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Prima pagina

Prima Pagina del 15 novembre 2019

Prima Pagina del 15 novembre 2019
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Con Jacopo Zanchini

LA SENTENZA

Cucchi, 12 anni ai due carabinieri
responsabili di omicidio.
Il baciamano del militare in aula

L’imputato-testimone assolto per il pestaggio, ma condannato per i falsi

di Giovanni Bianconi

 

ROMA — «Responsabili del delitto loro ascritto al capo A», dice il presidente della corte d’assise Vincenzo Capozzi. Significa colpevoli della morte di Stefano Cucchi, un pestaggio che s’è trasformato in omicidio preterintenzionale. Per questo i carabinieri Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo sono condannati a 12 anni di carcereIlaria Cucchi e il suo avvocato-compagno Fabio Anselmo, si stringono forte la mano. Il giudice va avanti nella lettura della sentenza. Assolto dall’omicidio il carabiniere Francesco Tedesco, che dopo nove anni di silenzi e menzogne ha confessato di aver assistito alle botte rivelatesi letali, e condannato per i falsi commessi dal 2009 in poi.

Condannato pure il suo ex comandante di stazione, Roberto Mandolini: tre anni e otto mesi di pena perché contribuì a manomettere le relazioni di servizio per proteggere i suoi sottoposti, e per le bugie dette durante l’altro processo, quello agli imputati sbagliati: i tre agenti penitenziari già assolti e ora presenti in aula come «parti offese»; anche per loro oggi è un giorno di riscatto. Ma è soprattutto la vittoria di ciò che resta della famiglia Cucchi: la sorella Ilaria, che sorride commossa al baciamano di un carabiniere addetto alla sicurezza che vuole renderle omaggio a nome dell’Arma, e i genitori Rita e Giovanni, che dopo dieci anni di battaglie e sconfitte possono sciogliersi in un abbraccio finalmente liberatorio con l’ex senatore, Luigi Manconi, sempre al loro fianco.

Al termine di due anni di udienze e otto ore di camera di consiglio, arriva il verdetto di primo grado contro gli imputati «giusti», autori dell’arresto e responsabili delle percosse inflitte al trentunenne spacciatore di marijuana e cocaina, fermato la sera del 15 ottobre 2009. Da lì cominciò il calvario del detenuto, picchiato in caserma (così ha stabilito la sentenza), poi portato in tribunale, trasferito a Regina Coeli, due volte al pronto soccorso e infine ricoverato all’ospedale Pertini dove è morto a una settimana dall’arresto, senza che i familiari riuscissero a sapere nulla delle sue condizioni.

Cominciarono le indagini e i processi contro agenti di custodia e medici (ieri assolti o prescritti nel terzo giudizio d’appello), ma solo nel 2015 la nuova inchiesta avviata dalla Procura di Roma ha imboccato la strada giusta. Grazie ai due carabinieri Riccardo Casamassima e Maria Rosati, che si presentarono ai Cucchi per raccontare ciò avevano sentito dire in caserma dopo la morte di Stefano; e al detenuto Luigi Lainà, che a Regina Coeli rivelò a Cucchi: «Mi hanno picchiato due carabinieri in borghese, di quelli che m’hanno arrestato, che se so’ divertiti, mentre uno in divisa gli diceva di smettere».

Gli accertamenti del pubblico ministero Giovanni Musarò, che con l’accordo del procuratore Giuseppe Pignatone ha messo in campo tecniche investigative antimafia affidate alla Sezione criminalità organizzata della Squadra mobile di Roma, ha portato alla luce l’identità degli imputati condannati, nascosta a suo tempo nei verbali d’arresto ma confermata dalle intercettazioni andate avanti per mesi. Compresa quella della ex moglie di uno dei due, che gli rinfacciava al telefono: «L’hai raccontato tu di quanto vi eravate divertiti a picchiare quel drogato di merda!».

L’impianto dell’accusa è stato accolto pressoché integralmente dalla corte: rispetto alle richieste le pene sono inferiori perché i giudici hanno concesso agli imputati in divisa le attenuanti che il pm aveva proposto di negare, considerati i dieci anni di omertà. Ma le difese, che continuano a reclamare l’innocenza dei condannati, hanno già annunciato appello.

Le nuove indagini negli archivi dell’Arma, affidate al Nucleo investigativo dei carabinieri di Roma, hanno smascherato le false relazioni sulle condizioni di Cucchi. Manomesse con l’avallo degli ufficiali oggi imputati nel processo sui depistaggi che comincerà a dicembre, per evitare — all’epoca — che l’inchiesta sulla morte di Cucchi prendesse di mira chi l’aveva arrestato e tenuto in custodia. Ancora nel 2015 altri appartenenti all’Arma tentarono di ostacolare l’inchiesta, e nonostante ciò sono ugualmente venuti alla luce il registro della caserma in cui avvenne il pestaggio con il nome di Cucchi cancellato col «bianchetto», più altri elementi che hanno portato alla sentenza di ieri. Vicende che hanno spinto il comandante generale dell’Arma, Giovanni Nistri, a esprimere alla famiglia Cucchi «dolore e vicinanza», ribaditi ieri dopo le condanne «di alcuni carabinieri venuti meno al loro dovere, con ciò disattendendo i valori fondanti dell’Istituzione».

 

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