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Maturadio

Filosofia | Søren Kierkegaard

Filosofia | Søren Kierkegaard
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Podcast di filosofia per l'esame di maturità letto da Gioia Salvatori
Il podcast è stato scritto da Simona Menicocci
Maturadio è un progetto di podcast didattici per la maturità promosso dal Ministero dell'Istruzione con la collaborazione di Radio 3 e Treccani
Supervisione didattica a cura di Laudes
Ideazione di Christian Raimo
La sigla di Maturadio è di Teho Teardo

Søren Kierkegaard 
Kierkegaard, un po’ come Schopenhauer, altro filosofo di questo periodo, era un allegrone. Per Schopenhauer la vita è solo noia e dolore, per Kierkegaard la vita sembra essere solo angoscia e disperazione. Se il pessimismo del primo era totale perché fondato sull’ateismo, quello del secondo è totale perché fondato sulla religione. Punti di partenza opposti, stessa conclusione. Oltre al pessimismo, i due filosofi condividono anche un’antipatia verso la filosofia di Hegel. Ma una cosa per volta. 

Iniziamo dal cognome: Kierkegaard si scrive K-i-e-r-k-e-g-a-a-r-d, è danese, e in danese vuol dire due cose: “campo della chiesa” e “cimitero”. Religione e morte, insomma, ce li ha scritti direttamente nel cognome. Nelle infinite pagine di diari che ci ha lasciato, possiamo capire come vita e filosofia nel caso di Kierkegaard siano veramente intrecciati. Vediamo perché. 

Il padre era un ricco commerciante che non era riuscito ad avere figli dalla prima moglie. Appena la domestica resta incinta, la sposa. Da lei avrà 7 figli, dei quali Søren è l'ultimo. Quando nasce, nel 1813, il padre ha 56 anni e la madre 44, infatti nei suoi diari dirà di essere stato il figlio della vecchiaia. Nel giro di 20 anni due fratelli, tre sorelle e la madre muoiono. Una carneficina. Così, le attenzioni del padre si concentrano su di lui, anche perché Søren era nato gracilino, debole e malaticcio. 

Viene educato molto severamente secondo la religione pietista, una religione protestante cupa e tormentata, basata sulle idee di peccato, colpa e vergogna, dove c’è poco spazio per la salvezza e la gioia. Kierkegaard, nei diari, scrive che la sua educazione religiosa gli ha insegnato che la vita è dominata dal dolore e dall’ingiustizia.

Il padre è una figura importantissima per Kierkegaard. In generale, nell’Ottocento, la figura del padre è spesso il centro della famiglia: si occupava dell’educazione e della religione, era lui che decideva che studi avrebbero fatto i figli, chi avrebbero sposato, che lavoro avrebbero fatto.

A 8 anni Kierkegaard entra in collegio, dove viene bullizzato dai suoi compagni. Ora, visualizziamo la situazione: Kierkegaard era nato con le spalle curve, le gambe magrissime e storte. Come se non bastasse, la religione pietistica prevedeva che ci si vestisse in modo semplice e modesto. Quindi, anche se era ricchissimo, Kierkegaard si vestiva come un poverello. Insomma, la preda perfetta per i bulli. Pur non potendo reagire fisicamente, Kierkegaard ha un bel caratterino ed è sveglio, ha la lingua affilata e tagliente e impara a vendicarsi con le parole. Sopravvissuto al collegio, nel 1830 (per accontentare il desiderio del padre) si iscrive alla facoltà di teologia, ma ci metterà 10 anni a laurearsi. Infatti Kierkegaard non va a lezione, preferisce dedicarsi alla politica. Prima si impegna in un movimento religioso e riformistico, poi si iscrive alla Lega degli Studenti e diventa famoso all’università perché fa dei discorsi pubblici contro la libertà di stampa. 
Kierkegaard, come suo padre, è un conservatore, ed è anche molto bravo a fare discorsi in pubblico. Ma è pur sempre un adolescente e, anche se venera suo padre, trova il modo di sfogare la sua voglia di ribellione diventando un dandy, come Oscar Wilde. Così, inizia a vestirsi in modo elegante ed eccentrico. L’atmosfera in casa inizia a farsi pesante e tesa. L’unico fratello che gli è rimasto era diventato vescovo, quindi è impossibile competere. 

