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Prima pagina

Prima Pagina del 6 Dicembre 2019

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Con Alberto Chiara

Avvenire
La possibile Giornata della fratellanza
Umanesimo controcorrente.
 

Stefania Falasca

«Onorate tutti, amate la fratellanza». È alla lettera quello che Pietro nella sua Prima lettera chiede ai fedeli. In pratica l’abc del nostro futuro. Ed è alla lettera, proprio con la "fratellanza" – parola che viene dal Vangelo e sta alla base della visione cristiana dell’umanità – che papa Francesco ha voluto segnare il 2019 come aveva dato già a intendere nel suo messaggio Urbi et Orbi dello scorso Natale. Un sigillo posto in febbraio nel Golfo Persico insieme al grande imam sunnita di al-Azhar, Ahamad al-Tayyeb, con una solenne doppia firma a un documento comune sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune. Appello congiunto senza precedenti rivolto «a tutte le persone che portano nel cuore la fede in Dio e la fede nella fratellanza umana».

Per «unirsi e lavorare insieme» perché «diventi una guida per le nuove generazioni verso la cultura del reciproco rispetto, nella comprensione della grande grazia divina che rende tutti gli esseri umani fratelli».

Ora – come già annunciato dal Comitato nato ad agosto per l’applicazione di quel documento – arriva anche la proposta di una Giornata mondiale della fratellanza umana da celebrarsi il 4 febbraio con la richiesta alle Nazioni Unite di partecipare, insieme alla Santa Sede e ad al-Azhar, all’organizzazione in un prossimo futuro di un summit mondiale sulla fratellanza umana. È un gesto in piena continuità con il Concilio che nella Gaudium et spes, apprezzando l’operato delle istituzioni internazionali come strumento di sviluppo e di riconciliazione, dichiarò che «la Chiesa si rallegra dello spirito di vera fratellanza che fiorisce tra cristiani e non cristiani e dello sforzo d’intensificare i tentativi intesi a sollevare l’immane miseria».

Al termine della dichiarazione Nostra aetate sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane il Concilio si era espresso con parole simili: «Non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso gli uomini che sono creati ad immagine di Dio». Da allora in avanti la fratellanza ha assunto il ruolo di categoria orientatrice nella dottrina sociale cattolica. Così, in continuità con i Pontefici che l’hanno preceduto, papa Francesco con il dialogo di rispetto e amicizia, in parole e in opere, non cessa di esortare il mondo e tutte le persone di buona volontà a promuovere tre cose: fraternità, pace e convivenza. In pratica i tre elementi essenziali se si vuole veramente far guarire le ferite del nostro mondo. In questo delicato momento storico è ai responsabili delle religioni, forse come mai in passato, che spetta il compito non più rimandabile di contribuire attivamente a smilitarizzare il cuore dell’uomo.

La corsa agli armamenti, l’estensione delle zone di influenza con politiche aggressive a discapito degli altri dicono che a queste condizioni non ci sarà mai stabilità perché la guerra non sa creare altro che miseria, le armi nient’altro che morte. Proprio la fratellanza umana pertanto pone ai rappresentanti delle religioni il dovere di bandire ogni sfumatura di approvazione dalla parola 'guerra'. Come sappiamo, la polemica occidentalista nei confronti dell’islam ha conosciuto varie gradazioni. Papa Francesco non ha mai preso la postura del 'grande precettore' dell’islam, chiamato a favorire il suo adattamento a una modernità multiculturale e multireligiosa. Il Papa e i suoi collaboratori non hanno mai avuto nemmeno intenzione di passare per quelli che danno lezioni all’islam e a nessun altro.

E forse proprio per questo il documento di Abu Dhabi si presenta come una mappa condivisa senza riserve e resistenze anche da parte islamica su come camminare insieme e vivere la fede in Dio nell’attuale assetto del mondo. Nel contempo, senza bandire guerre sante, nel testo sottoscritto con il grande imam si riafferma anche la sostanziale comunanza d’intenti nella custodia della legge naturale. Papa Francesco e al-Tayyeb ripetono che l’ingiustizia e la distribuzione iniqua delle risorse naturali «hanno generato, e continuano a farlo, enormi quantità di ma-lati, di bisognosi e di morti, provocando crisi letali»; che la famiglia è «essenziale» come nucleo decisivo della società e dell’umanità «per dare alla luce dei figli, allevarli, educarli, fornire loro una solida morale»; che la vita è un dono del Creatore «che nessuno ha il diritto di togliere, minacciare o manipolare a suo piacimento», da custodire «dal suo inizio fino alla morte naturale», contrastando anche «l’aborto e l’eutanasia e le politiche che sostengono tutto questo».

Anche così, senza temere di esporsi ad accuse di oscurantismo, un Papa e un imam sperimentano la riscoperta della fraternità dei figli di Dio anche come riserva di pensiero critico nei confronti delle nuove idolatrie individualiste e liberal che inondano il tempo della globalizzazione.

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