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Prima Pagina dell'8 dicembre 2019

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con Alberto Chiara

In fuga dalla prigione della sete


Mucchietti di panni sporchi giacciono alla rinfusa sulla roccia piata, la più grande. Fra i ciottoli spuntano le bacinelle, ancora vuote. Là verranno accumulati vestiti e biancheria puliti. Ma Ismelda questa mattina è in ritardo. “Mi hanno chiesto di arrotolare più sigari, così sono arrivata solo ora”, racconta senza smettere di fregare una maglia rosa con un minuscolo pezzo di sapone. “Con quel che costa, devo farmelo bastare”, dice, con la schiena piegata fin quasi alle caviglie dove arriva l’acqua del Riachuelo. 
A guardarlo, con il fondo pietroso in bella mostra, si fa fatica a credere che dieci anni fa fosse un fiume imponente. Allora, le cisterne delle cento famiglie di Rio Arriba, a una mezz’ora di strada sterrata da Zacapa, erano piene, alla fine della stagione delle piogge. E Ismelda non doveva fare il bucato al fiume. 
“Era prima…Quando la siccità non bruciava il raccolto di mais e fagioli, mio marito non faceva il muratore a giornata e io non lavoravo a cottimo per il tabacchificio”. Adesso non cresce più niente. Seminare è uno spreco. Mio cognato è partito per gli Stati Uniti 15 giorni fa. E’ ancora in viaggio, non sappiamo niente. E se non riesca ad arrivare “dall’altro lato” perderemo la terra: l’abbiamo ipotecata per trovare il denaro per il viaggio. Non avevamo altra scelta: non si sopravvive senza un familiare nel Norte”.

Ismelda non sa bene che cosa significhi “cambiamento climatico”. Né che in questi giorni, a Madrid, i governi mondiali stanno discutendo su come contrastarlo. Sa solo che, a partire dal 2010, le precipitazioni hanno smesso di cadere puntuali, da maggio a settembre, con un intermezzo “secco” di 15 giorni a metà luglio. La cosiddetta “canicola” si è dilatata a tre, quattro, cinque settimane. Mentre, nel resto della stagione umida, gli intervalli tra una pioggia e l’altra sono diventati di 25 giorni. Risultato: quest’anno è andato perso oltre il 70% della produzione di mais e fagioli – le due colture base – del Corredor Seco del Guatemala. Un’ampia fascia che taglia in diagonale il Paese da Nord a Sud e prosegue fino a Panama, attraverso il Centro America, per un totale di 1.600 chilometri. Si atta secondo la FAO e il Programma alimentare mondiale (PAM), di una delle regioni del pianeta più “sensibili” al riscaldamento globale. E dove il suo impatto si fa più devastante, dato che il 60% dei 10,5 milioni di abitanti pratica un’agricoltura di sussistenza. Di questi – hanno avvertito di recente le due agenzie ONU – almeno 1,5 milioni sono alla fame. Oltre un terzo sono guatemaltechi. “Con una serie di misure a basso costo, come piccole dighe per conservare l’acqua piovana, questi potrebbero difendersi dal cambiamento climatico. Ma i governi non formano né investono, afferma Gerardo Paiz del collettivo Madre Selva, specializzato nell’educazione agricola.

La culla della civiltà Maya è strutturalmente vulnerabile: da decenni il suo tasso di malnutrizione cronica è il primo dell’America latina e il sesto del mondo. “Un bimbo su due la soffre a livello nazionale, nel Corredor Seco quasi 7 su 10”, spiega Iván Aguilar, coordinatore di OXFAM Guatemala, che ha realizzato un capillare monitoraggio delle condizioni umanitarie nella Regione […]
Dal 2010, quando la siccità è diventata una costante, anche il Corredor Seco, prima relativamente sedentario, s’è trasformato in una zona di esodo. “Non è il sogno americano, è l’incubo della fame”, dice Edgard Di Loma del Viento, comunità di 130 famiglie nel municipio di Zacapa. […]


Lucia Capuzzi - Avvenire

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