Il padre decide di allontanarlo da casa. Non lo caccia, però: gli trova una casa in città e gli dà una rendita di denaro molto alta. Kierkegaard sembra esserne uscito abbastanza bene. Lontano da casa e pieno di soldi, può mettersi a fare la bella vita. 

La lontananza fa sempre bene ai rapporti familiari e infatti lui e suo padre si riappacificano, ma proprio quando tutto sembra andar bene, il padre decide di confessargli un grave peccato che aveva commesso in passato. Kierkegaard nei diari definisce questo episodio del 1838, quando aveva 25 anni, come il grande terremoto della sua vita che gli fece sentire un senso di colpa e di punizione eterno ed inevitabile. È talmente sconvolto che nemmeno nei diari racconta questo grave peccato del padre e rimarrà un segreto e un mistero che nessuno è riuscito a scoprire. Dopo questa importante confessione, il padre muore e lascia Kierkegaard nella totale disperazione: sia per il dolore della perdita, sia perché non si sente in grado di diventare quello che il padre voleva da lui, cioè un serio e religioso borghese con famiglia, figli e buon lavoro; oppure un vescovo, come il fratello. 

Disperato e indeciso su cosa fare della sua vita, decide di concentrarsi sullo studio e a ventisette anni nel 1840 riesce a laurearsi con una tesi sull'ironia e su Socrate. L’ironia, probabilmente, era qualcosa che aveva sviluppato durante il collegio e che gli aveva permesso di sopravvivere al bullismo. Ma lo stress per il lutto paterno e per la laurea gli provoca un esaurimento nervoso. 

Per riprendersi, fa un viaggio nello Jutland, per visitare i luoghi dove il padre era cresciuto. Qui, i sensi di colpa verso il padre aumentano, e allora fa il secondo sforzo per esaudire i suoi desideri: dopo la laurea, decide che deve sposarsi, come avrebbe voluto il padre. Conosce Regina Olsen, una ragazza bellissima che però aveva già un pretendente. Kierkegaard non è bello, ma sfodera tutte le sue armi: è colto, è intelligente, è ironico, ci sa fare con le parole e le scrive delle lettere bellissime. Così, riesce a conquistarla e i due si fidanzano ufficialmente. 

Kierkegaard non se la vive bene, però... viene preso dall’angoscia, per tre motivi soprattutto. Prima di tutto accanto a Regina, che è giovane, bella, piena di vita e di gioia, in pratica tutto quello che lui non sarà mai, Kierkegaard si sente ancora più diverso e sfigato. Poi c’è la religione: secondo Kierkegaard, Dio ha la precedenza, ed essere un vero cristiano per lui vuol dire non poter essere felice. Infatti nei suoi diari scrive: “Il cristianesimo è la serietà tremenda: [...] è l’inquietudine più alta dello spirito, l’impazienza dell’eternità, un continuo timore e tremore”. Infine c’è quella colpa del padre: lui sente di averla ereditata e ha paura che questa maledizione ricada sul loro matrimonio. 
Tutte queste paranoie lo portano a rompere il fidanzamento. Regina era pronta a sposarlo, ma Kierkegaard fa di tutto per apparire cattivo e disgustoso, in modo che lei accetti la sua decisione. Di questa scelta, poi, si pentirà per tutta la vita. 

Mandare all’aria un fidanzamento ufficiale nell’Ottocento e in una città piccola come Copenaghen era uno scandalo enorme. La situazione è talmente insostenibile che Kierkegaard decide di andarsene a Berlino per un po’, per far calmare le acque. A Berlino segue le lezioni di Schelling, un filosofo romantico che a quel tempo era molto famoso, ma le trova noiose. Così fa la bella vita del dandy: alberghi di lusso, teatri, concerti, qualche flirt, ma inizia a soffrire di insonnia. Di notte, quando non riesce a dormire, inizia a scrivere i suoi diari e il suo primo libro: Aut-Aut. 

