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Prima Pagina del 1 aprile 2020

Prima Pagina del 1 aprile 2020
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con Luigi Contu

Mantovani: "Senza rigore scientifico si tradiscono i malati"

La Commissione Salute dell’ Accademia Nazionale dei Lincei prende posizione sulla gestione di Covid-19 in un documento firmato da Maurizio Cecconi, Guido Forni e Alberto Mantovani, sotto l’egida del suo presidente Jacopo Meldolesi. «Abbiamo pensato che fosse nostra responsabilità sociale comunicare nel modo più corretto possibile su questo argomento» spiega Mantovani. «Pur consci dei limiti di questo sforzo abbiamo cercato di produrre un vaccino contro notizie false o imprecise che circolano e di fornire un vademecum a chi opera in questo campo anche al di fuori dell’Italia, in condizioni ancora più difficili, basti pensare ai Paesi africani» (qui lo speciale «La parola alla scienza»).

A che cosa si riferisce quando parla di notizie false?
«Una di queste è l’ipotesi che il virus sia stato creato in laboratorio: una falsità già circolata a proposito di Ebola, Sars, Hiv. Ma si potrebbero fare molti altri esempi».

Nel vostro documento però parlate anche di terapie fatte da medici.
«Abbiamo cercato di fare il punto sottolineando la necessità di recuperare la centralità della metodologia della ricerca. Non è responsabile dichiarare di avere la cura in mano dopo aver visto due pazienti stare meglio. Così si nega il diritto alla speranza che si deve garantire in medicina».

Ma chi prova nuove cure lo fa, se in buona fede, proprio per dare una speranza.
«Anche in questa situazione è necessario trovare un equilibrio fra emergenza e rigore. Nel nostro documento, non a caso, facciamo riferimento a editoriali comparsi su importanti riviste scientifiche che concordano sull’importanza anche nelle circostanze attuali, di seguire metodi rigorosi, per potere aiutare i pazienti di oggi e di domani. Chi diffonde notizie di soluzioni mirabolanti senza evidenza scientifica tradisce i malati».

Ma si possono invocare sperimentazioni controllate in emergenza? Provare non è meglio che non fare nulla?
«Siamo in contatto da tempo con Wuhan e conosciamo il valore dei medici cinesi. Anche loro hanno provato di tutto, il che è comprensibile, ma così non si sono ottenute prove chiare a favore di questo o quel trattamento».

C’è qualche caposaldo da cui partire?
«Certo. Il primo è il supporto respiratorio, che serve a guadagnare il tempo perché le difese dell’organismo facciano il loro lavoro. Su questo si possono innestare diversi interventi che analizziamo nel nostro documento in base alle evidenze disponibili. Sugli antivirali utilizzati non ci sono ancora prove sufficienti di efficacia nel trattamento precoce. Su alcuni l’Oms sta cercando di avviare uno studio globale e secondo noi è un approccio giusto. Ci sono poi i farmaci per fermare il cosiddetto “fuoco amico”, cioè la risposta immunitaria fuori controllo, che causa danno e non beneficio. Fra questi l’ormai celebre tocilizumab, che è entrato nelle linee guida cinesi all’inizio di febbraio dopo le sperimentazioni di Haiming Wei dell’università di Hefei. Non c’è sicurezza che dia beneficio ad alcuni malati, anche in questo caso però sono in corso studi clinici controllati per verificarne l’utilità. Altra opzione è rappresentata da molecole che bloccano l’interleukina-1 o il complemento (una componente del sistema immunitario, ndr) o altri farmaci ancora. Su tutte queste possibilità però serve cautela perché non sono medicinali privi di effetti collaterali. Quanto a clorochina e idrossiclorochina, di cui si parla molto, c’è da dire che hanno attività antivirale ad alte dosi e anche attività sul sistema immunitario, quindi forse possono fermare “il fuoco amico” inappropriato ma anche sopprimere la risposta immunitaria. In ogni caso sono farmaci con un’importante tossicità sul cuore. Sono molto preoccupato da comunicazioni fatte al pubblico su questi farmaci senza che vi sia un’evidenza scientifica condivisa, comunicazioni che hanno causato e possono causare gravi danni. È bene ricordare che ad esempio l’agenzia francese per la sicurezza dei medicamenti ha annunciato di avere avuto notifica di 30 casi di tossicità grave , fra cui 3 morti, associati a questi farmaci. E la rivista Science ha riportato di decessi causati da questi medicinali negli Stati Uniti dopo una dichiarazione del Presidente che li definiva “dono di Dio” . Questo tipo di affermazioni, prive di base scientifica, fanno male ai pazienti e disorientano i medici in prima linea. Sono necessarie sperimentazioni rigorose, come ad esempio quella annunciata dall’Oms».

