d’un fiato. Prima di morire raccomandò agli amici presenti di ricordare i suoi insegnamenti.

Quando pensiamo a Epicuro ci vengono alla mente le entusiastiche parole con cui volle immortalarlo il poeta latino Lucrezio nel suo poema intitolato De rerum natura: “Mentre la vita umana giaceva sulla terra, \ turpe spettacolo, oppressa dal grave peso della religione, \ che mostrava il suo capo dalle regioni celesti con orribile \ aspetto incombendo dall’alto sugli uomini, \ per primo un uomo di Grecia ardì sollevare gli occhi \ mortali a sfidarla, e per primo drizzarlesi contro…”. 

Lucrezio era un epicureo, ed essere un epicureo significava mantener fede alle ultime volontà di un uomo. 

Certo è strano, la filosofia, che insegnava agli uomini a liberarsi dai legacci della superstizione, aveva una specie di culto nei confronti del suo fondatore, Epicuro. 

Nessuno modificò la dottrina del Maestro, nessuno da quella sviluppò eresie. Lucrezio era rimasto fedele a Epicuro. Leggere Lucrezio alla fine dell’età repubblicana di Roma è ascoltare in versi ciò che Epicuro pensò, disse e scrisse alla fine dell’età classica in Grecia. 

Perché Epicuro, oltre a mangiar poco e a soffrire, aveva anche scritto parecchio, opere per un totale di trecento rotoli di papiro, secondo Diogene Laerzio.

Di tutte queste opere, a noi è arrivato molto poco: tre lettere:  l’Epistola a Erodoto sulla natura, quella a Pitocle sui fenomeni celesti e quella a Meneceo sull’etica. 

Poi ci sono arrivate parti più o meno consistenti dei suoi trattati che sono sopravvissute carbonizzate ma parzialmente leggibili grazie all’eruzione del Vesuvio che seppellì Ercolano nel 79 d.C. e sigillò nel tempo la biblioteca della villa dei ricchi Pisoni piena di scritti epicurei. 
E poi possediamo anche delle raccolte di Sentenze, frasi più o meno lunghe che preservano il succo del pensiero di Epicuro. 

In quale direzione, dunque, andava la filosofia di Epicuro? Quando si dice che le filosofie ellenistiche mettono al centro della loro speculazione la morale, l’aspetto etico, si deve guardare a qualcosa di ben preciso, ossia l’eudaimonía, che in italiano traduciamo la felicità. 

Perché epicurei, stoici e scettici, pur insultandosi e odiandosi cordialmente, avevano in comune il fine ultimo cui doveva tendere la loro filosofia: ossia la realizzazione della felicità individuale.

Ma cos’è la felicità?

Non definire cosa effettivamente sia la felicità è tanto libertario quanto pericoloso. I filosofi ellenistici lo sapevano e non tardarono a farlo. 
Ma al variare del concetto di eudaimonía ossia di felicità corrispondevano differenze nel modo in cui questa andava conquistata. 

Sarebbe bello pensare che la felicità sia una sorta di grande Roma dentro di noi e che qualunque strada percorriamo, prima o poi, vi arriveremo. Com’è il detto? Tutte le strade portano a Roma. Ma certo non tutte le strade portano alla felicità. 

Epicuro considerava possibile raggiungere la felicità tenendo bene a mente e mettendo in pratica il comportamento dell’uomo saggio. Ma chi è l’uomo saggio? Forse Epicuro avrebbe risposto: “io”. 

Bisogna premettere che la felicità, il bene supremo, per Epicuro, coincide con il piacere. 
Questa concezione della felicità come piacere Epicuro l’aveva presa da Aristippo, un filosofo che era stato allievo di Socrate e che insegnava a Cirene (oggi Cirene si troverebbe in Libia): Aristippo e Epicuro affermano che per l’uomo il piacere è il bene e il dolore è il male. Questa è la base di tutta la morale. 

Ma allore la filosofia dev’essere un edonismo sfrenato, la ricerca del piacere senza regole? 