Aut-aut è modo di dire latino che vuol dire: o-o, “O questo, O quest’altro”... si usa quando si vuole imporre una scelta obbligata tra due cose: o l’una o l’altra (quindi fate attenzione, è latino, si scrive con la A: A-U-T, non con la O, come out ‘fuori’ in inglese). Comunque, Kierkegaard usa l’aut-aut anche per dire che Hegel aveva torto: la vita dello spirito non è fatta di superamento di tesi e antitesi verso la sintesi. Le cose che stanno in contrasto tra di loro – tesi e antitesi – si escludono a vicenda: o si sceglie uno o si sceglie l’altro.  
 
Nel 1842 torna a Copenaghen e col suo carattere scontroso e poco socievole conduce una vita isolata e appartata. Inizia a collaborare a un giornale danese con uno pseudonimo, un nome falso, un nickname: Johannes Climacus. Questa cosa di pubblicare con un nickname sarà un’abitudine: nel 1843 escono sia Aut-Aut firmato Victor Eremita, sia Timore e Tremore firmato Johannes de Silentio. Pubblicare sotto falso nome non dipendeva dalla volontà di nascondersi agli altri, perché tutti sapevano che li aveva scritti lui quei libri. Il punto era nascondersi a sé stesso, era un modo per accentuare il distacco tra se stesso e le cose che faceva. 

Aut-Aut ha un successo enorme. 
È composto da due libri e comprende vari testi, tra cui il Diario del seduttore, che racconta il suo corteggiamento verso Regina Olsen. Secondo Kierkegaard, l'essere umano è obbligato a scegliere uno stile di vita. 
Ci sono tre tipi di vita che si possono scegliere e Kierkegaard li chiama stadi: lo stadio estetico; lo stadio etico e lo stadio religioso. Questi tre stadi non sono consecutivi, non si succedono uno dopo l'altro, ma sono alternativi, o se ne sceglie uno oppure un altro: aut - aut. Si può passare da uno stadio all'altro, si può cambiare vita, solo in maniera drastica. Oppure si può rimanere fermi in uno stadio per sempre. In Aut-Aut parla soprattutto dello stadio estetico ed etico, mentre in Timore e tremore parla dello stadio religioso. 

Lo stadio estetico ha come unico scopo il piacere. Il simbolo della vita estetica è Don Giovanni, il dandy seduttore che vive nel presente, senza pensare al futuro, senza fare progetti, senza avere scopi, senza preoccuparsi degli altri e del mondo. Solo che questa vita in cui si passa da una esperienza all’altra senza scegliere mai, secondo Kierkegaard, alla lunga diventa monotona, ripetitiva e si trasforma in noia. Immaginate di uscire ogni sera e andare a una festa e conoscere persone diverse. Non vi verrebbe a noia una vita così? Non vi farebbe venire voglia di amicizie più stabili e abitudini?
E quindi c’è chi si allontana dallo stadio estetico e preferisce, invece di passare da un’esperienza all’altra senza scegliere mai, fermarsi una buona volta e scegliere. Ecco lo stadio etico. Lo stadio etico è invece caratterizzato dall'impegno, dal senso di responsabilità e del dovere. Simbolo di questo stadio è il marito. L'uomo sceglie di mettere su famiglia, di trovare un buon lavoro, di essere fedele e obbediente allo stato, di impegnarsi nella società in cui vive. Ma quando scopre che il mondo è dominato dall’ingiustizia si sente impotente, si sente in colpa per la propria incapacità e i propri limiti e si pente. Se la vita estetica è condannata alla noia, la vita etica è condannata al senso di colpa e al pentimento. E alla fine anche questa annoia. 

