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Prima pagina

Prima Pagina del 21 gennaio 2020

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con Antonella Mascali

Oxfam. Un mondo diseguale: in 2mila hanno più ricchezze di 4,6 miliardi di persone

   
L’ascensore distributivo è bloccato come sempre (il patrimonio complessivo dei 22 Paperoni più ricchi del pianeta supera la ricchezza di tutte le donne africane), e pure quello sociale non gode di buona salute. In Italia, in un Paese dove il 30% degli occupati giovani guadagna meno di 800 euro al mese, l’influsso delle condizioni di origine si fa sentire subito dopo la conclusione del ciclo di studi: a parità di istruzione, in media il figlio di un dirigente ha un reddito netto annuo superiore del 17% rispetto al figlio di un impiegato.
Alla vigilia del Forum economico mondiale di Davos, il club super-esclusivo che dal 21 al 24 riunisce sulle nevi svizzere leader politici e big delle grandi aziende, che quest’anno si annuncia animato più che mai da donne (sono attese Greta Thunberg, Sanna Marin, Ursula von der Leyen, Christine Lagarde, ma poi ci torna anche Donald Trump), la ong britannica Oxfam ripropone il suo dossier che scandaglia nelle infinite ingiustizie del pianeta Terra. Con un focus proprio sulla disuguaglianza di genere e, in particolare, su un piccolo, grande tesoro presente nelle nostre case: il lavoro di cura (ma non retribuito).
Un fattore che, secondo le proiezioni fatte dall’organizzazione in miliardi di ore-lavoro, vale oggi più (ben 3 volte) del mercato globale di beni e servizi tecnologici ma che, per un incredibile paradosso, impedisce al 42% delle donne nel mondo di avere un impiego (solo il 6% degli uomini si trova nella medesima condizione).

Il nuovo rapporto annuale è un altro “mattone” su questa Terra delle disuguaglianze. Un solo dato su tutti: i 2.153 esseri umani più facoltosi del pianeta detengono una ricchezza pari al patrimonio di 4,6 miliardi di persone. Ma se si assottigliano nel mondo le distanze tra i livelli medi di ricchezza dei Paesi (effetto della globalizzazione?), i divari crescono però all’interno di molti Stati.
Anche in Italia: da dati aggiornati a metà 2019, il 10% più ricco possedeva oltre 6 volte la ricchezza globale della metà dei nostri connazionali. Effetto delle disparità nella distribuzione dei redditi da lavoro, che restano forti anche nell’era delle post-ideologie. In un mondo in cui il 46% di persone vive ancora con meno di 5 dollari e mezzo al giorno e dove il reddito medio globale da lavoro è calcolato a 22 dollari al mese (dato 2017), un lavoratore collocato nel 10% che ha i salari più bassi dovrebbe lavorare quasi tre secoli e mezzo (sì, secoli, non anni) per raggiungere la retribuzione media in un anno di un lavoratore della fascia più elitaria del 10%.

«Quest’anno abbiamo voluto però rimettere al centro – dice Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia – la dignità del lavoro, poco tutelato e scarsamente retribuito, frammentato o persino non riconosciuto». In effetti lo studio, intitolato “Time to Care”, si sofferma sul lavoro di cura, e su quello domestico sottopagato, che grava soprattutto sulle spalle delle donne. Uno sforzo enorme che viene fatto per garantire a tutti noi diritti essenziali, ma il cui valore nella società è tuttavia scarsamente riconosciuto.
Ancora nel 2018 l’11,1% delle donne italiane non ha mai avuto un impiego per prendersi cura dei figli, un dato che supera del 3,7% la media europea. Inoltre il 38,3% delle madri con figli con meno di 15 anni è stato costretto a modificare aspetti professionali per conciliare lavoro e famiglia. E il tasso d’occupazione delle madri tra i 25 e i 54 anni si attestava al 57%, contro il 72,1% delle donne senza figli nella stessa fascia d’età. E’ un fenomeno sul quale Oxfam suona con forza un campanello d’allarme rivolto alla politica: si stima che entro il 2030 avranno bisogno di assistenza nel mondo 2,3 miliardi di persone, con un aumento di 200 milioni rispetto al 2015.

L’altro tema messo a fuoco da Oxfam è il cosiddetto “ascensore sociale”, cioè la difficoltà nel migliorare le condizioni economiche nel passaggio da una generazione a quella seguente. L’Italia è un Paese poco mobile, già nella distribuzione del “reddito disponibile equivalente”: il rapporto analizza la sua evoluzione nel millennio fino al 2017 (ultimo anno coperto dalle rilevazioni Eu-Silc di Eurostat) per concludere che nell’ultimo decennio l’indice di Gini, il parametro statistico che misura le disuguaglianze, è sì rimasto piatto, ma vede ancora l’Italia in 23esima posizione per equità distributiva tra i Paesi dell’Unione.
E a essere penalizzate sono, ancora una volta, soprattutto le famiglie con 4 o 5 o più componenti. Inoltre, secondo gli analisti di Oxfam soltanto il 12% dei figli con un profilo patrimoniale “basso” riesce a raggiungere nell’arco della vita il quintile più ricco e, con l’attuale intensità del fenomeno, si stima che ci vorrebbero 5 generazioni per i discendenti del 10% più povero degli italiani solo per arrivare a percepire il reddito medio nazionale. Tendenze aggravate dall’ulteriore fenomeno della dispersione scolastica, su cui si lancia un altro allarme: l’abbandono tra i 18 e i 24 anni ha toccato nel 2018 il 14,5%, in crescita dopo quasi 10 anni di calo. E anche qui siamo “maglia nera” in Europa, quart’ultimi dopo Spagna, Malta e Romania.

Eugenio Fatigante - Avvenire

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