Leggiamo un pezzetto della lettera di Epicuro a Meneceo: 

“Quando affermo che il piacere è il fine ultimo, non intendo quelli dei dissoluti o quelli che stanno in fondo al bicchiere, come pensano invece alcuni che non conoscono, non condividono o interpretano male il mio insegnamento. Voglio dire invece il non provar dolore nel corpo né turbamento nell’anima”. 

Alcuni lettori di Epicuro erano caduti nella semplificazione. Bisogna stare attenti. Epicuro usa due negazioni per definire il piacere: la felicità, il piacere non è godimento ma equilibrio. 

Come se usasse una bilancia, per misurare il piacere Epicuro deve stare attento al peso del godimento e a quello del dolore, perché i due piatti non si sbilancino troppo. 

Quando il corpo è sano e l’anima pacificata, l’uomo è felice. 
Dovremmo da questo dedurre che allora Epicuro, che aveva passato tutta la vita mezzo acciaccato, non fosse felice? Forse. 

Ma ricordiamoci le parole che scrisse a Idomeneo in punto di morte, quelle che abbiamo già ascoltato: 
“Ma a combattere tutto questo s’è schierata la gioia che provo nell’anima per il ricordo delle conversazioni che abbiamo avute.” 

In fondo il ricordo dei piaceri passati vale pur sempre qualcosa. Morire pensando alla filosofia avvicina Epicuro al Socrate che Platone ritrae Fedone. Anche Socrate fa filosofia fino all’ultimo, conversando con Cebete e Simmia. 

Ma la tranquillità di Socrate derivava da una convinzione tanto bella quanto rischiosa: che l’anima è immortale. Socrate nel Fedone parla della sorte futura dell’anima, con l’entusiasmo di chi parte per un viaggio meraviglioso di cui ha sognato tutte le tappe durante la vita.

Epicuro invece quando arriva in punto di morte, è come se fosse giunto davanti a a un muro, si rivolge al passato. 

Abbiamo visto che l’anima esiste per Epicuro, e che il trucco sta nel non farla stare in pace. 
Ma quest’anima, così importante in vita, scompare quando si chiudono gli occhi per l’ultima volta. L’anima non è immortale. Perché Epicuro la pensa così? 

Per rispondere a questa domanda bisogna ripartire dall’inizio, da quando il giovane Epicuro nella città di Teo ascoltò le lezioni di un tale Nausifane. Nausifane insegnava l’atomismo di Leucippo e Democrito. Sulla base della filosofia di Leucippo e Democrito che a Epicuro arrivò tramite Nausifane, Epicuro costruì la sua fisica, ossia la sua spiegazione della realtà, del mondo terreno.

Nella teoria di Epicuro, come in quella degli atomisti Leucippo e Democrito, alla base dell’universo ci stanno gli atomi e il vuoto. Tutto quello che non viene chiamato né in un modo né nell’altro è proprietà o accidente degli atomi o del vuoto. Attenzione a queste due parole: proprietà e accidente. 

“Proprietà” è ciò che non è possibile separare dalla cosa di cui è proprietà, a meno di distruggere la cosa stessa: il calore del fuoco è una proprietà, perché non esiste un fuoco che non sia caldo. 
“Accidente” è invece ciò che può essere separato da una cosa: Lucrezio porta come esempi la povertà e le ricchezze, la libertà e la guerra. Gennaro può essere povero o ricco, ma sempre Gennaro resta. 

Tutto quello che esiste, tutto ciò su cui posiamo lo sguardo, è un aggregato di atomi e vuoto. E noi riusciamo a percepire solo la superficie. Modernissima come teoria no?

La domanda che a questo punto viene spontanea è: ma gli atomi, queste particelle minuscole, particelle dotate di forma, grandezza e peso differenti, come fanno ad aggregarsi per formare i corpi? 

Per Epicuro, come per Democrito, gli atomi cadono a causa del proprio peso nel vuoto in eterno, come una pioggia perpendicolare, alla stessa velocità. 