Che fare a questo punto? Cercare di distrarsi sempre e sperare di non cadere nella noia? Oppure scegliere l’impegno e magari pentirsi delle scelte che si sono fatte? C’è un’altra strada? Sì, ma occorre fare un salto. È quello che Kierkegaard illustra nel libro Timore e tremore.
Sempre nel 1843, pubblica Timore e tremore, che è dedicato allo stadio religioso, quello in cui l'essere umano sceglie una vita solitaria dedicata a Dio. Simbolo di questo stadio è Abramo. Non so se vi ricordate la storia di Abramo che viene raccontata nella Bibbia. Allora... Abramo era sposato con Sara, ma non riuscivano ad avere figli. Alla fine Dio gli fa avere un figlio quando loro erano ormai molto anziani e avevano perso le speranze. Lo chiamano Isacco. Un giorno, Dio ordina ad Abramo di uccidere suo figlio Isacco. Abramo si avvia per uccidere suo figlio, ma mentre sta per farlo arriva un angelo che lo ferma, dicendogli che Dio voleva solo vedere se era ubbidiente. Abramo si trova così di fronte ad un conflitto tra l’etica, ossia la morale, religiosa, cioè l'obbedienza a Dio, e l’etica umana, cioè l'amore per il figlio. È un dilemma vero.... sostiamo con Abramo un secondo sulla soglia di questo dilemma: lasciare vivere il figlio e disobbedire a Dio, o ucciderlo e avere la condanna di tutti gli uomini? 
Abramo sceglie Dio, sceglie di obbedire a Dio, e questa sua scelta lo salva, in quanto Dio invia un angelo a fermare il sacrificio del figlio dopo aver confermato la sua obbedienza. Kierkegaard usa questa storia per dimostrare che la fede è superiore all’etica degli uomini. Non solo è superiore come se fosse un altro gradino di una scala. Ma è al di là. È oltre. Tra la morale umana e la religione, non c’è continuità, non c’è un ponte, non c’è come direbbe Hegel una dialettica, un progresso. Occorre invece fare un salto, un salto nell’ignoto, affidandoci a Dio. 
 
Come abbiamo visto, Kierkegaard ha provato a scegliere i primi due stili di vita ma alla fine ha scelto il terzo. La sua filosofia coincide con la sua vita e alla fine lui consiglia a tutti di fare come lui. 

Tra il 1844 e il 1846 escono vari libri: Il concetto dell'angoscia: un titolo che più chiaro di così si muore. L’angoscia nasce dalla libertà. Come? L’angoscia nasce dalla libertà? Eh, sì, se noi non fossimo liberi, se sapessimo sempre che stiamo operando la scelta giusta, non saremmo angosciati. Ma la libertà non si può cancellare. La libertà è la principale caratteristica dell’esistenza umana. Per Kierkegaard libertà vuol dire possibilità di scegliere tra varie alternative. Ma è proprio da questa condizione umana che nasce il peccato originale. Adamo ed Eva avevano la possibilità di scegliere: mangiare la mela o non mangiare la mela; hanno scelto, hanno sbagliato scelta: peccato originale, in eterno e per tutta la specie. 

Avere la possibilità di scegliere, insomma, avere il libero arbitrio, è una condanna, perché non sai mai qual è la scelta giusta e perché il pensiero delle possibili conseguenze negative (se fai la scelta sbagliata) è paralizzante. In più, l'individuo non può fare a meno di scegliere: anche il rifiutarsi di scegliere è una scelta.
Che farete dopo la maturità? Provate il test a medicina, o provate a cercare un lavoro? Andate all’estero o restate in Italia? Ogni scelta libera comprende l’angoscia di perdere delle possibilità, e questo ci angoscia. Ma anche se diciamo: va bene, meglio non pensarci, l’angoscia non scompare. Se non scegliamo cosa fare dopo l’università, anche quella non scelta è una scelta. 

E allora che fare? Possiamo evitare di non pensare?
 Se l’essere umano si ferma a pensare alla scelta, al come può andargli bene o come invece può andargli male, l’idea delle infinite possibilità negative distrugge l’idea di quelle positive.
Facciamo un esempio. Il giorno della maturità, per uno studente come Kierkegaard, le possibilità positive sono: venire promossi, venire promossi con un voto altissimo, una giornata di sole, una festa con gli amici, i genitori che ti regalano il motorino o la macchina, la fine dell’epidemia globale, ecc. Ma le possibilità negative sono: essere bocciati, una nuova diffusione del covid, lo scoppio della terza guerra mondiale, l’invasione degli alieni, l’esplosione di 100 bombe atomiche che uccidono tutti gli abitanti del pianeta. L’immaginario apocalittico è imbattibile. 
A differenza della paura, che è sempre paura di qualcosa di preciso (tipo i serpenti, i ragni, eccetera), l’angoscia non si riferisce a nulla di preciso. E quindi l’angoscia è il sentimento del possibile, generato dal rapporto tra io e mondo, a causa dell'incertezza di fronte alle diverse possibilità di scelta offerte dal mondo, ed è quindi inevitabile per ogni essere umano. Cioè: siamo tutti incerti di fronte a quello che potrebbe capitarci nella vita, no? E quindi, dice Kierkegaard, siamo tutti un po’ angosciati.

