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Prima Pagina del 12 gennaio 2020

Prima Pagina del 12 gennaio 2020
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con Francesca Paci

La tirannia del tempo nel mondo digitale


Site di quelli che non resistono più di cinque minuti senza controllare le email sul telefonino, leggere gli ultimi WhatsApp e contare i like su Instagram? Dormite lasciandolo acceso sul comodino e vi svegliata all’alba per compulsare Twitter? Benvenuti fra i tecnodipendenti. Se avete ancora qualche senso di colpa, procuratevi questo libro e li supererete per sempre. Judy Wajcman, la sociologa nata a Melbourne da due rifugiati ebrei e titolare oggi della cattedra Anthony Giddens alla London School of Economics, parte dal paradosso della pressione del tempo per proporre la sua teoria sociomateriale della tecnologia, fondata su un’idea pragmatica, contraria a ogni determinismo, e passibile invece di adattamenti minatesi e di tante circostanze attenuanti.

Come mai ricorriamo alla tecnologia per avere più tempo, ma finiamo tutti per averne di meno, pressati come siamo dalla connessione permanente, quado si tratta di pc, iPad e telefonini, ma ce dal continuo stress da casalinghe disperate, che ogni giorno vedono assottigliarsi il loro tempo pur avendo la casa piena di Bimby, di forni digitali, di robot aspirapolvere? La risposta è semplice. Non è la tecnologia a divorare il nostro tempo e a ottundere le nostre risorse cognitive e comportamentali, come sostengono i catastrofisti. Ma è il nostro immaginario culturale e sociale a promuovere questa pressione continua del tempo, perché il mondo moderno si fonda sulla velocità, sull’accelerazione, sul tempo come valore e sulla sua trasformazione in produttività e ricchezza attraverso il lavoro. 

Cent’anni fa, quando Thorstein Veblen scriveva The Theory of the Leisure Class (1899) lo status symbol delle classi agiate era l’ozio, coi pic-nic sulla Senna di pinti da Eduard Manet e i concerti in casa dei quadri di Fèlix Valloton. Oggi invece l’ozio è sinonimo di inerzia, sottosviluppo e tutt’al più di decrescita felice come predica come precisa qualche peregrino. Ma il prestigio sociale dei ricchi sta nell’essere superimpegnati, come le ora contate e un’agenda serrata anche quando vanno n vacanza, sottomettendosi ad un ruolino di marcia infernale. Tant’è che il manager, il finanziere e l’industriale che torna a casa senza trovare nemmeno una mail rischia di sentirsi un perdente, se non addirittura un fallito.

Per suffragare la sua teoria, Judy Wajcman evoca la nascita dell’idea della velocità consustanziale alla modernità, e vi innesta una riflessione sui più recenti studi del rapporto tempo-tecnologia. Relativizza così l’impatto della tecnologia digitale, asincronica e policronica, che spinge a fare molte cose insieme. E insiste invece sull’uso sociale della tecnologia e sui vari modi di adattamento individuale. Già alla fine dell’800, osserva la sociologa dell’LSE, grandi invenzioni come il telefono, il telegrafo senza fili, i raggi X, il cinema, l’automobile e l’aeroplano, produssero nel giuro di trent’anni cambiamenti epocali irreversibili nella vita quotidiana, accelerando lo sviluppo di nuovi modi di pensare e di sperimentare le coordinate spazio o tempo. Ricorda, per esempio, il fondatore del Futurismo, Filippo Tommaso Marinetti, che nel 1909 inneggiava alla forza, alla giovinezza e alla violenza in nome della tecnologia e in spregio al passato che a dir suo andava distrutto. Cita le avanguardie, l’architettura modernista, la macchina per abitare di Le Corbusier, il loro entusiasmo radicale per il nuovo, per la tecnologia, fattore di crescita e mezzo di distruzione violenta. E rende omaggio a Georg Simmel, il sociologo tedesco che fra i primi previde l’intensificarsi della vita nervosa nelle metropoli moderne, e la connessione tra l’accelerazione del ritmo di vita quotidiana e la natura del denaro, che col trionfo dell’effimero e della brevità. È il fondamento stesso della temporalità moderna in cui continuiamo ad essere immersi.

Marina Valensise – Il Messaggero
 

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