Si parla molto anche di anticorpi terapeutici.
«Una delle possibilità evocate è l’uso di plasma di persone guarite da Covid-19 per trattare i malati. Lo stesso criterio è già stato usato per Ebola, e vi si è fatto ricorso anche in Cina, per ora senza chiara evidenza sull’efficacia. Un’altra possibilità è rappresentata dagli anticorpi monoclonali umani (quelli che poi danno origine ai farmaci che finiscono per “mab”, ndr) su cui stanno lavorando molti laboratori, accademici e industriali in tutto il mondo. Ci vorrà tempo per il loro impiego in clinica e comunque anche in questo caso bisognerà essere molto attenti nella sperimentazione perché in particolari condizioni gli anticorpi possono facilitare, invece che impedire, l’ingresso di un virus in una cellula».

L’impressione però è che procedendo con i piedi di piombo alla fine non si possa fare nulla.
«Non è affatto così. Casomai è il contrario. Studi ben fatti si possono condurre anche con terapie compassionevoli purché basati su base empiriche razionali. Non possiamo provare la bava di rospo soltanto perché al momento non abbiamo altro. Potrebbe fare più male che bene a qualcuno che sta già malissimo. Se non procediamo con intelligenza e rigore non impariamo niente».

Sui vaccini qual è la vostra posizione?
«È sostanzialmente la stessa. Ci sono almeno una ventina di vaccini in corsa e il percorso è stato saggiamente accorciato. Non sappiamo ancora quale arriverà per primo, ma ci vorrà tempo, anche perché non si può non essere sicuri non solo dell’efficacia, ma anche della sicurezza, di qualcosa che potrebbe essere somministrato a miliardi di persone».

Vi esprimete anche sull’andamento dell’epidemia? Sull’attesa del famoso «picco»?
«Mia opinione personale è che su questo tema si debba lasciar parlare solo chi ne sa davvero di epidemiologia e di sanità pubblica, e in Italia gli esperti non mancano. Vedo dappertutto studi e proposte su come e quando finirà, ma non è solo poco serio fare pronostici in un campo in cui ci sono moltissime variabili da considerare, è anche pericoloso, perché può influenzare i comportamenti e indurre ad abbassare la guardia. Siamo in partita e le partite finiscono al novantesimo minuto, non prima».

Sui test diagnostici che cosa pensate?
«Che quelli attuali richiedono personale specializzato, tempo di laboratorio, possono dare falsi negativi e abbiamo limiti di reagenti. Ovviamente sono ciò di cui disponiamo ed è chiaro che dobbiamo usarli, con priorità assoluta su chi è in prima linea, il personale sanitario. Sono in arrivo nuovi test affidabili, più rapidi e già approvati che potranno dare un contributo importante. Anche perché quando il grande incendio sarà spento si accenderanno molti fuocherelli e questo ci permetterà di intervenire subito. Quando poi avremo test rapidi e affidabili sugli anticorpi prodotti contro il virus e sapremo se questi anticorpi sono effettivamente protettivi avremo fatto un passo avanti decisivo».

Luigi Ripamonti - Corriere della Sera

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