Sempre nel 1844 pubblica Briciole di filosofia, dedicato alla critica della filosofia di Hegel e della religione della chiesa danese. La religione non è per Kierkegaard una visione razionale del mondo come per Hegel e per la destra hegeliana; è soltanto la via della salvezza, cioè l'unico modo di sottrarsi all'angoscia, alla disperazione mediante un rapporto diretto con Dio. Kierkegaard aveva già criticato la conciliazione degli opposti della dialettica hegeliana (tesi e antitesi che si risolvono nella sintesi), e continua dicendo che Hegel sbaglia a pensare che ci sia l’unità di finito e infinito: l’uomo non viene assorbito dallo Spirito universale, ma resta solo davanti a Dio, come un peccatore. Non c’è unità ma separazione, differenza. Alla riflessione oggettiva della filosofia di Hegel, Kierkegaard contrappone la riflessione soggettiva che si concentra sulla vita umana, che è una vita tragica e paradossale. 
Spesso parliamo di ottimismo di Hegel, e di pessimismo di Kierkegaard. Non vuol dire che uno era un buontempone, e l’altro un pesantone. Quanto che Hegel trovasse nell’esistenza una logica, un senso; mentre Kierkegaard ne vedeva soprattutto le contraddizioni: perché sono libero, se poi questa libertà mi dà angoscia? perché sono un essere dotato di ragione, se poi non possono conoscere Dio o l’aldilà?

Per questo leggere Kierkegaard ci può esaltare. Perché sembra un pensatore molto contemporaneo. Un pensatore solitario, in conflitto con il suo tempo, e che nella riflessione sulla religione, cerca anche qui le contraddizioni più che le consolazioni. 

Quando per esempio Kierkegaard affronta il tema della salvezza e della beatitudine, analizza le differenze tra Socrate e Cristo. Secondo Kierkegaard bisogna rovesciare la teoria della maieutica di Socrate. Non so se ve la ricordate. Socrate diceva che la verità è dentro ognuno di noi e il filosofo è come un’ostetrica che aiuta a “partorire” la verità, a ritrovarla in sé e portarla alla luce. Secondo Kierkegaard, l’uomo invece non ha nessuna verità dentro di sé, l’uomo è solo peccato, la verità sta fuori dall’uomo ed è Cristo, maestro, salvatore e redentore. E il rapporto con Cristo non si verifica nella storia collettiva, come pensava Hegel, ma nell’attimo delle scelte individuali. E questo è il paradosso del cristianesimo: Dio, che è eternità, si fa uomo, cioè entra nella storia. 

Nel 1845 esce Tappe sul cammino della vita firmato Frater Taciturnus, che comprende un saggio intitolato Colpevole? Non colpevole dove racconta la storia d’amore tra lui e Regina Olsen, inserendo addirittura la lettera d’addio che le aveva scritto. Questo gesto poco delicato e sensibile lo pagherà caro. Infatti, dal 1846, la rivista satirica Il Corsaro inizia a prenderlo di mira con una campagna denigratoria che per mesi lo attacca e lo prende in giro sia con articoli sia con vignette che lo rappresentano gobbo, goffo e ridicolo, incapace di salire a cavallo. I tempi della scuola sono tornati e Kierkegaard ora viene bullizzato dall’intera città, così si chiude in casa e non esce più. In questo contesto inizia a scrivere la Postilla alle briciole della filosofia che secondo Kierkegaard doveva essere una risposta, un'antitesi alla Logica di Hegel. 
In questo libro fa delle riflessioni sulla massa e sulla stampa. La massa è disprezzata da Kierkegaard perché è un ammasso di gente in cui le persone hanno rinunciato a essere individui unici e speciali e hanno scelto di omologarsi. I giornali diffondono notizie senza preoccuparsi della loro verità e delle loro conseguenze, quelle che oggi chiamiamo fake news. La massa viene travolta da queste notizie e non si chiede se siano vere o no, le ripete e le diffonde. Quindi la stampa contribuisce a rendere la massa omologata, dove tutti la pensano nello stesso modo, dove nessuno osa contraddire nulla. Tutte riflessioni molto attuali, no?

