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Prima Pagina del 29 dicembre 2019

Prima Pagina del 29 dicembre 2019
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con Lidia Baratta

Inferno jihadista a Mogadiscio, al-Shabab colpisce ancora


Scacciato da Mogadiscio nel 2011, il gruppo qaedista somalo al Shabab non perde occasione di riaffermare la sua capacità di colpire la capitale, confermando anche la tendenza a non fare distinzioni tra apparati politici, forze di sicurezza e popolazione civile. Se in luglio il kamikaze di turno era penetrato fin dentro il municipio uccidendo anche il sindaco Abdirahman Omar Osman, le vittime dell’attentato di ieri – oltre 90 morti e 100 feriti secondo le stime provvisorie delle autorità – sono soprattutto studenti universitari, donne, bambini, cittadini in fila davanti a un ufficio di riscossione dei tributi. Oltre a una dozzina di poliziotti in servizio all’Ex Control, uno dei checkpoint che regola l’accesso e l’uscita dalla città, in direzione Afgoi.

La potenza dell’esplosione ha ricordato a molti testimoni quella, tremenda, che nell’ottobre 2017 provocò 587 morti. Non è chiaro se l’attentatore avesse un altro obiettivo e ha deciso di far esplodere l’auto perché individuato o se il suo obiettivo fosse proprio fare strage a quell’incrocio, fatalmente affollato all’ora di punta. Come nel 2017. Anche allora si parlò inizialmente di un centinaio di vittime e alla fine si arrivò a quasi 600.
Si sono così riviste le scene strazianti, i sopravvissuti sotto choc, l’andirivieni confuso di ambulanze e una gigantesca colonna di fumo nero levarsi dal luogo dell’esplosione. Poi la voce delle istituzioni ha tuonato contro al Shabab – che non ha ancora rivendicato -, il governo ha annunciato la formazione di un cabinetto ad hoc per l’emergenza terrorismo, il premier Ali Hassan Khaire ha incitato il paese alla «vittoria finale».

Angosciato dall’effetto che l’ennesimo attentato potrebbe avere sul flusso crescente d’investimenti stranieri, il presidente Mohamed Abdullahi “Farmajo” si è soffermato invece su quello che i jihadisti sicuramente non fanno: «Non hanno mai costruito scuole, né ospedali, né strade», ha detto. Non una parola sui motivi che hanno portato al licenziamento, il giorno prima, del capo dell’Agenzia di intelligence somala (Nisa), Zakariye Ismail Hersi; né su come pensa di portare al voto il paese nel 2020.
Al di là dei toni, sono voci balbuzienti di un esecutivo dalla sovranità estremamente ridotta, che dipende in tutto e per tutto dal sostegno militare dei droni Usa che colpiscono le postazioni dei jihadisti – insieme alle case dei civili innocenti – e dai 20 mila soldati schierati da Onu e Unione africana (la missione Amisom), che dovrebbero ritirarsi quando gli “addestratori” militari europei (e italiani) avranno messo su un esercito somalo all’altezza.
Un ruolo cruciale lo giocano anche gli interessi di Turchia e paesi del Golfo, che al valore strategico dei porti somali e a quello economico della «ricostruzione» non intendono rinunciare, a costo di spendere milioni di dollari in contractors per difendere personale e infrastrutture. Se parliamo di «strade», al rifacimento di quella che dal checkpoint colpito ieri conduce verso il centro città lavoravano anche quattro ingegneri turchi, investiti in pieno dall’esplosione. Ankara ha confermato nel pomeriggio la morte di due di loro. E il presidente Erdogan ha ribadito il suo impegno per creare «ambiente utile allo sviluppo del paese».

Dall’Italia e dal suo governo, che già annaspa nel pantano libico con guerra alle porte e vorrebbe sì dire qualcosa sulle sorti di questa altra ex colonia martoriata ma non sa bene cosa, non avendo contezza dell’insensatezza dell’opzione militare, arriva solo la condanna del «vile attentato».
Sicuramente in cuor suo il premier Conte pensa ai militari italiani che sono in Somalia con compiti appunto di «addestramento» e lo scorso 30 settembre sono stati oggetto di un attentato “rudimentale”, con un bilancio di due feriti gravi, limitandosi però all’auspicio che anche loro, come il governo, se la cavino.

Marco Boccitto - il manifesto

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