Ma non è finita qui, perché a Epicuro questo non bastava. Immaginò, poi, – e questo lo sappiamo da Lucrezio – che gli atomi avessero la possibilità di deviare casualmente e spontaneamente dalla propria traiettoria rettilinea, scontrandosi e rimbalzando l’uno contro l’altro. Questa deviazione, che in greco si chiama la parénklisis, Lucrezio la chiama in latino clinamen, è una novità fondamentale nella teoria atomistica. Leucippo e Democrito non ci avevano pensato.

Se siamo atomi e vuoto, e se gli atomi nel vuoto possono modificare in qualsiasi momento la propria direzione, vuol dire che non c’è alcuna forza cosmica che stia lì a determinare le nostre azioni, che l’atomo ha in sé la propria determinazione. Nessun fato, nessun dio, nessuna volontà. 

I corpi, composti di atomi, si aggregano e si disgregano continuamente. Il ritmo alternato di nascite e morti è solo il riflesso di evento fisico. 

Cavolo, davvero modernissima come teoria.
Se pensiamo che soltanto secoli dopo la fisica e la chimica avrebbero avuto la possibilità di studiare gli atomi. 

Torniamo così alla domanda che ci aveva ispirato il confronto con Socrate. Per Epicuro anche l’anima è un composto di atomi. E quindi anche l’anima è soggetta a disgregazione.  Nel decimo canto dell’Inferno, Dante dice degli epicurei che “l’anima col corpo morta fanno”.

Dante dice così perché Epicuro ha negato l’immortalità dell’anima, e per questo l’hanno accusato di essere ateo. 

Ma questo non è vero! 
Basta leggere alcune righe della lettera a Meneceo per rendersi conto di quanto ciò sia falso. Dopo alcune frasi introduttive e sentenziose, Epicuro scrive così: 
“Per prima cosa considera la divinità un essere immortale e beato, […]e non attribuirle nulla che sia estraneo all’immortalità o diverso dalla beatitudine […]. Gli dèi esistono. La loro conoscenza è infatti cosa chiara, ma non esistono nel modo in cui i più li concepiscono. Empio non è chi non riconosce gli dèi del volgo, ma chi agli dèi attribuisce le opinioni del volgo. Perché non sono vere nozioni, ma false supposizioni i giudizi del volgo sugli dèi. Per questo motivo si attribuiscono agli dèi i più grandi danni e vantaggi. Essi in realtà, dediti soltanto alle virtù loro proprie, non si curano affatto di chi è estraneo”. 

Epicuo ha un po’ un atteggiamento di disprezzo nei confronti dell’uomo comune e delle sue credenze,: la religione tradizionale, fatta di sacrifici, riti, superstizione, viene combattuta da Epicuro, che le assesta un colpo tremendo. 

Perché in fondo gli dèi, qualunque sia il loro numero e nome, che bisogno hanno di noi? 

Per Epicuro gli dei sono perfetti e magnifici esseri e abitano i famosi intermundia, quegli interstizi tra gli infiniti mondi che costellano l’universo. 

E l’universo, con i suoi mondi infiniti, non ha certo assegnato un posto speciale a noi, a noi che siamo così piccoli! 

Eppure gli uomini hanno sempre creduto a divintà spaventose o generose, che somigliavano piuttosto ai propri desideri, ai propri timori. 

Agli dèi ci avvinghiamo, offrendo loro quanto di più prezioso abbiamo, la nostra fede, la nostra devozione.

È qui che Epicuro si svela forse quel significato che ha il suo nome… vi ricordate Epikourous in greco vuol dire “alleato”: con Epicuro accanto come alleato possiamo finalmente combattere la guerra contro la paura. 

Epicuro contro la paura pensa che serva una medicina, e per questo concepisce un cosiddetto “tetrafarmaco”, un quadrifarmaco, tetra vi ricordate in greco vuol dire 4. Ecco: con questo tetrafarmaco sconfiggeremo la paura. 