Alla fine Il Corsaro viene chiuso dal governo e Kierkegaard parte per Berlino per riprendersi un po’. Continua a scrivere, tantissimo... La scrittura era diventata il suo sfogo e l’attività che lo teneva in vita. Quando torna a Copenaghen, lo attende una notizia che lo distrugge: Regina Olsen si è sposata. Gli brucia a tal punto che incredibilmente cerca di riavvicinarsi a lei. La lettera che le scrive gli torna indietro ancora chiusa. Kierkegaard ci rimane malissimo, ripiomba in uno stato di disperazione e infatti nel 1849 pubblica Malattia mortale firmata Anti-Climacus. È uno dei suoi libri più difficili e tristi, tutto dedicato al tema della disperazione come malattia mortale dello spirito. Se l’angoscia nasce dal rapporto tra l’io e il mondo, la disperazione invece è la malattia mortale che nasce dal rapporto dell'io con sé stesso. Infatti, secondo Kierkegaard, l’io può volere essere se stesso o può non volere essere se stesso. Se vuole essere come è, se si piace, comunque non otterrà mai la serenità, perché è imperfetto e limitato, non può bastare a se stesso e avrà sempre bisogno di altro e degli altri. Se invece non vuole essere se stesso, se non si piace così com’è, e cerca di cambiare, si scontra con l’impossibilità di cambiare. In entrambi i casi, l’essere umano è disperato. Nel primo caso la disperazione nasce dall'impossibilità di essere autosufficienti, di bastare a sé stessi. Nel secondo caso la disperazione nasce dall’impossibilità di cambiare il modo in cui si è. 

Il 1849 è un pessimo anno per Kierkegaard perché mentre stava ancora elaborando la tristezza del matrimonio di Regina, il re danese Cristiano VIII è obbligato a concedere una costituzione parlamentare in seguito ai moti del 1848 che erano divampati in Europa. Per Kierkegaard, conservatore monarchico, è l’inizio della fine: la democrazia è la peggiore minaccia per lo stato assieme al comunismo, il cui Manifesto (quello scritto da Marx e Engels) era uscito l’anno prima e aveva lasciato Kierkegaard disgustato. 

Visto che su amore e politica non c’era più nulla da fare, si butta sulla religione e dal 1850 nei suoi articoli giornalistici inizia ad attaccare pesantemente la chiesa danese accusandola di tradire il vero spirito luterano. Esagera così tanto con i toni polemici, che a un certo punto il giornale si rifiuta di pubblicare altri suoi articoli! Anche suo fratello, il vescovo, lo allontana. Nel frattempo, i soldi dell’eredità paterna sono finiti e Kierkegaard era diventa povero. Come se non bastasse, Regina Olsen e suo marito si trasferiscono nelle Antille danesi.

Il suo fisico cede, viene ricoverato all’ospedale e rifiuta le cure perché – pensa – i medici non capiscono che la sua è una malattia spirituale, psicologica e non può essere curata. Oltre alle cure, rifiuta anche l’estrema unzione, perché il prete rappresenta la chiesa ufficiale. 

Muore così nel 1855, all’età di 42 anni. Senza saperlo, aveva fondato la corrente filosofica dell’esistenzialismo, lui che nemmeno si considerava un filosofo, ma un poeta religioso.    L’esistenzialismo è una corrente filosofica che si concentra sull’individuo singolo e studia l’esistenza umana, cioè le esperienze personali che l’essere umano fa nel mondo finché è vivo.
Ma riepiloghiamo il modo particolare in cui Kierkegaard vede l’esistenza. Per lui le esperienze tipiche della vita sono l’angoscia e la disperazione e l’unico modo per uscirne è la fede. Con la fede verso Dio l’essere umano elimina sia l’angoscia, perché ci si affida a Dio, sia la disperazione, perché capisce di essere totalmente dipendente da Dio. La fede, però, per Kierkegaard non può essere né spiegata né dimostrata razionalmente, è un gesto irrazionale e assurdo che non deve essere capito. 

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