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Le Lunatiche

Le Signore in Giallo - Giovanni Falcone

Le Signore in Giallo - Giovanni Falcone
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Palermo 1939, in Sicilia il regime Fascista, grazie soprattutto alle politiche del prefetto Cesare Mori, ha inferto un durissimo colpo a Cosa Nostra. Molti boss sono stati arrestati o mandati al confino, altri sono espatriati negli Stati Uniti. Le famiglie mafiose, momentaneamente in ginocchio, attendono nascoste nell'ombra il momento propizio per riappropriarsi del loro nefasto potere.

Il 18 maggio nel quartiere Kalsa, da Arturo e Luisa, nasce Giovanni Falcone, la Seconda Guerra Mondiale è alle porte e Benito Mussolini trascinerà presto anche l’Italia nel conflitto.

I Falcone a causa dei bombardamenti, il 9 maggio 1943 devono lasciare la propria abitazione trasferiscono dai parenti della madre a Corleone.

 Corleone vivono di stenti altri due adolescenti: uno è rimasto orfano di padre, l’altro lavora in un mulino. Si chiamano Salvatore Riina detto ù curtu e Bernardo Provenzano detto Binnu.

Sognano di fare “piccioli” e di essere notati da Luciano Leggio, campiere del medico del paese, il dottor Michele Navarra che è anche il capo della mafia locale.

A Corleone vive anche il figlio di un barbiere che lascia presto il paese perché comprende che il futuro è a Palermo. Si chiama Vito Ciancimino.

Finita la guerra  40mila palermitani che hanno perso la casa. Il nuovo piano regolatore prevede uno sviluppo edilizio dissennato. La Palermo liberty viene spazzata via. La speculazione edilizia è l’affare principale per Cosa Nostra. Gli uomini più potenti del Comune sono due: Salvo Lima e il figlio del barbiere di Corleone. Vito Ciancimino, che sarà prima assessore e poi sindaco di Palermo.

Sarà protagonista di anni di speculazione edilizia, passato alla storia come Il sacco di Palermo

Falcone entra in magistratura nel 1964. L’anno dopo è Pretore a Lentini. Viene poi trasferito a Trapani per 12 anni. Torna a Palermo nel 1978 alla sezione fallimentare del Tribunale.

L’edilizia non è più l’affare principale della mafia, le cosche hanno trovato nella droga un business molto più redditizio, soprattutto per quelle che hanno appoggi e parenti negli Stati Uniti, dove viene rivenduta generando profitti elevatissimi.

Cosa Nostra è in subbuglio, al suo interno si sono create due fazioni: una guidata dai boss palermitani Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo, l’altra capeggiata dai Corleonesi di Riina e Provenzano, ambiziosi e affamati di potere. Lo scontro è inevitabile e provoca una mattanza che insanguinerà Palermo per anni. Bontate, Inzerillo, i loro familiari e centinaia di picciotti a loro

Con gli omicidi di Bontade e Inzerillo i Corleonesi vincono la guerra di Mafia e prendono le redini di Cosa Nostra. I sopravvissuti sono costretti a scappare lontano. Tra i boss perdenti c’è anche Tommaso Buscetta, nato come Falcone alla Kalsa, che si rifugia in Brasile.

Anche lo Stato paga un prezzo altissimo alla lotta antimafia.

In pochi anni cadono i giudici Cesare Terranova e Gaetano Costa, il capitano dei Carabinieri Emanuele Basile, il vice questore Boris Giuliano, il segretario regionale del PCI Pio La Torre e il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Falcone viene chiamato dal nuovo Giudice Istruttore di Palermo Rocco Chinnici a far parte di un gruppo di magistrati tra cui il suo amico e collega Paolo Borsellino.

Il pool si occupa solamente di Mafia, col vantaggio sia di favorire la condivisione delle informazioni tra tutti i componenti e minimizzare così i rischi personali.   

Chinnici è un nemico troppo pericoloso per Riina. La mattina del 29 luglio 1983  un’ autobomba lo uccide insieme a un membro della scorta e al portiere dello stabile.

 

Le indagini del pool proseguono anche con il nuovo giudice Antonino Caponnetto, che riprende e sviluppa le idee di Chinnici.

Il punto di svolta si ha quando, con l’arresto in Brasile di Tommaso Buscetta, Falcone riesce a carpirne la fiducia e convincerlo a collaborare.

Le informazioni sono preziose, Giovanni e Paolo Borsellino si rinchiudono nel carcere dell’Asinara per preparare il maxiprocesso contro Cosa Nostra che reagisce a modo suo: con le stragi.

 Non potendo toccare i giudici ben protetti all’Asinara colpisce i loro migliori investigatori: Le vittime sono il commissario Beppe Montana e il vicequestore Ninni Cassarà uccisi a pochi giorni di distanza nell’estate del 1985.

Il maxiprocesso termina 16 dicembre 1987 con  360 condanne per complessivi 2665 anni di carcere e undici miliardi e mezzo di lire di multe da pagare.

Nel 1992 la Corte di Cassazione conferma tutte le condanne.

Il pool antimafia però non esiste più. Falcone, naturale candidato alla successione di Caponnetto, viene sconfitto dal collega Antonino Meli, la cui ignavia vanificherà il lavoro di anni nella lotta contro la Mafia.

Falcone, vittima anche delle accuse di eccessivo protagonismo, è costretto a lasciare Palermo per proseguire a Roma, al Ministero di Grazie e Giustizia, la lotta contro la mafia, su chiamata del ministro Claudio Martelli.

Falcone però sa che anche lontano da Palermo il conto aperto con Cosa Nostra si chiuderà soltanto con la sua morte.

Riina e Provenzano per ucciderlo decidono un’azione eclatante, esemplare. Il 23 maggio 1992 fanno saltare con il tritolo un tratto dell’autostrada Palermo- Capaci mentre l’auto di Falcone, di ritorno da Roma transitava di lì. Muoiono il giudice, sua moglie, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Di Cillo e Antonio Montinaro. Il 19 luglio anche Paolo Borsellino verrà assassinato.

Il 15 gennaio 1993 i carabinieri dell’unità speciale Crimor, comandati dal Capitano Ultimo, arrestano a Palermo Totò Riina. Il capo dei capi morirà in carcere, a Parma, il 17 novembre 2017.

Bernardo Provenzano viene catturato dalla Polizia di Stato l’11 aprile 2006, morirà il 13 luglio 2016 a Milano.

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