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Voci - Intervista a Adlène Meddi

Voci - Intervista a Adlène Meddi
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La voce di Adlène Meddi, giornalista algerino e autore di 1994 (Barzakh, 2017), raccolta da Costanza Spocci.
Intervista a Adlène Meddi, giornalista algerino e  autore di  1994 (Barzakh, 2017) - di Costanza Spocci
 

Dall’inizio della crisi sanitaria in Algeria si sono verificati due fenomeni in contemporanea: il primo, la decisione dei manifestanti di non manifestare più fisicamente in strada, e il secondo è che c’è stata una nuova ondata di arresti di militanti, attivisti e giornalisti. Ma c’è anche un’altra componente temporale: le nuove autorità algerine si stanno installando al potere. Da metà dicembre abbiamo un nuovo presidente che si fa spazio, cambia i capi della sicurezza – ci sono stati dei cambiamenti anche dentro l’esercito algerino - e questi cambiamenti all’interno del potere politico – al di là di quello che succede nella società civile, hanno continuato a creare delle tensioni interne. Perché si tratta di un potere nuovo, che prende piede dopo ben 20 anni di regno di Bouteflika. E quindi nella griglia di lettura di questo nuovo potere, tutto quello che è opposizione della società civile, non è altro che il frutto del vecchio potere che è ancora là e che si batte, anche se è agonizzante. E con la fine delle manifestazioni per strada, a causa del coronavirus, c’è anche meno pressione sul sistema. E l’accelerazione degli arresti recenti, di giovani youtubers, di giovani militanti sulle reti sociali, e del giornalista attivista – molto conosciuto – Khaled Drareni, non è altro che l’espressione di questa crisi transitoria del potere. E per questo è così repressiva. E’ una questione di cultura dello Stato: se prima l’obiettivo erano persone come Fersaoui o Karim Tabou, che sono personalità politiche conosciute, della società civile e del movimento Hirak, oggi assistiamo a una democratizzazione della repressione. Il problema è che c’è una cultura di Stato paranoica e che crede che ogni opinione contraria sia fabbricata dalle lotte interne al sistema. Il vero problema è che non c’è una visione vera e propria della società civile in quanto tale e che pensa in maniera autonoma.

Il problema del movimento popolare Hirak però, è che è cambiato molto. Diversi portavoce del movimento e di partiti politici, hanno provato a strumentalizzare l’Hirak, perché non hanno un vero e proprio seguito nella società. E quindi quando l’Hirak ha dovuto fermarsi a causa del coronavirus, in quel momento il movimento non era già più l’Hirak del 22 febbraio 2019, ma qualcosa di molto meno partecipato, e un movimento strumentalizzato dai partiti. Quindi si è fermato in un momento in cui era indebolito: per questo le persone oggi sono molto pessimiste sulla ripresa dell’Hirak dopo il coronavirus. Ma c’è la società nel suo insieme, che ha sperimentato il potere di destituire un presidente che ha regnato sul paese per 20 anni. Che ha unversitari che si battono in piccoli sindacati, che ci sono collettivi di cineasti che provano a creare una nuova politica culturale per il paese, ci sono i semi del cambiamento e di cittadinanza che sono sparsi in tutta la società e che possono crescere in nuove forme di lotta e mobilitazione, di iniziative cittadine e politiche…tra un anno, due anni, tra 20 anni, ma è qualcosa che è là e quindi resto ottimista…sul lungo, lungo termine.  


  

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