Quali sono le più grandi paure dell’essere umano. La prima sono gli dei e la loro ira, la seconda è la paura della morte, la terza è la paura della mancanza del piacere, e la quarta è la paura del dolore fisico.
Era così al tempo di Epicuro, ed è così anche per noi. Non è che queste paure siano scomparse!
Allora Epicuro propone un quadruplice rimedio a queste angosce, quattro insegnamenti che se ascoltati consentono il raggiungimento della felicità. In questo consiste il teatrafarmaco: in quattro insegnamenti. 

Primo insegnamento-farmaco. Non si deve temere l’ira divina. Gli dèi non sono minimamente interessati a noi uomini, imperfetti come siamo. Quanto all’aldilà e alle sue possibili pene, è chiaro che se l’anima non sopravvive alla morte, non ci sarà neppure una vita dopo la morte. Di che ci stiamo a preoccupare?

Secondo insegnamento-farmaco. Non si deve temere la morte. “La morte, il male che più ci fa drizzare i capelli, non è nulla per noi, perché quando esistiamo noi la morte non c’è, quando invece è presente la morte allora noi non ci siamo”. 

Se l’anima con la morte è ormai disgregata, non c’è più nulla che possa esistere per noi, perché esistere per Epicuro è percepire. E quindi noi dopo la morte non percepiamo più nulla. 

Terzo insegnamento-farmaco. Non si deve temere la mancanza di piacere. Il piacere è facilmente conseguibile. 
Per conquistare il piacere basta l’assenza di dolore fisico (aponía) l’assenza di turbamento interiore (atarassía); serve inseguire io piacere come un cacciatore dietro alla preda. 

E tutt’al più sarà necessaria una distinzione dei bisogni, tra quelli naturali e quelli inutili. E tra i bisogni naturali capire quali siano necessari e quali non; la differenza tra mangiare o strafogarsi. Bisogna appoggiare solamente quelli naturali e necessari. 
Consumare il pane e l’acqua, il raro vino o formaggio, come faceva Epicuro nel Giardino.

Ci dobbiamo ricordare anche un altro famoso detto di Epicuro, láthe biósas, che tradotto dal greco vuol dire “vivi nascosto”. 

Il saggio deve evitare la partecipazione pubblica e politica, che è fonte inesauribile di angosce e delusioni. 

È questo che non andò giù ai Romani quando la filosofia di Epicuro arrivo entrò le mura della città; una città, Roma, che della politica e della guerra faceva la sua ragione di vita. 

Cicerone, nei suoi trattati filosofici (composti proprio quando era stato allontanato dall’attività politica), fu un fiero avversario dell’epicureismo, perché Cicerone come molti romani perse letteralmente la testa a causa delle passioni politiche. 

Ed eccoci arrivati all’ultimo insegnamento. Il quarto farmaco. Quello contro il dolore fisico. Come possiamo evitare il dolore fisico? Epicuro ci dice come essere saggi: se il dolore è tenue vuol dire che è sopportabile; se invece il dolore è acuto, o è passeggero oppure conduce alla morte. E quindi si torna al punto 3! che abbiamo detto che della morte non dobbiamo avere paura.

La filosofia d’Epicuro si rivolge a chiunque voglia seguire un sentiero che non conduce alla gloria né alla gloria eterna, bensì al tiepido abbraccio di una vita pacata, che rifugge i picchi più alti dell’entusiasmo come le valli più tetre della miseria. 

Epicuro non si sposò mai Epicuro, non ebbe figli, ma il suo messaggio fu continuato con un affetto dai suoi allievi che condividevano con lui il Giardino, li aveva convinti senz’altro. 

E tuttavia l’epicureismo non fu mai alla moda, perché la paura della morte è radicata nell’istinto: rimase la filosofia d’una minoranza colta. Anche i filosofi d’età romana gli preferirono in genere lo stoicismo. E l’eclettismo così caratteristico dei primi secoli dell’era cristiana e già evidente in Cicerone mise in ombra Epicuro e i suoi insegnamenti. 


 

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